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Cronaca di un furto con beffa, una lettrice: "Derubata della bici, mi chiedono 20 euro per il riscatto" - Citta della Spezia
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Il racconto

Cronaca di un furto con beffa, una lettrice: "Derubata della bici, mi chiedono 20 euro per il riscatto"

Centro storico

Buongiorno,
voglio raccontarvi una storia di micro criminalità della nostra città. L’altra mattina sono scesa, come ogni mattina, per portare le mie figlie a scuola quando mi sono accorta che la mia bici, parcheggiata all’interno del mio palazzo come sempre, non c’era. “Me l’hanno rubata” ho detto neanche troppo a voce alta per non spaventare le mie figlie. Sono piccole, mi piacerebbe che almeno per qualche anno ancora, pensassero che queste cose non succedono, che nessuno può entrare nel tuo palazzo o, peggio ancora, in casa tua e portarti via qualcosa che ti appartiene. Non tanto per la cosa in sé, ma per come ti fa sentire.

“Vabbè, direte voi, è il furto di una bici. Si vede che non hai fatto l’Università a Pisa”. Il punto è che la storia non finisce qui. Nel pomeriggio vado in ufficio, lascio a casa mia figlia di 7 anni con mia figlia maggiore e maggiorenne. Una mezz’ora, giusto il tempo perché un ragazzo citofoni insistentemente al campanello di casa mia (dopo averlo fatto con tutti gli altri citofoni del palazzo e a più riprese, racconterà poi, fin dalla mattina) dicendo che la nostra bici ce l’ha lui e che se gli diamo 20 euro ce la ridà. Panico. Mia figlia maggiore mi chiama e mi racconta cosa sta succedendo, che il tizio non molla, che le chiede di lanciargli 20 euro dalla finestra. Le dico di stare ferma, di non aprire assolutamente, di non fare niente e che sto tornando a casa. Non da sola, mi porto dietro il mio malcapitato collega: il dubbio di chiamare subito i carabinieri mentre ci dirigiamo verso casa mi viene. “Mi sembra il minimo”, direte ancora voi, ma lì per lì provo a non ingigantire la cosa e poi ero troppo intenta ad arrivare il prima possibile sotto casa mia per capire cosa stesse succedendo. Arriviamo e sotto il portone trovo un ragazzo, sui 25 anni, nordafricano, e lo riporto come dato, come direi rosso di capelli o di corporatura robusta. Gli dico cosa vuole da noi. Mi dice che questa notte ha visto che un tizio rubava dal portone la nostra bici, gliel’ha comprata per 20 euro e ora li rivuole per ridarmi la bici.

Ora, chi legge penserà, “che polla” come ha fatto a credergli. Vi assicuro che anche se piena di dubbi, lì per lì, gli ho creduto, o almeno, forte del fatto che fossi in centro storico, circondata da gente e con il mio collega uomo (che comunque in questi casi la differenza un po’ la fa), ho deciso di credergli. Tanto più che lui si è scusato in mille modi per averci spaventato e alle nostre domande ha risposto in maniera abbastanza credibile. Morale io e il mio “povero” collega, decidiamo di seguirlo. Ci racconta chi è il tipo che ha rubato la bici, addirittura ci dice come si chiama: “Gaetano, uno che gira sempre con il cappellino blu e la giacca lunga, un drogato. Ruba sempre, per questo quando l’ho visto che rubava la bici mi è dispiaciuto e l’ho comprata io per poi restituirla”. Insomma, ci intorta ben bene. Ci racconta dove lavora, che dobbiamo fare presto per raggiungere il luogo in cui tiene al riparo la bici perché alle 3 lo passano a prendere i colleghi, visto che fa l’operaio al Muggiano…e un sacco di altri bla bla bla…finché arriviamo in via Nino Bixio ed entra in un cortile.

È a questo punto che quel minimo di sale in zucca che ho, si fa sentire. Resto sulla strada, il mio collega lo segue per un breve tratto, il tizio gli dice “dammi i soldi che ti vado a prendere la bici”, lui risponde “beh prima fammi vedere la bici”, “dai che arrivo tardi al lavoro”, il mio collega pensa “ormai che siamo arrivati fin qui tieniti ‘sti 20 euro e dammi la bici”, il tizio entra in un portone per prendere la bici e, indovinate un po’, non ne esce più. Il mio collega riappare, io nel frattempo chiamo i carabinieri, racconto i fatti ma mi rispondono che dovevo chiamare prima e non a giochi fatti. Così io e il mio collega ci guardiamo come se improvvisamente realizzassimo quanto “babbei” siamo stati e ci rincamminiamo verso l’ufficio, beffati da un ragazzetto a cui evidentemente non bastava avermi rubato la bici ma voleva anche dei soldi.

Irene