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Quasi un racconto gotico - Citta della Spezia
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Quisquilie e meraviglie

Quasi un racconto gotico

di Beppe Mecconi

Mareggiata

26 maggio 2021, luna piena, quasi le tre. Come non troppo raramente mi capita non riesco dormire, il cervello non vuole saperne di smettere di lavorare, inutili anche tutti i giochini mentali dedicati a cose futili che a volte servono a spegnerlo; niente da fare. Mi alzo, mi vesto, scendo e a piedi mi dirigo dove i passi mi porteranno, non ho una meta precisa. In giro non c’è nessuno, qualche uccello notturno canta il suo canto, un cane lontano, su in collina, abbaia a una volpe, a un cinghiale…
Testa bassa, penso a quando da ragazzo uscivo nelle notti di pioggia, con il mio stazzonato impermeabile alla Bogart stretto in vita, bavero alzato sulla nuca e senza ombrello, la mente affollata di fantasie. Mi sentivo un personaggio molto romantico, gli amici propendevano verso una definizione più prosaica assai.
Un delicato sciabordio entra nelle orecchie e mi fa alzare lo sguardo. Sapevo che le gambe mi avrebbero portato qui, in riva al mare. È quasi immoto, la luna, enorme e candida, gioca con lui, si specchia tra le minuscole increspature, il faro laggiù compie i suoi giri regolari, chiudo gli occhi, trattengo il fiato, l’andirivieni delle ondine completa il silenzio perfetto. Molti la definirebbero una notte incantata.
Un alito di aria fredda scende dal piccolo castello, mi fa rabbrividire, una nuvola si forma dal nulla e decide di attraversare il cielo davanti alla luna, per un attimo la vela, la notte si fa più nera, le delicate ombre scompaiono. Quando torna a splendere mi accorgo di non essere più solo.
Laggiù nella piazzetta della marina ci sono due persone, due anziani, che parlano tra loro, sembrano perplessi. Sono sorpreso, un po’ inquieto, poco fa non c’era nessuno, ne sono certo.
Mi avvicino piano, non si accorgono di me, ora sono abbastanza vicino, sento le loro voci e mi sembra di riconoscerli; sì, non ho dubbi, sono due vecchi cari, amati, importanti personaggi della mia infanzia, della mia gioventù, della mia vita. Entrambi pescatori, uno poeta, l’altro maestro elementare.
Dio! Quanto li ho amati, mi viene da piangere. Vorrei correre da loro, dirgli che è una gioia immensa rivederli, che mi sono mancati così tanto… ma so che quel che vedono i miei occhi non può essere vero, entrambi se ne sono andati da anni.
Rimango in disparte, sembrano un poco arrabbiati, li ascolto: «Ma cos’hanno combinato? Dove son finite le barche, i pini? Dov’è finita la marina del nostro paese?» «Sparita, tutto quello che rappresentava la vera essenza, l’atmosfera del borgo è svanita, come se non fosse mai esistita.» «Ma… ma questa è un piazza da paesotto in provincia di Parma, magari là farebbe il suo bell’effetto, ma qui… di fronte al mare…?» «E che belini di alberi sarebbero questi?» «Gelsi, te li ricordi? In tutto il comune erano soltanto nel cortile della scuola, d’estate, quando le more erano mature, i bambini scavalcavano il cancello per andare a farsi delle scorpacciate.» «Ho capì, ma cosa c’entrano qui?» «Se è per quello anche i pini non c’entravano niente, e in più le barche erano sempre piene di aghi e di pigne, e poi spaccavano l’asfalto.» «Te me lo disi a me? Ci avevo fatto anche una canzone, credo qualcuno la canti ancora. Però se volevano toglierli potevano metterci degli alberi più tipici, tamerici, lecci…» «Ma gli alberi sono l’ultimo dei problemi, è che è sparito il “Senso della marina”, per secoli qui si ritrovavano, anziani e giovani, si appoggiavano alle barche e chiacchieravano. Discussioni, litigi, decisioni sulle cose da fare, risate, prese in giro… questa piazzetta era il centro del paese, il fulcro! Ora non è… non è niente. Non è più niente. Non ha anima.» «E poi è proprio brutta, oltre a non avere nulla di marinaro, perché, cazzo! Questo è un borgo marinaro.» «Pensa che c’è chi, nonostante l’evidenza, la palese evidenza, dice che non è vero, che non è poi così orrenda.» «Sai?! Non sono sorpreso.» «Ma cos’te disi? Te sen deventà abelinà fina te?» «No, è che non sono sorpreso dell’attuale incapacità di giudizio estetico della gente. Te vedi… noi, e alcune generazioni dopo di noi, siamo cresciuti cibandoci di cose belle; ad esempio, la TV proponeva poche roba ma di qualità, di altissima qualità. Pirandello, Bergman… Ungaretti intervistato all’Approdo, Von Karajan che dirigeva Brahms, I fratelli Karamazov, l’Odissea… Ti ricordi?» «E come no? Ma soltanto la delicatezza del maestro Manzi con Non è mai troppo tardi.» «Bravo. E invece le ultime generazioni, se non sono state capaci di operare scelte autonome, sono cresciute con la rumenta più totale: telenovele inconsistenti, isole di presunti famosi, comici che Noschese a paragone sarebbe un gigante, talk show ripugnanti, e, bada bene, tutto fatto scientemente.» «E perché, secondo te?» «Ma come perché? Per “creare” generazioni di persone incapaci appunto di riconoscere il bello, incapaci di capire la differenza tra l’essere e l’apparire, inadeguati a qualsiasi capacità critica. Perché e molto più facile manipolare una massa di ignoranti che un popolo capace di pensare con la propria testa.» «E vuoi dire che questa specie di piazza ne è un esempio?» «Questa… roba, ne è il simbolo.»
Non trattenni un sospiro di malinconica condivisione. Mi sentirono, si girarono verso di me, si diedero di gomito, alzarono entrambi una mano, come un cenno di saluto, mi sorrisero e lentamente scomparvero, dalla curva sbucò il camion della raccolta differenziata.
Tornai con lo sguardo dove poco prima c’erano (c’erano?) quei due vecchi maestri. Poi guardai la luna, splendeva meravigliosa e fredda. Il faro riprese i suoi giri, forse non li aveva mai smessi. Abbassai la testa e ripresi la via di casa. Sul viso mi accorsi che avevo un sorriso, triste, ma comunque un sorriso.