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Caprioni: “Festival folk di Piazza De Andrè preserva la nostra cultura”

I Tenores di Bitti con l'assessore Caprioni e Tognoni

“Il Laboratorio Piazza De Andrè, nella sua versione ‘Folk music meeting’, è partito in sordina ma ha subito riscosso un’attenzione elevatissima e un grande successo di pubblico, tanto da mettere a dura prova la capienza della bella ma non grande piazza”. Così l’assessore alla cultura di Sarzana Nicola Caprioni che al termine della tre giorni aggiunge: “Credo invece che proprio da attività di questo genere possa partire la riscossa di Sarzana. Oggi, in campo musicale come in ogni settore culturale o commerciale il rischio più grave che si corre è l’assimilazione, la scomparsa delle differenze e delle culture e tradizioni dei vari popoli. La globalizzazione tende a uniformare, omogeneizzare a rendere tutto uguale. Si canta in una sola lingua, i ritmi sono sempre i soliti, i gusti tendono a scomparire e ad appiattirsi. Il risultato è che un enorme patrimonio di identità e di culture finisca in un unico gigantesco tritacarne che ci servirà un prodotto secondo il gusto che chi domina il mercato ha deciso che tutti dovremmo avere.
L’idea di un festival della musica etnica, popolare e folcloristica è un’idea forte e innovativa. Sono poche le iniziative di questo tipo, particolarmente in Italia, e nel Nord del Paese va ancora peggio che nel Sud, ove almeno alcune tradizioni si sono meglio conservate”.
L’assessore prosegue: “Sarzana è fiera della sua storia, della sua cultura, della sua identità. Questa identità ha molteplici aspetti, essa si rivela nelle architetture dai tipici colori liguri che si confondono con stili padani e toscani, nella spungata, come nei “turdei”, nel Vermentino e nella torta scema c’è l’identità di Sarzana. Nella sua orgogliosa e originale parlata, che ha fatto discutere generazioni di glottologi. Le Fortezze sono l’identità di Sarzana, come la sono i campanili di S. Andrea e S. Maria. Più difficile è riconoscere un’identità musicale. L’Italia è il paese del bel canto. L’italiano è la lingua internazionale della musica (andante, allegro, andante con brio), ma le testimonianze peculiari delle nostre terre sono avare. Non siamo fortunati come territori del meridione, Napoli in testa, con una straordinaria ricchezza canora e musicale. Non abbiamo neppure conservato le tradizioni, come hanno fatto altrove con la tarantella o la pizzica. Per questo, proprio perché il festival si svolge nella piazza dedicata a Fabrizio De André, poeta, cantautore e uomo di cultura, dobbiamo seguire il suo esempio. Il compianto “Faber” ha scritto e cantato brani straordinari, ma il suo capolavoro culturale è “CREUZA DE MA’”. Per farla De André ha girato per le montagne e per il mediterraneo alla ricerca di suoni antichi e di strumenti desueti, ha avuto il coraggio di lanciare un disco in dialetto genovese, una lingua bellissima, ma che tutti giudicavano non adatta o poco comprensibile ai più. Ha tracciato la strada maestra. Dobbiamo scoprire le nostre tradizioni, la GIGA, la POLKA, la MAZURKA, il MAGGIO, il PERIGORDINO, e, contemporaneamente familiarizzare con strumenti come la ghironda, il piffero, la piva, la fisarmonica, violino e violoncello”.
“Conosco e apprezzo – dice ancora Caprioni – le grandi capacità in termini di cultura musicale e di organizzazione di Alessio Ambrosi. Tutti noi rimpiangiamo “L’Acoustic Guitar Meeting”, che ha portato Sarzana al centro dell’attenzione nazionale e fatto le fortune dell’economia locale, nel periodo del suo svolgimento. Da lui ci aspettiamo un nuovo miracolo. L’dea è giusta. La musica etnica e folcloristica è una nicchia con molti interessati e poco sfruttata. Può rappresentare straordinarie occasioni di scambi e di incroci di culture, e, in questo momento, può anche essere un segnale di pace e cultura di straordinario interesse. La condizione essenziale per realizzarlo e per avviare proficui scambi con le culture e i ritmi di altre parti d’Italia o di altri Paesi è quella di avere una nostra identità, una nostra cultura, qualche cosa di nostro da offrire, in altri casi diventeremmo solo terreno d’invasione e di sottomissione a culture altrui, e la cosa francamente non ci interessa”.