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Una storia spezzina

Sprugoleria

Carducci e quella litigata spezzina su Crispi

di Alberto Scaramuccia

Giosuè Carducci

La scorsa puntata dicevo di un articolo del settimanale spezzino “L’Opinione” del dicembre 1924 che parla di Gigio Bonati, oste amico di poeti illustri e dei loro bei versi. L’amicizia di Gigio con Carducci, Pascoli, Ferrari per dire i più spesso ricordati, è cosa nota, ma giova ricordare quel pezzo perché riporta alla luce particolari finora, almeno per quanto ne so, trascurati.
Riprendendo quell’articolo la puntata scorsa dicevo di lettere poco note di Pascoli, ma di quello che succedeva dentro la mescita il pezzo racconta particolari che solo lì sono descritti.
Quando Carducci scende alla Spezia con Annie Vivanti, è la primavera del 1890, non manca l’appuntamento con la cantina del Gigio dove certo saltano non pochi tappi sì che l’articolo ricorda un’esibizione del Giosuè che nessuno immaginerebbe nelle corde del Poeta della nuova Italia. Invece, certo un po’ di rinforzato era corso, “coronata la fronte di rose come il divino Dioniso” declama le rime migliori della sua ultima produzione “ascoltanti attoniti Severino, Annie Vivante”: l’ablativo assoluto fa perdonare il refuso nel cognome della giovane donna.
Tutto rose e fiori, dunque, nella cantina do Gigio “che colava nei bicchieri di limpido cristallo il bel vino ambrato”? Macché, dice il giornale. Là dentro si combattevano battaglie letterarie feroci senza curarsi del linguaggio usato.
Inoltre, come in ogni simposio degno di questo nome, si faceva anche politica insieme alla poesia. L’argomento prediletto era Francesco Crispi, all’epoca da tre anni e ancora per uno Presidente del Consiglio dei Ministri: molto discusso, incensato quanto criticato.
Carducci difende “violentemente” la politica crispina che invece Severino e Giuanin, “perduti nel loro sogno di umanitarismo socialista”, disapprovano. Corre il vino e corrono parole grosse. Un brindisi potrebbe riportare l’armonia ma il coppiere Gigio cui spetterebbe il compito di pacificare versando il liquore come olio che calmi le onde del mare infuriato, al contrario aizza la tempesta “incitando, spronando, incoraggiando, consolando”.
Un bel quadro che consola mostrando che l’imperturbabilità non è di nessun umano, neppure dei grandi poeti che la tempesta delle passioni sconvolge al pari dei miseri mortali.
L’articolo ha fine con una nota di soffusa malinconia ché forse non c’è età in cui non si sia stati meglio prima.
Così la chiusa, ripensando alle bocce in cui si conservava il vino, le compara alle “forti bottiglie di vetro munito di ampia etichetta con cui si esporta il vino delle Cinque Terre in frode al puritanesimo proibizionista dell’America”.