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Ultimo aggiornamento: Venerdì 23 Luglio - ore 23.01

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Enel, ecco a cosa è davvero legato lo stop al carbone

La valutazione di Terna è relativa al fabbisogno di produzione energetica del Nord Italia, dove occorrono altri 500 MW a gas per poter premere l'interruttore dello spegnimento a Vallegrande. Come farà il ministro Patuanelli a cambiare le carte?

L'intreccio con Vado Ligure

La Spezia - Si è ormai perso il conto delle giravolte della politica spezzina intorno alla centrale Enel. Tra chi dice tutto e il contrario di tutto (in consiglio comunale) e chi prende posizione comportandosi come la proverbiale mano destra che non sa cosa fa la sinistra (a Roma) il dibattito iniziato ormai sei anni fa con tavoli tecnici è ormai definitivamente finito in caciara. Strumentalità, demagogia, falsità. La politica locale non si fa mancare niente, nelle accuse tra gli schieramenti, ma, in definitiva, anche nella condotta dei suoi rappresentanti di ogni livello.
La retorica che porta tanto il centrodestra quanto il centrosinistra ad avere (apparentemente) sempre ragione dovrebbe per un attimo lasciare spazio alla logica. Sì, perché la comunicazione arrivata in riva al golfo alla quale ha fatto riferimento per primo il sindaco Pierluigi Peracchini ha una genesi decisamente più tecnica che politica. E ha, in definitiva, delle possibili ripercussioni negative che vanno anche oltre a quelle riferite dal primo cittadino quando ha parlato della "volontà del governo di non chiudere il gruppo a carbone della Centrale Eugenio Montale fino alla riconversione del gruppo a gas".
Il mancato stop all'attuale impianto, infatti, potrebbe andare ben oltre all'installazione del nuovo gruppo a turbogas proposto da Enel a Vallegrande.

Nelle comunicazioni interministeriali del mese di dicembre, infatti, non si lega la chiusura del gruppo a carbone spezzino all'avvio del nuovo gruppo a gas, bensì alla capacità produttiva richiesta nell'area Nord del Paese. Un aspetto che coinvolge direttamente anche il nuovo impianto previsto da Enel alla Spezia, ma che richiede necessariamente anche la realizzazione e la messa in attività di almeno altre due centrali a gas.
Il 18 dicembre scorso la Direzione generale per le infrastrutture e le sicurezza dei sistemi energetici e geominerari del ministero dello Sviluppo economico ha scritto alla Direzione generale per la crescita sostenibile e la qualità dello sviluppo e al Dipartimento per la transizione ecologica e gli investimenti verdi del ministero dell'Ambiente che "nell'ambito dei riesami delle Aia delle centrali a carbone, questa Direzione generale, con il supporto tecnico di Terna, ha costantemente rappresentato nel corso delle conferenze di servizi le criticità connesse a prescrizioni che impongano la chiusura degli impianti senza tener conto contestualmente dell'esigenza di mantenimento delle condizioni di sicurezza del sistema elettrico; maggiori criticità sono state inoltre evidenziate per i casi in cui la chiusura è imposta anche in maniera anticipata rispetto al 2025. Nonostante le segnalazioni di questa Direzione generale, il quadro prescrittivo delle aia relativo alle chiusure è stato sempre confermato".
E subito dopo, in grassetto: "Quindi, si pone ora la necessità, con la collaborazione di codesto Dicastero, di gestire la situazione, che potrebbe avere risvolti sul fronte della sicurezza del sistema elettrico nazionale".
Dopo aver illustrato le criticità che riguardano la chiusura dei gruppi a carbone degli impianti di Brindisi e di Fusina, per quanto riguarda la centrale spezzina la Direzione scrive che Terna, negli aggiornamenti delle sue valutazioni, ritiene "che la messa fuori servizio della centrale possa avvenire solo a seguito del raggiungimento nell'area Nord del Paese, incluso lo stesso sito della Spezia, di un saldo netto tra aumenti di capacità e dismissioni pari ad almeno 500 MW".

Ecco quindi che, all'ultimo giro di lancette, ritorna a galla quel concetto di "accompagnamento" verso la transizione energetica che era stato enunciato dai sindacati ormai un paio d'anni fa. Ma quel che complica maggiormente le cose (e soprattutto sembra poter allungare i tempi) è l'entità del saldo di potenza da raggiungere.
La chiusura, peraltro parziale sino a fine anno, dell'impianto di Fusina (976 MW, ma non tutti a carbone) e l'avvio del nuovo gruppo a turbogas da 840 MW non produrrebbe praticamente alcun guadagno in termini energetici.
Lo stesso vale per l'eventuale realizzazione di un nuovo gruppo a turbogas a Vallegrande: l'addio al carbone significherebbe una perdita di potenza pari a 640 MW e l'arrivo del gas, a ciclo combinato, non ne garantirebbe più di 840 MW. Il saldo positivo sarebbe di 200 MW, dunque non sufficiente allo spegnimento del gruppo a carbone, senza considerare le difficoltà logistiche e tecniche della costruzione del nuovo stabilimento con quello vecchio in funzione.
A oggi nel Nord dell'Italia l'unica ipotesi alternativa a Fusina e alla Spezia è il raddoppio della centrale a gas di Vado Ligure proposto da Tirreno Power al ministero. In questo caso si avrebbe un saldo positivo netto e diretto di 800 MW, più che sufficienti per portare allo stop al carbone in riva al Golfo.

Che sia Vado Ligure la soluzione di tutto il domino? Che sia questo l'asso nella manica che consentirà al ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli di riscrivere la "decisione inaccettabile", come l'ha definita l'onorevole Andrea Orlando, del mancato spegnimento del gruppo a carbone della Eugenio Montale entro il 2021?
Tirreno Power, però, ha annunciato il progetto di raddoppio solo pochi mesi fa e tra l'iter autorizzativo e i tempi necessari all'allestimento del nuovo impianto sarebbero necessari oltre due anni. Senza considerare le comprensibili resistenze della popolazione e dei comitati del territorio savonese.
Nei prossimi giorni le mosse del ministro Patuanelli diraderanno gioco forza le nebbie, si spera una volta per tutte.

Questo è il quadro tecnico attuale di respiro nazionale, quello che la politica locale non considera prima di aprire bocca sull'argomento. O forse, al contrario, è talmente noto da preferire di far finta che non esista.

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