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Ultimo aggiornamento: Martedì 13 Aprile - ore 11.54

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La terza ondata è realtà: in una settimana +26% di nuovi casi in provincia

La fondazione Gimbe indipendente mette ancora una volta in guardia rispetto alla gestione dell'emergenza. Sui vaccini: "Non c'è ragione di accantonare dosi di AstraZeneca, per il quale non ci sono ritardi nella fornitura".

Più 33% a livello nazionale

La Spezia - La temuta terza ondata è partita e sta lambendo anche la provincia spezzina, che sino a pochi giorni fa guardava con sospetto all'andamento dell'epidemia nel Ponente ligure. L'incremento c'è sia per chi l'aveva preannunciato, sia per chi, al contrario, accusava virologi e statistici di fare terrorismo mediatico. I numeri, però, sono evidenti, in crescita decisa rispetto alle settimane precedenti e meno preoccupanti solo laddove sono già state imposte misure restrittive importanti. E tra le 65 province che hanno avuto nell'ultima settimana un aumento di nuovi casi superiore del 20 per cento rispetto alla settimana precedente ci sono anche quella della Spezia e quella di Genova.

La fotografia scattata dal monitoraggio settimanale della Fondazione Gimbe restituisce un nuovo allarme sulla capacità di anticipare la crescita della curva epidemiologica: “Nel nuovo Dpcm – sintetizza la Fondazione – nessuna nuova strategia per contenere l’epidemia, eccetto l’ennesima battuta d’arresto per la scuola”. Mentre la campagna vaccinale “non decolla”.
Nel periodo 24 febbraio-2 marzo, il report segnala un netto incremento dei casi, pari al 33%: da 92.571 a 123.272. Numeri che portano di riflesso alla crescita dei casi attualmente positivi (passati da 387.948 a 430.996, +11,1%) e spingono a un incremento della pressione sugli ospedali. I ricoverati con sintomi crescono da 18.295 a 19.570 (+7%) e le terapie intensive da 2.146 a 2.327 (+8,4%).

“Per la seconda settimana consecutiva – afferma il presidente di Gimbe, Nino Cartabellotta – si registra un incremento dei nuovi casi che negli ultimi 7 giorni supera il 33%, segnando l’inizio della terza ondata”. Rispetto alla settimana precedente, in 16 Regioni e nella Provincia autonoma di Trento aumentano i casi attualmente positivi per 100.000 abitanti e in tutto il Paese sale l’incremento percentuale dei nuovi casi ad eccezione della Provincia autonoma di Bolzano, Umbria e Molise, le tre aree già sottoposte a severe misure restrittive. Sul fronte ospedaliero, l’occupazione da parte di pazienti Covid – sottolinea il monitoraggio – supera in 5 Regioni la soglia del 40% in area medica e in 9 Regioni quella del 30% delle terapie intensive. Non rientra tra queste la Liguria, dove le percentuali si fermano rispettivamente al 29 e al 23 per cento.

Numeri spinti dall’alta circolazione delle varianti, confermata dall’indagine dell’Istituto superiore di sanità che ha stimato, al 18 febbraio, la prevalenza della variante inglese al 54% e l’espandersi di quella brasiliana in alcune aree del Paese. “Con la situazione epidemiologica in rapida evoluzione - commenta Renata Gili, responsabile Ricerca sui Servizi Sanitari della Fondazione - la diffusione attuale è sicuramente maggiore ed è pertanto fondamentale essere realmente tempestivi nell’istituzione delle zone rosse a livello comunale e provinciale”. Nel dettaglio, spiega il monitoraggio, nella settimana di osservazione si è registrato un incremento percentuale dei nuovi casi rispetto ai 7 giorni precedenti in 94 province su 107 (87,6%), con valori che superano il 20 per cento in ben 65 province (vedi immagine in basso), tra le quali quella della Spezia (+26,7%) e quella di Genova (+23,2%).
“Nonostante l’allerta lanciata dalla Fondazione Gimbe già da due settimane – dice ancora Cartabellotta – gli amministratori locali continuano a ritardare le chiusure se non davanti a un rilevante incremento dei nuovi casi, quando è ormai troppo tardi. Infatti, in presenza di varianti più contagiose, questa 'non strategia' favorisce la corsa del virus, rendendo necessarie chiusure più estese e prolungate”.

Intanto, le vaccinazioni non decollano: “L’avvio della campagna vaccinale fuori da ospedali e Rsa – spiega Gili – ha determinato una frenata sul fronte delle somministrazioni, con quasi 2 milioni di dosi (pari al 30% delle consegne) ancora inutilizzate”. Si rilevano inoltre rilevanti differenze tra i diversi vaccini: mentre le somministrazioni di Pfizer si attestano all’89% delle dosi consegnate, quelle di Moderna e AstraZeneca stanno infatti procedendo più lentamente. Di quest’ultimo è stato inoculato solo il 26,9% delle dosi disponibili: “Spia di problemi organizzativi nella vaccinazione di massa, anche se non si possono escludere possibili rinunce selettive a questo vaccino o ritardi nella rendicontazione dei dati”, sottolinea la Fondazione. “Peraltro a differenza dei vaccini di Pfizer e Moderna - spiega Cartabellotta - per i quali, visti i ritardi nelle forniture, è prudente mettere da parte le per il richiamo previsto rispettivamente a 3 e 4 settimane, per AstraZeneca è possibile somministrare la seconda dose sino a 12 settimane: non esiste quindi alcuna ragione per accantonare le dosi, ma bisogna invece velocizzare le somministrazioni”.

“La strada per accelerare la campagna vaccinale - conclude Cartabellotta - non deve certo portare ad avventurarsi in rischiosi azzardi, come l’ipotesi di somministrare un’unica dose di vaccino Pfizer o Moderna. In assenza di robuste evidenze scientifiche che permettano alle agenzie regolatorie di modificare le modalità di somministrazione del prodotto si tratterebbe di un uso off-label del vaccino, con risvolti sul consenso informato e sulle responsabilità medico-legali”.

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