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Quel salvifico piede di vite e gli indizi montaliani

I contadini liguri di fine Ottocento, l'inchiesta parlamentare, Vernazza denudata in meno di mezzo secolo.

Dai quaderni Ispra
Vernazza d'epoca

Cinque Terre - Val di Vara - È un approfondimento che spazia tra agricoltura, storia e letteratura quello redatto da Giovanni Ghiglione per il numero umbro-ligure dei Quaderni Ispra dedicati ai frutti dimenticati e al recupero della biodiversità. L'autore, in Muretti a secco nel paesaggio agrario ligure, giocoforza racconta anche del paesaggio spezzino, segnatamente quello delle Cinque Terre. Che, al pari del resto della Liguria, a fine Ottocento accoglieva una popolazione agricola che viveva in condizioni desolanti, come riportano le descrizioni di Agostino Bertani – riportate da Ghiglione -, incaricato da Roma, precisamente dall'Inchiesta agraria nazionale promossa dal Parlamento. Nel report, come diremmo oggi, si fa riferimento a condizioni igieniche precarie, ad abitazioni “simili a stamberghe”, a contadini che, sebbene proprietari, scrive Bertani, “morrebbero di fame se non ricorressero alle emigrazioni temporanee nelle pianure, come braccianti avventizi, o nelle città, dedicandosi a vari mestieri per integrare quei mezzi di sussistenza che la briciola di terra da loro posseduta non è in grado di fornir loro”.

Un quadro difficile che non si esaurisce tanto presto, e che nei primi anni del Novecento deve fronteggiare il flagello della filossera “i cui primi allarmi nel circondario spezzino e nei territori delle Cinque Terre risalgono al 1908. Vernazza entrò nell'elenco dei Comuni filosserati nel 1912 e l'insetto si propagò velocemente ai Comuni vicini”, scrive Ghiglione. L'agronomia dovette metterci parecchio olio di gomito per trovare una soluzione al problema del parassita, ed esperimento dopo esperimento, racconta l'autore, ecco l'agognato Eureka: innestare tralci di vite su un piede di vite americana, resistente all'attacco della filossera. “Così si mise in moto l'eroica ricostruzione dei vigneti sulle terrazze delle Cinque Terre, che durò oltre vent'anni, grazie alla faticosa opera delle donne, che dal mare salivano per i ripidi versanti, portando sulla testa le cassette di barbatelle, un esempio dell'immensa ricchezza della biodiversità, che oggi rischiamo di perdere. Ma questi sforzi non furono ancora sufficienti se Eugenio Montale, in Ossi di Seppia nel 1925, racconta il paesaggio dirupato della sua Liguria, di Monterosso, dove aveva trascorso le estati della giovinezza, dove il paesaggio ritorna franoso, la natura è imprevedibile e i vigneti si trasformano in macchie, il grigio degli oliveti è squarciato dall’avanzare del pino marittimo e i muri abbandonati evocano una vita di travaglio, diventando reliquiari di memorie”. Insomma, dai versi del Nobel uno sguardo sul paesaggio agrario di allora. E oltre alla 'fotografia' montaliana ci sono i dati del Catasto agrario del 1929, che rilevava che a Vernazza venivano coltivati ad olivo solo 129 ettari, mentre ne risultavano 950 nel 1882, e che c'erano vigneti estesi su 313 ettari, rispetto ai 1.100 ettari del 1882.

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