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Gli spezzini di fine Ottocento, monarchici o repubblicani? - Citta della Spezia

Una storia spezzina

Una storia spezzina

Gli spezzini di fine Ottocento, monarchici o repubblicani?

di Alberto Scaramuccia

Il busto dedicato a Ubaldo Mazzini

Un gentile lettore mi chiede se gli Spezzini alla fine dell’Ottocento fossero animati da spirito repubblicano oppure se albergasse nei loro petti la fedeltà ai Savoia autori, bene o male, dell’Unità d’Italia.
Sarebbe banale rispondere che entrambe le convinzioni erano presenti nell’opinione pubblica della Sprugola.
Motivazioni ideali s’univano a interessi pratici. A quel tempo la città era egemonizzata dalla Marina che leale alla Dinastia, indirizzava in quel senso il pensiero della città su cui arrivavano benvenute le commesse dell’Arsenale. D’altra parte, la propaganda mazziniana da un po’ agiva sugli Spezzini il cui territorio per la sua composizione sociale era stato visto da tempo quale possibile base di partenza per attività insurrezionali. Francesco Zannoni, per dirne una, era stato mandato qua proprio per quello scopo; il fatto che non vi riuscisse con il successo riportato da imprenditore turistico, è altra questione.
Però, non sapendo proprio dire in quale percentuale i due sentimenti si confrontassero, mi rifaccio ad un articolo che compare sul settimanale “La Spezia” del 17 maggio 1890, dunque esattamente 128 anni or sono. Dal titolo “I fucilati della Giovane Italia”, il pezzo è firmato dalla sigla “U.M.”: una caramella a chi riconosce l’autore.
U.M. scrive ricordando le origini della Giovane Italia, la società che Giuseppe Mazzini aveva fondato per creare un’organizzazione aperta alla società civile più della Carboneria. L’occasione gli è fornita dalla traslazione a Staglieno da altro posto di Genova “delle ossa” di tre aderenti all’organizzazione mazziniana, che si effettua il giorno seguente all’uscita del giornale. Si tratta di Miglio, Gavotti e Biglia, catturati assieme a Jacopo Ruffini. Ad essi prima dell’esecuzione si tentarono di strappare con tutti i mezzi informazioni. Ruffini, che del gruppo è il più conosciuto, si suicidò in carcere svenandosi con il chiodo di una porta per non parlare.
Questo ricorda U.M. nell’articolo di cui è importante la chiusura: “Certe macchie non si lavano, certi fatti scritti a carattere di sangue nelle pagine della storia non li cancella né il tempo né la menzogna”.
Quanto l’articolo fosse rappresentativo della realtà spezzina, non è cosa facile a dirsi, ma faccio presente una volta ancora come ogni testata sia lo specchio, più o meno ampio e fedele, della società civile che la legge.
Neppure tralascerei la delusione del ventiduenne Ubaldo Mazzini (ebbene sì: U.M. era lui) di fronte all’asservimento del territorio alla Marina che incrementava la sfiducia verso la Casa regnante alimentando altre opzioni.