Quantcast
LA REDAZIONE
Scrivici
PUBBLICITÀ
Richiedi contatto
Il monitoraggio della fondazione

Gimbe: "Misure attuali insufficienti per piegare la curva dei contagi"

In Liguria continua a destare preoccupazione la situazione nella provincia di Imperia, tra le 17 italiane in cui l'incremento dei contagi supera il 5 per cento.

Import 2021

Nella settimana 10-16 febbraio la Liguria ha registrato un incremento percentuale dei casi totali di contagio da coronavirus del 2,8%; nelle ultime 2 settimane si rileva un’incidenza di 274 casi positivi per 100.000 abitanti. Ancora una volta è la provincia di Imperia quella che preoccupa maggiormente con un incremento percentuale superiore al 5%, come in altre 16 province italiane. Desta attenzione anche il dato relativo all’incidenza per 100mila abitanti, superiore di slancio a 450 (vedi immagine).
E’ decisamente migliore la situazione nella provincia spezzina, dove l’aumento percentuale è contenuto poco sopra il 2%, mentre l’incidenza è inferiore a 250 abitanti su 100mila.

A livello nazionale il monitoraggio indipendente condotto dall’istituto guidato da Nino Cartabellotta conferma, nella settimana 10-16 febbraio 2021, un numero stabile di nuovi casi rispetto a 7 giorni fa (84.272 vs 84.711). Scendono i casi attualmente positivi (393.686 vs 413.967), le persone in isolamento domiciliare (373.149 vs 392.312), i ricoveri con sintomi (18.463 vs 19.512), le terapie intensive (2.074 vs 2.143) (figura 2) e i decessi (2.169 vs 2.658). Secondo Cartabellotta, quindi, “se il nuovo esecutivo manterrà la strategia di mitigazione” basata sul sistema dei colori “con il solo obiettivo di contenere il sovraccarico degli ospedali, bisogna accettare lo sfiancante stop&go degli ultimi mesi almeno per tutto il 2021. Se invece intende perseguire l’obiettivo europeo zero-Covid, sulla scia della strategia tedesca No-Covid, questo è il momento per abbattere la curva dei contagi con un lockdown rigoroso di 2-3 settimane al fine di riprendere il tracciamento, allentare la pressione sul sistema sanitario, accelerare le vaccinazioni e contenere l’emergenza varianti”.

Sul fronte della campagna di somministrazione, infatti, Gimbe rileva che al 17 febbraio sono state consegnate alle Regioni 4,07 milioni di dosi, pari al 31,8% dei 12,8 milioni attesi per il primo trimestre 2021. Si tratta del 44,7% di quelle annunciate da Pfizer, il 18,4% dello stock da 1,3 milioni previsto da Moderna e di 542mila dosi su 4,2 milioni (13%) di Astrazeneca. Peraltro, se da un lato vengono correttamente accantonate le dosi per il richiamo – puntualizza Cartabellotta – “dall’altro nell’ultima settimana si rileva un rallentamento delle somministrazioni di quasi il 30%, possibile spia di difficoltà organizzative della campagna vaccinale fuori da ospedali e Rsa”. Il 66% delle dosi è stato somministrato a “operatori sanitari e sociosanitari”, il 19% a “personale non sanitario”, l’11% a “personale ed ospiti delle Rsa” e il 4% a “persone di età =80 anni”, con notevoli differenze regionali. “La vera criticità di questa fase 1 – precisa Renata Gili, responsabile Ricerca sui Servizi Sanitari della Fondazione – è che solo il 5,9% degli over 80 ha ricevuto almeno una dose di vaccino, e solo il 2,7% ha completato il ciclo vaccinale, percentuali molto lontane dal target raccomandato dalla Commissione Europea per questa fascia di età: 80% entro il 31 marzo 2021. Per raggiungere questo obiettivo bisognerebbe vaccinare entro quella data circa 3,5 milioni di over 80, di cui quasi 3,3 milioni non hanno ancora ricevuto la prima dose”.

Una situazione che, unita alla mancata discesa dei contagi, secondo Gimbe impone un cambio di passo all’esecutivo. “Nel suo discorso al Senato – spiega Cartabellotta – il Presidente Draghi ha indicato nella lotta alla pandemia l’obiettivo prioritario del suo Governo, da attuarsi attraverso il potenziamento di forniture e somministrazioni del vaccino. Una strategia necessaria ma non sufficiente, considerato che l’attuale sistema delle Regioni a colori, oltre ad esasperare i cittadini e a danneggiare le attività economiche con decisioni last minute, non è riuscito a piegare la curva dei contagi e mantiene ospedali e terapie intensive al limite della saturazione, con la minaccia delle varianti che da un giorno all’altro potrebbero mandare in tilt i servizi sanitari. Ma forse la politica, oltre a temere le conseguenze sociali ed economiche di un nuovo lockdown, dubita che il Paese sia davvero pronto a perseguire la strategia zero-Covid”.