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I vagiti di Sarzana nel XII secolo, poi l’orto dei frati e il parcheggio

Dal cantiere per il parking interrato, le testimonianze di una storia antica.

Scavi al campetto

Ieri a Sarzana l’associazione Niccolò V ha ospitato la presentazione dei primi risultati dello scavo di archeologia preventiva condotto presso il campetto di Santa Maria, diventato oggetto di un cantiere finalizzato alla realizzazione di un contestato parcheggio interrato. La relazione, a cura di Neva Chiarenza, della Soprintendenza, e dell’equipe di archeologi formata da Cristina Otera, Luca Parodi e Ivo Triscornia – affiancati dal soprintendente della Liguria, Vincenzo Tinè – è stata preceduta da un’introduzione utile a contestualizzare la vicenda. La prima versione del progetto del parcheggio sotterraneo viene presentata fra il 2005 e il 2006. Sono prescritti alcuni sondaggi, che mettono in luce alcuni lacerti murari di difficile lettura, privi materiali datanti, poco al di sotto del piano dì calpestio. La poca tessitura ancora leggibile e la malta indicano comunque che si tratta dì elementi storici medievali o postmedievali. Viene pertanto apposto il vincolo. Nel 2012 il Comune invia alla Soprintendenza il progetto aggiornato, dichiarando l’intenzione di iniziare i lavori. Il funzionario, dott.ssa Gervasini, prescrive assistenza archeologica onde accertare l’eventuale presenza di altre evidenze. I lavori iniziano nel 2016 ad opera della Musetti srl, e nell’occasione viene ribadita – dalla dott.ssa Mancusi – la necessità di assistenza archeologica. Durante la prima settimana di scavo emergono nuovi resti ed è quindi imposto il fermo lavori. Si richiede così uno scavo in estensione e una variante di progetto. La Musetti srl propone di rinunciare alla parte interrata e di creare un parcheggio coperto sopraterra, che quindi non interferisce con strati archeologici. Lo scavo archeologico, condotto dai menzionati Tìscornia, Parodi e Otera, dura poco più di un anno, contando la prima fase di verifica nell’estate 2016 e la ripresa dei lavori che ha interessato tutto il 2017 fino a giugno. L’intervento – questo l’auspicio di chi se ne è occupato – potrebbe essere accolto in una pubblicazione, ma servono sponsor.

“Le ricerche – hanno spiegato Chiarenza – hanno interessato tutta l’estensione del campetto, mettendo in luce tracce molto lacunose: il settore sud ha restituito i resti di alcuni muri rasati in antico fino ad una quota di poco superiore alla fondazione, in alcuni casi asportati integralmente. Malgrado questa situazione renda l’area inadatta ad una valorizzazione, queste demolizioni raccontano all’archeologo una storia ricca e interessante. Lo studio preliminare della stratigrafia, di ciò che rimane delle tessiture murarie e della loro posizione planimetrica ha permesso di avanzare alcune ipotesi sulla storia dell’area, confrontandole con i dati di archivio. Questa fu più volte risistemata, distruggendo e ricostruendo, fino a quando, nel corso del XV secolo, gli edifici furono definitivamente rasati per fare spazio all’hortus del convento domenicano, a sua volta distrutto, coerentemente con la politica napoleonica, per assecondare una concezione urbanistica diversa, di cui il teatro Impavidi fa parte. Rimangono ben visibili i resti del pozzo ‘a cicogna’, adiacente al muro che dà su Via dietro il teatro e databile per le sue caratteristiche strutturali e per la posizione stratigrafica al Seicento o al Settecento”.

L’interpretazione del dato archeologico, dipanata da Triscornia, racconta di un fazzoletto di terra che è andato incontro a frequenti mutazioni. Le prime evidenze – ‘evidenze negative’, in sostanza dei buchi dove erano conficcati pali lignei – rimandano a poco prima dell’anno mille, ai vagiti della vita sarzanese. E, secondo l’equipe, l’area del campetto ha ospitato, all’inizio del XII secolo (il metodo del carbonio saprà poi offrire collocazioni temporali ancora più precise), il nucleo abitativo più antico di Sarzana. Un gruppo di case nell’area sud, a ridosso di Via dietro il teatro. E a nord, una struttura muraria; qualche metro sopra, un fossato. Poi, nella prima metà del Duecento, l’espansione urbana si mangia il muro e si stende sul fossato ormai colmato. A fine ‘400 l’area risulta liberata da abitazioni e divisa di fatto a metà da un muro riconducibile all’impianto della cittadella medicea, realizzata proprio agli sgoccioli del secolo XV. Parte di questo muro sopravvive per un po’ di tempo, anche quando l’area diventa l’orto dei Domenicani, che già da metà Quattrocento stanno nell’attuale Teatro Impavidi. La destinazione agricola (riscontrabile anche nella carta di Sarzana realizzata da Panfilio Vinzoni nel 1750) fa sì che sorgano strutture come il ben visibile pozzo ‘a cicogna’. La successiva grande trasformazione arriva nel Novecento, con l’edificazione della canonica e lo stop all’evo agricolo. E adesso, spazio al parcheggio. L’ennesimo volto per quel trapezio di terra da dove quasi mille anni fa ha alzato la testa Sarzana.