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Gianni e Schiara: quando la manutenzione del paesaggio diventa missione possibile

Il fiorentino Paxia ha scelto di vivere gli anni della pensione nell'affascinante contesto di Tramonti dove produce un vino, il Cimento, che è eroico come gli abitanti di un territorio che gli spezzini hanno riscoperto con la pandemia.

come nasce un amore
Gianni Paxia

La Spezia - Nel prendersi cura di qualcosa o qualcuno si dà un senso alla vita. Ma spesso ci se ne dimentica. Quando si capita in luoghi come Schiara di Tramonti, quel pensiero torna perché qui la natura irrompe in tutta la sua potenza e fragilità. Ed è allora che chi decide di fermarsi, decide anche di prendersi cura di ciò che gli sta attorno. È successo a Gianna Paxia, fiorentino, che una volta in pensione decide con la moglie Francesca di dedicare anima e corpo a questo impervio quanto affascinante angolo di Liguria: Schiara, nel Parco Nazionale delle Cinque Terre e Patrimonio Unesco, ma non per questo al riparo da incuria e abbandono. “Succede che un giorno leggo sul Sole 24 Ore che si potevano acquistare case a Tramonti. Mia moglie ed io venivamo alle Cinque Terre già dagli anni ’80 ma non conoscevamo questo luogo. Così ci siamo incuriositi e, immediatamente dopo, innamorati. E ci siamo ritrovati proprietari di una casetta a picco sul mare. È così che abbiamo cambiato completamente vita”.

Il cambio vita di Gianni e Francesca va oltre la ricerca del rigenerarsi in natura, dopo anni di lavoro in città (responsabile della formazione per alcune aziende nel ramo comunicazione, lui, e dirigente presso l’Agenzia delle Entrate, lei). Nel 2013, infatti, fondano insieme ad altri soci locali e non, una onlus: Per Tramonti ODV, che dà vita al progetto T.R.A. MONTI – Terre Restituite all’Agricoltura, allo scopo di piantare nuovi vigneti su terreni abbandonati. “Il nostro progetto è nato per tenere insieme il territorio – precisa Paxia – L’obiettivo principale era ed è il recupero dei terreni abbandonati che abbiamo convertito in vigneti con estrema fatica e dedizione. Oggi coltiviamo 2500 mq in tutto qui a Campodonico, una sottozona di Schiara lato ovest che ha pendenze più dolci, se così si può dire, con impianti di concezione moderna, su modello francese avendo piantato le viti abbastanza vicine.” Tra barbatelle appena piantate e viti già di qualche anno, le cultivar sono quelle tipiche del luogo: Vermentino, Albarola e Bosco. Il progetto si sostiene con la vendita del vino (solo qui è possibile acquistarlo online: https://bit.ly/3uhYFHv) ottenuto dalle varietà autoctone più una. “Il nostro vino, che abbiamo chiamato Cimento, nasconde un segreto. È fatto con l’aggiunta di un vitigno francese, il Petit Manseng, che ci fa uscire dalla Dop Cinque Terre, ma ne vale la pena”. Questo vitigno a bacca bianca originario della Guascogna conferisce infatti un sapore unico al bianco Cimento. E porta la firma di Walter De Batté. “A lui dobbiamo molto – continua Paxia – è stato il primo a rispondere al nostro appello all’inizio di questa avventura. Se il nostro vino piace così tanto, è grazie a lui.”

Oggi il Cimento è prodotto in piccoli quantitativi, 800 / 1000 bottiglie all’anno, e si sostiene anche grazie al 5 per mille, alla quota fissa - seppur simbolica, visto che ammonta solo a 5 euro, dei soci (che oggi sono circa un centinaio) - e al contributo libero di altre persone occasionali. “Lo scorso anno, il 2020, è stato il peggiore – dice Gianni – E non solo per la pandemia e la chiusura di bar, ristoranti ed enoteche. È stata un’annata maledetta a causa dell’attacco di black-rot, il marciume nero della vite, un fungo che fa ammalare la pianta. E in più abbiamo avuto un episodio molto forte di grandine che in 15 minuti ha distrutto molta parte dei vigneti, registrando - 35% del raccolto”.

