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Una storia spezzina

Sprugoleria

L’affettuosa biografia ‘do o Gigio’, l’oste della Spezia di fine ‘800

di Alberto Scaramuccia

Via Chiodo amarcord

Già altre volte ho ricordato la figura di Luigi Bonati vulgo o Gigio, oste che fu amico di grandi poeti cui mesceva il rinforzato che forse fece nascere qualche rima. Ho già detto che la sua cantina stava nello slargo al termine di via Chiodo, area ancora ignara che decenni dopo avrebbe subito l’affronto degli archetti colorati. Ugualmente sappiamo della corrispondenza che o Gigio intessé con gli amici versificatori con cui scambiava botigie de vin bon con belle rime. Era quasi alla fine dell’Ottocento, ma dopo il periodo eroico che ne fu di lui?

Un articolo del dicembre del ’24, unico documento, dice che, Presidente della Cassa di Risparmio, entra ogni mattina alla 9 nella sede di via Duca di Genova. Io aggiungo che allora s’ignorava che in futuro la strada avrebbe cambiato nome e che la banca degli Spezzini avrebbe cambiato sede e padrone. O Gigio è “un omino asciutto, colorito, d’aspetto sano, una bella criniera di capelli bianchi, due baffoni di burbero bonario, due occhietti vivi e puntuti che frugano e scrutano”. Vive “ormai solitario, reso un po’ orso dall’età e dal sentirsi in un mondo che non è più il suo”.

Si apre solo con gli amici più intimi. Quando è in loro compagnia, torna a farsi sentire l’antica passione per la rima bella. Non è un poeta ma “di un verso sa dirti dove è un’asprezza o una durezza”, ne indica giusta dizione, accenti, pause. Racconta aneddoti “della non breve comunanza di vita con quegli spiriti superiori”. Al ricordo con una lacrima spunta fuori un pacchetto dove tiene, assicurate da un bel fiocco, le lettere di Pascoli. Qualcuna che il giornale cita non figura nel carteggio che è ben noto. Quanta amicizia! Scrive Giuanin:
“Credevo di aver trovato un amico: ho trovato un Dio; quando tu voglia la mia vita, chiedimela: è tua”. “Ti mando cinque sogni (5 copie de Il sogno di Rosetta). Non era un libretto ma una cantata a cui Mussinelli ha voluto dare mirabile sviluppo. Manda cinque bottiglie del liquido miele delle Cinque Terre come cinque sogni io t’ho mandati”.
E in altra lettera: “il vino mandamelo in nome della letteratura italiana!”.

Ma Pascoli non faceva solo poesia. Era anche “il mite abitante dei campi” che quasi implora “Avvisami che verrai! Vieni, ho tanto bisogno di allegria con la mia Maria! Si lavora come eroi e non si riscuote che ingiurie e malevolenza italiana, cioè feroce”. È un brutto periodo per il poeta che in un bigliettino senza data singhiozza la sua pena. O Gigio lo apre a malincuore, quasi a fatica, per non svelare l’antica sofferenza dell’amico: “Tanti, tanti saluti da un abbandonato, da un dimenticato!”.

continua