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Belin e quell'etimo incerto - Citta della Spezia
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Sprugoleria

Sprugoleria

Belin e quell’etimo incerto

di Bert Bagarre

Import 2021

Belin è intercalare comune per la gente della Sprugola che l’adopera per iniziare qualsiasi discorso ma anche per concludere qualunque ragionamento. Neppure dimenticano di inframezzare la parola nel corso di una frase, magari per rafforzarne il senso e conferire al loro dire maggiore fermezza, oppure, più semplicemente, per ricevere il consenso della persona con cui parlano. È un modo di dire che ritorna come un refrain del cui significato originario si è perso ormai il senso ma di cui si continuano ad apprezzare ritmo e musicalità.
Parola nata a indicare il membro virile, da sostantivo si è poi trasformata per essere declinata come altra parte del discorso transitando da aggettivo fino a verbo.
Se tuttora difetta la forma avverbiale, non la si può escludere data la comprovata duttilità.
Comunque, quali siano i modi secondo i quali la parola è flessa, tutti sono immediatamente riconducibili alla sorgente primigenia.
Anche le sue accezioni sono mutevoli potendo significare una cosa nefasta quanto una andata a buon fine. Con quel termine puoi designare un fenomeno di indescrivibile bellezza (quali le grazie di avvenente fanciulla o prodezza sportiva) al pari di un fatto talmente brutto da risultare orripilante tipo il diniego che l’oggetto dei desideri oppone alle profferte o la sconfitta della squadra del cuore.
Senza dimenticare che il termine se sostantivo lo si può alterare in accrescitivo, oppure, qualora venga usato in quanto verbo, lo si può declinare al participio passato, magari rinvigorendo l’idea con un raddoppiamento iniziale. Nel caso significa che la persona cui la parola s’indirizza, è del tutto incapace di comprendere e di volere.
Può, inoltre, risultare termine transgender se lo si declina al femminile o neutro se, fattolo bisillabo, l’ultima vocale muta in -a- per manifestare un sì ardente ed incondizionato o il diniego più assoluto verso qualsiasi richiesta.
Insomma, vocabolo e derivati significano così tante cose che, a dispetto della sua estrazione originaria, è diventato asessuato.
Eppure, alcuni studiosi, indagando sulla sua etimologia, ne vedono la sorgente nel nome di Baal, uno dei numi dei Fenici, razza che colonizzò molto del Mediterraneo fra cui Genova. Per quei Filistei Baal, dio di così innumeri cose che gli si deve pure l’origine della parola babele, era soprattutto il tutore della fertilità simile in questo al Priapo del mondo classico che ornava le proprie case con statue rappresentanti la sua forma sgraziata a causa del fallo tanto enorme che gli complicata la deambulazione. Fortunatamente oggi all’antico dio oggi si dedicano solo parole.