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Una storia spezzina

Una storia spezzina

La nuova "razza" arsenalotta, Spezia terra di migranti

di Alberto Scaramuccia

L'ingresso principale dell'arsenale militare

Una conseguenza dell’Arsenale (lavori di costruzione prima, attività manifatturiera poi) fu la venuta di una marea di persone che provenivano da ogni dove del Paese rispondendo alla richiesta di mano d’opera avanzata dal territorio.
I censimenti sono eloquenti. Nel 1861 quando di Arsenale si parla solo, sono 11556 i residenti che salgono a 24127 dieci anni dopo e poi a 31565 nel 1881, 3° censimento. Il dato percentuale è impressionante: in vent’anni l’incremento demografico è del 173,25%.

Non servono commenti. C’era bisogno di gente e la gente viene: inizialmente dalle limitrofe Riviera e Lunigiana, poi dalle altre regioni in un mulinello che presto diventa vortice che attira e centripeta dove il centro è il territorio spezzino che tutto beneficia dell’ondata migratoria che cerca lavoro e qua lo trova.
Davanti ai nuovi arrivi l’elemento nativo arretra non reggendo il confronto con la marea che lo travolge con usi, costumi, parlate che subito s’impongono sui vecchi modi della relazione a fare inizio dal mantenimento del ceppo primigenio di cui in breve muta il DNA per l’incrocio con i nuovi venuti. Certo, ancora oggi si mantengono nomi spezzini (Torracca, Vesigna, Vignali, Cozzani, per dirne qualcuno), ma non credo che quei maschi dal cognome autoctono abbiano sposato solo femmine di pari tradizione sprugolina.

Dall’Arsenale scaturisce una nuova “razza” che parla una lingua in cui accanto a termini autoctoni che si mantengono, figurano parole impensabili prima che condannano alla morte linguistica vocaboli che oggi ricordiamo come antiquariato lessicale ma non fanno più parte del nostro eloquio quotidiano. Anche se se ne conosce il significato, chi dice più ratatoia per la roba da poco?

Arrivò tanta gente e ne nacquero persone che altrimenti non sarebbero nate. Per questo io, nativo di terza generazione, sono un verace spezzino moderno. Dei nonno uno solo era indigeno. L’altro veniva da Levanto in un’epoca in cui più che i rari treni per venire alla Spezia andavano di moda remi e scarpe. Le nonne erano di altre regioni. Se il volano dell’Arsenale non avesse attirato qua le loro famiglie, gli avi non si sarebbero mai conosciuti, non sarebbero nati i genitori e via andare fino ai nipoti.
Ecco perché parlo di una razza (termine improprio, lo so) nuova. La progenie non era assicurata dalla continuità di una presenza nel territorio, ma dipendeva dall’accidente della migrazione: una casualità che si fa causalità del nuovo insediamento umano che cresce nella nuova Spezia, non più racchiusa all’ombra delle sue quattro mura ma gravitante attorno all’Arsenale Militare.