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Caso Facio, Neri: "Una coscienza democratica nuova" - Citta della Spezia
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Caso Facio, Neri: "Una coscienza democratica nuova"

Intervento del direttore del Museo audiovisivo della Resistenza

Partigiano Facio

Ringrazio Giorgio Pagano e Cesare Cattani per i loro contributi relativi al convegno organizzato dal Museo della Resistenza sul caso Facio svolto a Sarzana il 28 marzo, che sono stati pubblicati di recente da CDS nelle rubriche Luci della città e Lettere a CDS. Li ringrazio per i contenuti e per gli spunti di ragionamento e di coinvolgimento che promuovono e vorrei fare anch’io la mia parte in questo senso. E’ vero come dice Cattani, che spesso i convegni lasciano il tempo che trovano e rischiano di restare sterili. Come organizzatori del convegno di Sarzana ne eravamo consapevoli e proprio per questo abbiamo scelto un tema che non può permettersi di questi risultati. Lo sappiamo da molto tempo e abbiamo avuto conferma anche di recente alle presentazioni del libro di Luca Madrignani dedicato al caso Facio: il tema è molto sentito, è caldo come usa dire. Tanto è vero che mi auguro che il dibattito possa continuare in tutte le sedi, compresa questa. Sappiamo e l’ho detto di persona al convegno in oggetto che mancano ancora dei tasselli importanti a questa storia.

Credo anche che tutti coloro che sono legati alla Resistenza e che sono nelle condizioni di portare un contributo storico dovrebbero sentire il dovere di partecipare. E sarebbe il momento, nell’anno del 70° anniversario della Liberazione di trovare una volontà nuova e unitaria rispetto alla richiesta di revisione della motivazione falsa con cui lo Stato italiano ha assegnato la Medaglia d’Argento a Dante Castellucci Facio nel 1963.

Rispetto al merito del convegno , Pagano ha già riassunto molto bene i dati essenziali. Aggiungerei soltanto una precisazione: stimo molto Maurizio Fiorillo che inoltre è parte integrante del Comitato Scientifico del Museo della Resistenza. Non ho mai messo in discussione la sua ricostruzione delle responsabilità politiche spezzine sulla fucilazione di Facio, sulle quali concordo e mi auguro che prossimi studi riescano a specificarle con maggiore chiarezza. Mi distinguo da lui solo per il fatto che penso, ma è più corretto dire temo, ci siano anche delle corresponsabilità che coinvolgono alcuni esponenti del PCI di Parma e di Reggio Emilia. Sia chiaro che una cosa non esclude l’altra, e nemmeno le responsabilità dirette di Cabrelli. Nel caso si tratterebbe di una somma di moventi convergenti. I miei dubbi non sorgono semplicemente dalla logica politica di quell’epoca così dura, ma come detto, dalla incredibile serie di mancanze nella ricostruzione storica rispetto alle responsabilità di Parma, riportate fedelmente nell’articolo di Pagano. Il mio è quindi un appello più che un’accusa. Se i documenti mancanti fossero resi disponibili anche in parte, tutto sarebbe molto più comprensibile e i dubbi svanirebbero con sollievo.

Riguardo all’amico Cesare Cattani, sono d’accordo su tutto quanto ha detto al convegno e scritto a CdS. Vorrei solo aggiungere una cosa: nella parte finale della sua lettera pone delle domande legittime e importanti. In verità ad una di queste il convegno una prima risposta l’ha data. “Quale fu la reazione dei comandi di Parma alla notizia della fucilazione di Facio? Il Comando Piazza di Parma chiese conto a quello di Spezia?”. A Sarzana una domanda molto simile fu fatta dal Prof. Paolo Pezzino, Presidente del Comitato Scientifico del Museo della Resistenza. Gli rispose un esperto della Resistenza parmense quale Massimo Salsi. L’unica reazione di Parma fu una nota gelida di due righe inserita in un rapporto inviato al Centro del partito a Milano. Una prima notizia che mette in evidenza ulteriormente le contraddizioni esistenti.

Tornando al riassunto di Pagano, vorrei commentare l’intervento del Prof. Giovanni Contini. Intanto riguardo alla premessa occorre dire che Facio andò dal suo accampamento a Casa Lorenzelli in Adelano armato di mitra e accompagnato da due uomini, Spuri e Pocaterra. Sapeva dei rischi, sapeva della possibile sparatoria ma portare giù tutti gli uomini l’avrebbe garantita. Del resto già al mattino fu sfiorata, quando Tullio si reca a portare il primo invito a Facio. Richiesta respinta dalla reazione dei suoi uomini. A convincere il comandante calabrese ad andare all’incontro con Cabrelli fu Giovanni Albertini, che conosceva Facio meglio degli altri e sapeva come prenderlo o meglio, è il caso di dirlo, come ingannarlo. Fece leva infatti sui suoi sentimenti umani e gli disse che se non fosse andato a chiarire la situazione avrebbe messo lui stesso nei guai. Solo per questo Facio andò, per non negare un favore personale di questo genere.