Ma da queste parti si sa, i viticoltori cosiddetti, non a caso, eroici, sono abituati a combattere quotidianamente con difficoltà estreme: pendenza dei terreni, difficoltà di raggiungere i vigneti con mezzi meccanici, tanto che in vigna si fa quasi tutto manualmente. Per non parlare dei cinghiali. “Le recinzioni qui non sono elettrificate perché la verticalità del luogo lo impedisce”. E anche gli abitanti, magari induriti dalle difficoltà del quotidiano, ci mettono del loro. “Si dice che la gente del posto sia molto individualista e spesso litigiosa. Tra vicini alcuni sono stati in causa l’uno con l’altro per anni, ma è anche vero che c’è molto mutualismo spontaneo: per fare un esempio, quando crolla un muro arrivano tutti. Siamo consapevoli che oggi tocca a te, domani a me”.

Il prendersi cura di un paesaggio come questo diventa così una missione, a volte possibile a volte meno. Certamente molto faticosa e a tratti sconfortante. L’abbandono delle terre, una piaga reale nei territori del Parco, seppur con un lieve incremento negli ultimi anni, non è un caso. E il Parco cosa fa? “Qualcosa fa – racconta Gianni – Ad esempio ci fornisce i sassi, però noi coltivatori paghiamo il trasporto in elicottero: ogni tratta costa 23 euro al minuto e per ogni viaggio un elicottero non può trasportare più di 80/100 quintali, quindi insomma ci mettiamo del nostro anche in questo caso. Il Parco ci dà anche i pali di castagno da utilizzare in vigna e un certo numero di barbatelle da impiantare”. Poca cosa comunque, se si pensa che in altri Paesi come la Francia, il Governo stipendia alcuni coltivatori riconoscendo loro il ruolo di manutentori di paesaggio unici, quelli da viticoltura estrema o eroica che dir si voglia, come i Pirenei o alcune aree a Sud e come sono le Cinque Terre, Tramonti e Schiara. A questo mancato sostegno di base, si aggiunge una burocrazia macchinosa e poco risolutiva. “Se vuoi fare il coltivatore a Schiara, il primo passo è rivolgerti all’Ispettorato dell’Agricoltura regionale per verificare se il terreno che possiedi o hai in comodato d’uso è stato censito come vigneto. Se non è così, non puoi fare nulla. Solo se possiedi già dei terreni coltivati puoi estendere la produzione, ma di una percentuale minima.”

A tutto questo si sommano, se non bastasse, i costi “spaventosi” di impianto e mantenimento della vigna e una trafila infinita per i diritti di reimpianto. “Lo scorso anno tutte le Cinque Terre hanno prodotto uva per 50 ettari vitati su una potenzialità di 200 ettari”. Insomma, viene da chiedersi come si possa scegliere di fare il viticoltore da queste parti. “Di un posto così devi innamorarti” afferma Gianni senza esitazioni. E per fortuna non è difficile che questo avvenga. Ma poche braccia, seppur mosse dai più nobili intenti, non bastano e per evitare che questo paesaggio cambi, a cambiare devono essere tante cose. “Come associazione – continua Paxia – ci siamo anche rivolti al FAI perché ci aiuti nell’azione di sensibilizzazione paesaggistica”. E infatti il punto è proprio questo: sensibilizzare. Sensibilizzare perché i terrazzamenti, i muretti a secco, i sentieri che seguono ripide mulattiere a picco sul mare, resistano nel tempo e sopravvivano a chi c’è ora, per mostrarsi intatti a chi verrà. Perché questo angolo di mondo in equilibrio precario non crolli. E perché sempre più persone, a modo loro e con le proprie possibilità, difendano questa fragile bellezza, che diventi anche nella sostanza patrimonio dell’umanità.

Annamaria Giannetto Pini

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Vigneti
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