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Cronaca

La Spezia intitolerà una via a Franco Fanigliulo

Il cantautore spezzino fu uno degli interpreti più originali degli anni Settanta. Il ricordo di Riccardo Borghetti.

Franco Fanigliulo

A 23 anni quasi esatti dalla scomparsa, da quella emorragia celebrale che una mattina se l’è portato via nel fiore degli anni, Franco Fanigliulo darà un nome ad una via della città che l’ha visto nascere e morire. Un tratto di strada tra Via Sant’Andrea e Via Fabio Filzi a Pegazzano, dove Franco ha vissuto per un periodo della sua breve vita.
Chi ha conosciuto bene Fanigliulo è sicuramente Riccardo Borghetti, che con lui ha formato un sodalizio artistico che ha portato a quel capolavoro che è “Io e me” (1979) e a “Benvenuti nella musica” (1983). Chiediamo a lui se questo riconoscimento è forse un po’ tardivo per un artista che oggi è diventato “di culto”. “Ma no – risponde l’autore e musicista – a volte certe cose hanno bisogno di decantare. Sicuramente gli avrebbe fatto piacere perché teneva molto alla gloria: non ai soldi, non alla ricchezza ma alla fama certamente. Era semplicemente il più bravo interprete che ho mai conosciuto (Borghetti ha scritto 300 canzoni per Mina, Pierangelo Bertoli, Fred Bongusto, Tullio De Piscopo e altri, ndr), un grandissimo istrione e un fantastico cialtrone”.
Memorabile la partecipazione al Festival di Sanremo del 1979 con l’anticonformista “A me mi piace vivere alla grande”, che arrivò sesta ed è tuttora un pezzo amatissimo anche dalle nuove generazioni. “Per capire quanto è entrata nel cuore della gente – precisa Borghetti – basta pensare che ancora mi rende dei soldi dai diritti d’autore ed è stata tradotta in decine di lingue diverse. Avrebbe dovuto vincere, e se io ne fui l’autore non c’è dubbio che senza la capacità di Franco di stare sul palco non avrebbe mai avuto quel successo. Riusciva a comunicare con le mani, con le pose e con il volto in una maniera innata”.
E poi il personaggio Fanigliulo, prima marinaio e poi coltivatore, che si può dire assommasse in sé le due anime di questa città: il suo golfo ed i suoi monti. Il suo essere fuori dagli schemi, la sua sensibilità viene fuori da mille aneddoti. “Una volta lo incontrai a Milano – ricorda Borghetti – mentre lavoravamo ognuno a due cose diverse. Era appena arrivato e aveva lo spazzolino che gli spuntava da un taschino della giacca ed una valigia. La aprì, e dentro c’era il suo cuscino. Era partito solo con quello, sennò non riusciva a dormire. È stato un grande punto di riferimento e mi manca molto soprattutto dal punto di vista artistico. Sai, con il tempo ci si abitua anche alla scomparsa di un figlio ma artisticamente ha lasciato un vuoto incolmabile per me”.

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