Poi non direi che non si difese: come ci riporta anche l’ultimo lavoro di Madrignani, esiste un verbale di processo dove Facio risponde puntualmente a tutte le accuse e anche con una certa lucidità. Tanto che è difficile propendere per la falsificazione presunta di quel documento battuto a macchina. Inoltre esiste ed è disponibile a tutti, un manoscritto successivo di Facio, dove firma l’ordine ai suoi uomini di deporre le armi e di lasciar perquisire il loro accampamento. Dati precisi che non corrispondono con la memoria orale di Laura Seghettini che ha sempre detto che Facio era sereno e non si difendeva. Questa ricordo molto probabilmente è riferito alla fase finale del “processo” e al termine di una discussione alla quale Laura probabilmente non ha assistito: è noto che viene mandata a chiamare più tardi a processo in corso. E Contini muove la sua interpretazione proprio dalle testimonianze orali che sono andate per la maggiore, tirando delle conclusioni in parte discutibili: la scuola a cui Facio si era formato era si quella dei Cervi ma soprattutto di Otello e Lucia Sarzi. Lucia non era una semplice staffetta, svolgeva un ruolo assai politico e delicato di raccordo tra quadri dirigenti di primo livello.

Non vi è dubbio che Facio fosse comunista convinto, un comunismo caratterizzato dalla sua formazione francese, temperato dalla sua cultura ma pur sempre comunismo. Una forma aperta che si adattava perfettamente a quella dei Cervi. Tanto è vero che spesso datava le sue relazioni con gli anni trascorsi dalla rivoluzione d’ottobre, per sbeffeggiare l’uso fascista di datare in base alla marcia su Roma. Ma non credo che si possa dire: “’Facio’ è schiacciato dall’idea che, se il partito lo condanna, il partito ha ragione” Se fosse stato così per Facio, si sarebbe fatto ammazzare già a Reggio Emilia. Invece si ribella, respinge le accuse e impara che, anzi sapeva già visti i problemi riscontrati con la Banda Cervi, che il partito era fatto da persone assai diverse tra loro. E’ vero che alla madre scrive “se ho sbagliato non è stato per colpa mia” ma è veramente difficile interpretare l’ultima lettera alla madre di un giovane di 23 anni che sta per essere fucilato. Su quel “se” è possibile dire di tutto. La memoria orale ci riporta anche la sua ultima frase: “ un giorno ci sarà chi ricostruirà la mia storia e tutto sarà chiarito”.

Concordo di più con Contini quando afferma: “non scappare ai compagni è un atto di fiducia straordinaria verso il Partito Comunista”. In effetti non scappò neppure dalla prima condanna reggiana: sapeva di essere inseguito da due amici che tutto facevano tranne riprenderlo. Ma è pur vero che dietro di lui gli inseguitori potevano cambiare, mentre lui continuava a lasciar messaggi su dove era diretto. Questa non è una fuga, questa è fiducia. Forse più in un ideale che in un partito, ma sempre fiducia. La stessa fiducia che il 5 maggio del 1944 non lo fa fuggire né dai suoi vecchi problemi, né dai suoi vecchi “fratelli”: con il memoriale sulla Banda Cervi preferisce rientrare in pieno su quei problemi, perché evidentemente sperava ancora di chiarire e si fidava di chi avrebbe potuto e dovuto ascoltare le sue ragioni.

La storia di Facio è una storia straordinaria da tutti i punti di vista. A Capogreco il merito di averla portata a livello nazionale, ma gli otto anni che sono trascorsi dall’uscita del suo “Il piombo e l’argento” non sono trascorsi utilizzando i suoi spunti per ultimare la ricerca, ma piuttosto tra polemiche e divisioni strumentali. “Il caso Facio. Eroi e traditori della Resistenza” uscito per il 70° di Facio, doveva rappresentare quel passo in avanti atteso da troppo tempo. In realtà seppur apprezzabile per gli elementi di novità che Madrignani introduce nella vicenda, a parer mio e in modo del tutto personale, non riesce a soddisfare tutte le aspettative che una vicenda così complessa prevedeva. In più, le tesi a difesa del ruolo che alcuni dirigenti comunisti spezzini ebbero in questa vicenda, rischia di offuscare l’immagine di altri, allargando piuttosto che restringere le zone d’ombra.

Qui non si tratta di giudicare o condannare, qui si tratta di capire cosa accade e far si che la responsabilità di pochi non ricada sulla storia di tutti. Chi tiene all’onore della storia del Partito Comunista come il sottoscritto, tanto più se si tratta di quello della Spezia nel quale ho militato e svolto il mio operato politico proseguendo quello di famiglia, deve tenere in egual misura alla giustizia e alla verità, rinnovando e consolidando i valori della Resistenza. Occorre quindi altro lavoro di ricerca, altre disponibilità, altre volontà e una coscienza democratica nuova per il 70° anniversario della Liberazione dal nazi-fascismo. Che tutti collaborino, che tutti partecipino alla ricostruzione storica e che non accada più che il lavoro di ognuno di noi non tenga conto del lavoro degli altri. La storia non è una scelta politica, la storia è dovere di riconoscenza a chi è venuto prima di noi e dovere civile di verità verso le nuove generazioni. Le omissioni non sono accettabili in una democrazia compiuta nata dalla Resistenza, tanto quanto i falsi di Stato.

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