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I piroscafi del Miglietta in una Spezia impoverita dalla guerra - Citta della Spezia

Una storia spezzina

Una storia spezzina

I piroscafi del Miglietta in una Spezia impoverita dalla guerra

di Alberto Scaramuccia

Morin nel dopo guerra

Il popolo che lo coltivava copioso nella propria terra, diceva che le loro divinità si nutrivano con il cacao. Forse questo era un modo per esorcizzare con il gustoso alimento i tanti problemi che attanagliavano la loro esistenza. Penso che anche noi oggi ci siamo comportati nello stesso modo: con le uova liberate dalla carta inutile quanto le funi che imbrigliavano le campane, cacciavamo i fantasmi che c’inseguono. Per liberarci dalle ossessioni, ciò che soddisfa lo stomaco libera la mente. Cento anni fa, ad esempio, la stampa distrae dai problemi della pesante crisi che attanagliava l’economia vantando i progressi della produzione industriale di cui si mettevano in rilievo più i dati positivi che quelli di segno opposto.

Ho già ricordato più volte quanto fosse duro il dopoguerra di un secolo fa: mancanza di lavoro ovunque, poche risorse per effettuare la riconversione industriale, malumore sociale diffuso a ampio raggio. Era il panorama di ogni luogo del Belpaese e la Spezia, ahinoi, non faceva certo eccezione. Allora, proprio il giorno della Pasqua che cadeva il 4, in una sorta di metafora, profana nella sua blasfemia, della resurrezione, si dice che al cantiere Miglietta di Fossamastra è stata impostata la chiglia del primo piroscafo che venne allestito in quello scalo.

Il Miglietta era una sorta di miracolo produttivo dato che era sorto nel giro di soli pochi mesi in un’area fino ad allora acquitrinosa e antigienica, costruito nella sua struttura mentre il fondatore Vittorio Miglietta comprava in America le seimila tonnellate di ferro necessarie per fare un paio di piroscafi. Gli è che tutta la zona era un cantiere. Troneggia l’imponente Ansaldo San Giorgio che vede sulla sponda opposta i due cantieri satelliti di Cadimare e del Fezzano; lo attornia una piccola corte di fabbriche e officine, una presenza di comignoli che inorgoglisce ‘Il Tirreno’, il quotidiano che scrive questa pagina. C’era all’epoca una forte tensione sociale, si avvicinavano tempi non semplici, ma vedere, nonostante tutto, crescere il lavoro sotto i propri occhi dava fiducia per i giorni a venire. Sembra un panorama di magnifiche sorti e progressive ma è sufficiente girare la pagina per trovare la sorpresa.

Gli arsenalotti, che sono da qualche giorno impegnati in una dura agitazione salariale perché la loro paga non regge la curva dell’aumento dei prezzi, si radunano in comizio che si tiene via Milano all’interno del cortile delle case operaie posto fra le vie Roma e Napoli. Il luogo è insolito per una riunione del genere ma ci dice della centralità politica che aveva allora l’Umbertino.