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Una storia spezzina

Una storia spezzina

La petite citè fra i monti e la plus belle des mers

di Alberto Scaramuccia

Dora d’Istria

Dora d’Istria è lo pseudonimo che si era scelto Elena Ghika, nomi che entrambi suonano ostici come fu Carneade per don Abbondio. Ma questa fu nobildonna dell’alta aristocrazia europea ed un’intellettuale, esponente di spessore di Romanticismo e Femminismo, considerata l’equivalente per l’Europa orientale di Mary Shelley o di Madame Destaël.
Nata a Bucarest nel 1828 e morta sessantenne nell’amatissima Firenze (fiorentina di elezione, recita una targa apposta in sua memoria dal Comune toscano), era rumena di origini albanesi, figlia di una prestigiosissima famiglia anche se, per l’educazione impartitale, era di cultura russa ed italiana. Aveva studiato in Germania e parlava correntemente francese, inglese e greco. Così impregnata della nostra cultura da essere membro dell’Accademia dei Lincei come di diverse altre Società culturali, nutrì anche interessi sportivi tanto che fu la prima donna a scalare il monte Bianco sulla cui vetta portò il suo nome di principessa Koltzova Massalskaya per il nobile russo che l’aveva sposata.

Ma perché ad una rubrica spezzina interessa Dora d’Istria? Gli è che, dimorando lei a Firenze, la Spezia era ad un passo ed il golfo soprattutto è protagonista della sua attività letteraria. Se nel “Nouveau journal des voyages”, rivista in francese per viaggiatori, dedica non poco spazio a Portovenere, nel 1867 pubblica “Le Golfe de la Spezia” che della nostra città è una descrizione intelligente in una quindicina di pagine corredate da raffinate incisioni di Thérond e di Bayard, due litografi francesi che creano suggestive immagine dei nostri posti e dei loro abitanti. Qua Dora fu nell’estate di quell’anno dato che a luglio partecipa alla festa dell’Acquasanta.

La nobildonna ritiene che il Golfo sia una delle più belle contrade di questa magnifica Italia ed è attratta degli scorci ravissants, incantevoli, del litorale della Spezia, petite citè che si erge fra i monti e quello che lei giudica la plus belle des mers. Ma quello che maggiormente la affascina è il cambiamento fra la vecchia città indolente conosciuta attraverso gli scritti di Byron e la realtà viva e palpitante che si manifesta possente ai suoi occhi: un centro che si avvia verso la modernità i cui ritmi sono scanditi dai colpi dei martelli e dai fischi delle macchine a vapore ed in cui si può arrivare da Pisa nel giro di qualche ora. L’Arsenale sarebbe stato inaugurato due anni dopo, ma già si percepiva nell’aria, e Dora lo avverte nettamente, che il destino riservava alla piccola città d’antan un futuro di dinamico progresso, considerazione quasi da futurista ante litteram.