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“Gente che esce di casa per comprare un regalo al figlio e torna senza regalo e senza soldi“

Gioco d’azzardo nello Spezzino: l’allarme della Caritas in commissione, tra dipendenze invisibili, famiglie travolte e scommesse a portata di smartphone. Strata: “A giocare non sono solo i bisognosi”.

Il gioco d’azzardo patologico torna al centro del dibattito politico e sociale cittadino. Al termine dell’audizione di Stefano Strata, responsabile dell’Osservatorio delle risorse delle povertà della Caritas spezzina e membro della Rete locale di contrasto al Gioco d’Azzardo Patologico, il fenomeno nello Spezzino è stato analizzato nell’ambito della seduta della commissione presieduta da Oscar Teja e richiesta dai consiglieri comunali Roberto Centi, Giorgia Lombardi e Viviana Cattani. Seicentoventicinque milioni di euro spesi legalmente (senza contare il resto…), oltre 3300 euro di media di giocato nella provincia spezzina: si parte dunque da alcuni numeri a dir poco allucinanti che non lasciano dubbi sulla pericolosità di un fenomeno che oggi sembra anche inarrestabile.

Stefano Strata

Il tutto, che ha anche un antefatto recente (leggi qui) che ha fatto molto discutere ed è stato il punto di partenza dell’assemblea odierna, prima dell’attesa orazione di Strata: “Si sente spesso questa affermazione: io conosco cosa c’è sul mio conto, non su quello di mia moglie e non so come gestisce il denaro: è un indice molto forte che rimanda direttamente al gioco. Pensate che c’è una ricerca degli avvocati matrimonialisti che dice che, a livello italiano, almeno il 10% delle separazioni dipendono da situazioni di gioco patologico. Si evincono due aspetti: la forte riservatezza a mettersi in gioco quando sono in condizioni di bisogno; uno stato di solitudine. Un altro dato che merita attenzione è la questione dei piccoli comuni: penso al dato di Arcola senza dimenticare Porto Venere, che era ai vertici di quella stessa classifica… il che fa pensare anche alla derivazione di questi flussi di denaro messi in circolo”.

Stefano Strata e Oscar Teja

Fiumi di denaro che non vengono spesi sul territorio e che incidono solo minimamente come quota erariale. Ma alla fine chi vuole giocare gioca, basta uno smartphone e ci sono migliaia di siti nel mondo per farlo. Alla faccia dei cosiddetti “distanziometri” tra attività che innescano il gioco, tipo i luoghi dove si vanno a vendere ori e monili e sale slot. Strata, che stimola i consiglieri sulla possibilità di chiamare in causa gli stessi medici di famiglia, su questo aspetto è lapidario: “Io chiederei dai tre ai sei mesi di estratto conto per permettere l’accesso a quei servizi. Credo sia giusto soprattutto quando si vanno a chiedere aiuti, soprattutto economici”.

Stefano Strata e Oscar Teja

Man mano che si prosegue, lo spaccato che si percepisce dalle parole di Strata è impressionante e suggerisce anche una riflessione: la tanto attese legge nazionale probabilmente non arriverà mai. Troppi interessi in gioco, troppe pressioni per prendere seriamente in mano il tema. Anche perché non c’è una casistica sola su cui lavorare: “A giocare non sono soltanto i “bisognosi” ma anche professionisti insospettabili che lavorano ma non pagano i contributi e un domani non andranno in pensione. Vietare il gioco d’azzardo è fare un favore al malaffare un po’ come fu per il proibizionismo in America e allora dobbiamo cambiare prospettiva. Proposte? Aumentare le competenze degli operatori sociali, organizzare un consiglio comunale straordinario che coinvolga un po’ tutti i comuni della provincia e al tempo stesso fare una campagna fisica sul tema”. Ma perché si gioca? Per aumentare le proprie entrate, per un riscatto sociale? E’ una domanda che viene dal dibattito fra commissari ma su questo possibile innesco Strata si mostra dubbioso. Così come aumentare il conto delle giocate minime che può essere un deterrente ma può anche essere l’inizio di un’ulteriore peggioramento. La stessa facilità con cui oggi si puó pagare fra carte di credito, scratch card e wallet è un altro aspetto che anche solo dieci anni fa non esisteva: “Gente che esce di casa per comprare un regalo al figlio e che torna a casa senza regalo e senza soldi”.