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A Gabriele Tinti il Premio Montale “Fuori di casa” 2018 - Citta della Spezia
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Sezione poesia

A Gabriele Tinti il Premio Montale “Fuori di casa” 2018

La consegna mercoledì 21 marzo al Museo Nazionale Romano, Palazzo Altemps con un riconoscimento a Franco Nero.

Gabriele Tinti

Il 21 marzo alle 17.30 a Roma, in occasione della Giornata mondiale della poesia, presso il Museo Nazionale Romano – Palazzo Altemps, lo scrittore Gabriele Tinti verrà insignito del Premio Montale Fuori di Casa – Sezione Poesia. Le opere dello scrittore saranno lette dall’attore Franco Nero, al quale verrà conferito come riconoscimento un’opera tratta dal Codex Combanus di Piero Colombani. La cerimonia verrà introdotta dal Direttore del Museo Nazionale Romano, Daniela Porro, dalla Presidente del Premio, Adriana Beverini, e dalla Vice presidente, Barbara Sussi, e vedrà dialogare l’autore con il Prof. Avv. Emmanuele Francesco Maria Emanuele, Presidente della Fondazione Roma e Fondazione Terzo Pilastro, con la Prof.ssa Gabriella Palli Baroni e con Alessandra Capodiferro, che ha curato alcuni appuntamenti della serie Rovine a Palazzo Altemps.

La serie Rovine per la quale lo scrittore sarà premiato ha coinvolto nel corso degli anni importanti attori tra i quali Joe Mantegna, Robert Davi, Burt Young, Alessandro Haber, Luigi Lo Cascio, Enrico Lo Verso, Franco Nero, e musei di rilevanza internazionale come il Metropolitan Museum di New York, il J. Paul Getty Museum di Los Angeles, il British Museum di Londra, la Gliptoteca di Monaco, il Museo Nazionale Romano, il Museo Archeologico di Napoli, i Musei
Capitolini e il Museo dell’Ara Pacis. La serie ha ricevuto il supporto di Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, Servizi museali Zètema Progetto Cultura, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Fondazione Terzo Pilastro-Italia e Mediterraneo / Ritratti di poesia, oltre che di tutti i Musei prima citati. Così il poeta spiega il progetto: “Rovine raccoglie una serie di scritti in forma di versi, frammenti e brevi saggi che ho destinati alla scultura vivente dell’attore, al kolossos capace di fornire nuova voce a ciò che è oramai irrimediabilmente scomparso.

Questo tentativo muove dal tragico senso di morte, di vacuità, che appartengono persino ai nostri capolavori che vorremmo eterni. L’indeterminatezza che ha circondato spesso le loro attribuzioni, il carattere talvolta puramente ipotetico degli studi, le disiecta membra, la frammentarietà mutilata, con le quali quasi sempre dall’antichità sono giunti sino a noi, rappresentano quel che rimane del desiderio dell’uomo di avvicinarsi agli dei. Perché “quel che riguarda il corpo è una corrente che passa, quel che riguarda l’anima sogno e vanità; l’esistenza è battaglia in terra straniera; la gloria postuma oblio” (Marco Aurelio), lenta caduta nella dimenticanza, nell’indifferenza dell’inorganico. Neanche le nostre opere ne sono immuni, così come ciò che più veneriamo. Nonostante il nostro disperato tentativo di preservarle e
di resistere”.