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Quando il Pci si allargò al ceto medio - Citta della Spezia
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E cambiò nome

Quando il Pci si allargò al ceto medio

La bandiera del circolo Guido Rossa del Pci

Lo scorso 21 gennaio è ricorso il centenario della fondazione del PCd’I, il primo partito comunista italiano che già nel nome rinunziava alla propria autonomia decisionale per rimetterla in mani altrui: Partito Comunista d’Italia – sezione della III Internazionale.
L’organizzazione mantenne questa denominazione nelle traversie interne e mondiali fino al 1942 quando Stalin decise lo scioglimento del Comintern quale segno esplicito agli Alleati Gran Bretagna ed Usa che il sogno della rivoluzione mondiale era, per il momento almeno, decisamente accantonato, gesto di realpolitik che è premessa di quanto succede dopo, da Yalta alla cortina di ferro.
Fino a quella data non credo che ci sia stata discontinuità fra i due partiti dai nomi tanto simili ma comunque diversi. La situazione europea, la fedeltà all’Urss il cui aiuto per il Pci era indispensabile, la penetrazione nelle masse del mito sovietico che datava alla Rivoluzione e che il culto di Stalin aveva poi accresciuto, di fatto mantengono il fil rouge che assicura la continuità nel tempo e che si vede nei momenti cruciali e drammatici quale fu, ad esempio, la rivolta ungherese del ’56, anno anche del XX Congresso del Pcus e della calata dal cielo dei parà anglo-francesi su Suez.
Quando nel ’92 Occhetto cambia il nome al Partito, tutti, commentatori e politici, dicono che non è quella la prima volta che il Pci cambia nome riferendosi proprio all’organismo nato nel ’21.
Io penso, invece, che il Pcd’I-Pci cambiò nome quando le forze del cambiamento si individuarono oltre che negli operai e nei contadini, anche nel “ceto medio”, cosa che avvenne con la modifica dello Statuto che avvenne, credo, nell’VIII Congresso del’56: vado a memoria, oggi è impossibile frequentare le biblioteche. In precedenza si parlava solo di «proletariato» individuandolo in «operai e contadini». Con la modifica la platea si allarga ai «lavoratori»: una vera e propria rivoluzione culturale che si attua modificando lo Statuto che di ogni organizzazione rappresenta la ragione sociale. È così che cambia il nome.
Del resto, ricordava Lelio Basso che già in un colloquio alla Costituente, Togliatti gli confidava che il Pci prima o poi avrebbe dovuto cambiare nome per diventare un grande partito unico dei lavoratori.
Termino dicendo che mi ha sempre stupito la mancanza di un partito comunista nei Paesi monarchici del nord Europa. La situazione istituzionale avrebbe dovuto favorirne la nascita, ma là funzionava da tempo un welfare che fornendo servizi ridistribuiva in qualche modo la ricchezza prodotta trovando un punto di equilibrio nella dialettica sociale.

Alberto Scaramuccia