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Il ricordo

Cent’anni fa nasceva Gian Carozzi, interprete dello spazialismo dimenticato dalla sua città natale

Gian Carozzi

Quasi che fossi uno storico dell’arte e non semplicemente un uomo che con gli artisti e il loro lavoro mi piace confrontarmi, nei mesi scorsi, ho ricevuto in omaggio una bella pubblicazione edita da Skira, dedicata a Gian Carozzi. Un lavoro notevole, quello compiuto dall’Archivio Carozzi insieme a quello di Lara Conte che ha curato la pubblicazione. Uno sforzo non da poco, capace di dare giusto riconoscimento a un artista che fu trai protagonisti di uno dei più importanti movimenti del dopoguerra.

Figlio del collezionista Nino Carozzi, Gian ebbe modo, fin dalla sua gioventù, di godere dello straordinario rapporto che il padre aveva con artisti come Gerardo Dottori, Giorgio De Chirico, Giuseppe Capogrossi, Corrado Cagli, Mario Sironi, Carlo Carrà, tanto per citare i più noti. Alla Spezia, dove Gian Carozzi nacque il 29 marzo del 1920, ebbe modo di nutrirsi del fermento culturale artistico creatosi grazie alle diverse edizioni del Premio del Golfo, a cui molti degli artisti entrati nella collezione di famiglia ebbero modo di partecipare e di aggiudicarsi premi e riconoscimenti.

Ma tutto questo non dovette bastare ad appagare l’artista, che fu capace di alimentare la propria curiosità verso la pittura visitando le mostre nazionali dell’epoca, quali ad esempio la Quadriennale di Roma nel 1943. Carozzi sentì il bisogno di uscire dalla provincia per trovare nuovi orizzonti e coltivare sperimentazioni a Milano e Parigi fino al finire degli anni ‘70. Proprio a Milano, prima grazie alle attività del movimento “Corrente” e poi, da li a seguire negli anni ’50, attraverso la partecipazione alle avanguardie artistiche che stavano elaborando le teorie legate allo Spazialismo, l’artista trovò la propria prima dimensione. Sono gli anni in cui il “Manifesto Blanco”, che Fontana elabora in Argentina nel 1946, arriva a Milano grazie alla galleria Apollinaire, per diventare successivamente Manifesto dello Spazialismo di cui Gian Carozzi diventa firmatario nel 1951 (III° Manifesto dell’Arte Spaziale) e nel 1952 (Manifesto del Movimento Spaziale per la Televisione).

Ma al di là dei singoli accadimenti, che sono parte delle grandi trasformazioni che hanno interessato l’arte e la società del secolo corso, è giusto riconoscere il grande valore dell’artista che, grazie alla meticolosa attività scientifico condotta dall’Archivio Carozzi, ha trovato nuova luce e rinnovato interesse. Il suo successivo ritorno alla provincia, scegliendo Sarzana quale dimora e studio, in cui dedicarsi alla ricerca artistica fino a caratterizzarne la ridotta produzione, in un cammino che giustamente viene indicato da Lara Conte, come “solitario”, in una pittura che “mette in crisi le definizioni e vaporizza i confini tra astratto e figurativo, tra avanguardia e inattualità”, non giustifica il fatto che nel centesimo anniversario, la città in cui è nato non si sia occupata di lui.

Paolo Asti