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Cultura e Spettacolo

Heimweh, nel rifugio antiaereo un’opera su guerre e migranti

Tra il 27 e il 29 gennaio lo spazio di fronte a Scalinata Quintino Sella vedrà l'esposizione di un'installazione di Daniela Spaletra, Maria Grazia Cantoni e Andrea Luporini. Da questa sera inizia la raccolta di coperte per realizzare l'opera stessa.

Galleria Quintino Sella

Il rifugio antiaereo di Scalinata Quintino Sella ritorna protagonista: sarà infatti palcoscenico di Heimweh, una installazione artistica sul tema dei migranti in fuga dalla guerra, tra il 27 e il 29 gennaio in occasione del Giorno della Memoria.

A partire da questo fine settimana, Distrò, Origami e Borgata organizzano una raccolta di coperte per sostenere Heimweh, progetto artistico di Daniela Spaletra, Maria Grazia Cantoni e Andrea Luporini.
Abbiamo bisogno del vostro aiuto per realizzare un’opera che verrà esposta in occasione della Giornata della Memoria, nei giorni 27-28-29 gennaio presso il rifugio antiaereo Quintino Sella (davanti a Biso): al termine dell’installazione parte delle coperte verrà spedita nei centri di prima accoglienza in Grecia e parte distribuito sul territorio spezzino.
Qualsiasi contributo è utile e apprezzato!

Heimweh è una parola tedesca che non trova una diretta traduzione in italiano ma rimanda alla nostalgia di casa, della terra di provenienza, una nostalgia che non è solo un sentimento di malessere legato a una mancanza ma un dolore profondo, assimilabile a quello fisico. L’opera di Maria Grazia Cantoni, Daniela Spaletra e Andrea Luporini pone l’attenzione sul dramma dei migranti, sullo stato d’animo di persone messe in fuga dalla guerra e costrette a trovare rifugi di fortuna nei paesi occidentali. Ispirati dall’antica tradizione siriana di realizzare patchwork di coperte cucite tra loro, la coperta è la prima cosa che viene fornita ai naufraghi per proteggerli dall’ipotermia ma è anche l’unico riparo di cui dispongono i senza tetto. Si tratta di un oggetto pensato per essere utilizzato individualmente, è un rifugio personale che delimita il proprio spazio e forse la propria individualità e la propria solitudine. In Heimweh, gli artisti rendono questi singoli elementi parte di un riparo più grande e comunitario dove le esperienze, i traumi, i sogni e le aspettative possono essere condivisi. Il tunnel che lo spettatore attraversa, a differenza di quello che lo ha ispirato, non è un luogo di passaggio ma di sosta. Non lo si attraversa freneticamente perché non porta in nessun altro luogo, non ci sono treni da prendere o persone sdraiate da scavalcare, non c’è fretta: l’esperienza è nel tunnel. Gli artisti ci invitano a fermarci al suo interno, ad esplorare il suo spazio soffermandoci sulla sua struttura e sui materiali che lo compongono, elementi comuni presenti nella nostra quotidianità che possono però fare la differenza tra la morte e la sopravvivenza e che, cucite con una tecnica siriana, rappresentano anche una possibilità di unione e condivisione tra la comunità mediorientale e quella italiana.

Per realizzare Heimweh, Cantoni, Luporini e Spaletra si sono serviti di un cospicuo numero di coperte, reperite attraverso una campagna di crowdfunding finalizzata a donare questi oggetti ai campi profughi. Il loro utilizzo artistico è dunque temporalmente limitato: ritenendo che l’arte abbia anche il compito di farsi portatrice di un cambiamento reale all’interno della società, al termine della mostra, gli artisti separeranno di nuovo le coperte e le doneranno alle strutture in cui vengono accolti i migranti. (testo di Emanuele Riccomi)