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Come morì Dante Carnesecchi? - Citta della Spezia

Una storia spezzina

Come morì Dante Carnesecchi?

di Alberto Scaramuccia

Polizia urbana d'epoca

Dante Carnesecchi, classe 1892, arcolano, anarchico individualista.
Portato di natura alla solitudine, viene descritto dai suoi pochi amici e dai compagni come un introverso che preferiva la solitudine alla compagnia, disdegnando feste e divertimenti.
Ne abbiamo già detto in una rubrica di qualche mese fa perché fu arrestato con altri due compagni anarchici per l’assalto alla polveriera di Vallegrande, ma era già tenuto d’occhio per i suoi trascorsi, fra cui l’aver finto con successo di essere epilettico per non andare al fronte. Congedato, entra alla Vickers-Terni, l’odierna Oto, prima del fatto della polveriera.
Lo rilasciano non risultando prove evidenti a suo carico, ma viene costantemente controllato dalle forze dell’ordine in quanto imputato di attentato alla sicurezza dello Stato, formazione di bande armate e di duplice mancato omicidio di due carabinieri.
Il 27 marzo di cent’anni fa muore in un incontro con i carabinieri. È Pasqua e alla sera Dante è al Termo con lo zio e un amico. I carabinieri lo fermano, lui estrae un pugnale per difendersi ma viene freddato da un colpo di pistola. Gli altri due si danno alla fuga. Questo dice in una cronaca succinta Il Tirreno del 28 marzo.
Il giorno seguente il quotidiano pubblica una straziante lettera della madre di Dante, Lucia, che controbatte la versione fornita dalla stampa “certo ispirata dai colpevoli del feroce assassinio”.
Dante, uscito alle 22,30 per accompagnare a casa lo zio, viene fermato da una pattuglia di carabinieri in borghese che gli intimano di alzare le braccia, i tre obbediscono chiedendo chi fossero. Il brigadiere si qualifica e l’anarchico declina le sue generalità. A quel punto il brigadiere lo schiaffeggia mentre gli altri militi prendono a nerbate lo zio e l’amico. A Dante, gettato a terra, sparano colpi di rivoltella e fucile. Questo è il racconto di Lucia che ribadisce che il figlio, non perseguito da alcun mandato di cattura, era prosciolto da ogni accusa.
Dunque, due versioni nettamente contrastanti. Il Tirreno alla lettera della madre che pubblica integralmente perché “il dolore di ogni madre è sacro”, aggiunge a commento di avere pubblicato il resoconto ufficiale dei fatti ché il dovere della stampa è fornire alla pubblica opinione ogni versione, il giudizio spettando non ai giornali o a chi li legge, ma al magistrato.
Il processo confermò il rapporto dei carabinieri ma qua interessa notare un paio di cose: l’osservazione del quotidiano su quale sia il compito della stampa che deve sempre informare e mai condannare o assolvere, bella lezione anche per oggi, e notare quanto il clima dell’epoca tormentasse anche il territorio spezzino in cui i colpi di mano si sprecavano.