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Dalla Sassonia alla Spezia: alla sinistra non serve un “brodino” ma un’alternativa vera

IL TERREMOTO IN GERMANIA
La vittoria dell’AfD in Sassonia-Anhalt è un fatto storico. E’ vero, si tratta di una piccola regione della Germania: ma è la punta di un iceberg, che rivela una tendenza che investe tutto l’Occidente. Il terremoto è destinato a propagarsi innanzitutto in Europa, a meno che non nascano alternative vere, cioè credibili e convincenti. Questo fatto storico conferma il fallimento non solo delle grandi ideologie “progressiste” del Novecento, il comunismo costruito in URSS e nei Paesi dell’Est e il socialismo democratico, ma anche del neoliberalismo, l’altra grande ideologia che trionfò, a spese di entrambe, alla fine del secolo scorso. In Sassonia-Anhalt, regione povera, gli operai hanno votato in gran parte per l’AfD. Come ci ha raccontato Dino Grassi nella sua straordinaria memoria “Io sono un operaio”, gli operai esistono e soffrono ancora, ma dagli anni Ottanta del secolo scorso sono sempre meno una classe con una coscienza di sé e un’identità collettiva e hanno sempre meno un partito che li rappresenta. Quindi in Sassonia-Anhalt non ha votato la “classe operaia”, ma gli operai che esprimono risentimento per l’aggravamento della loro condizione sociale: si ritengono puniti dalla società e dalla politica e reagiscono aderendo a una nuova ideologia, fascista e razzista, che individua le responsabilità non nei nei potenti ma nei migranti. La nuova destra sta fagocitando il mondo, a partire dai ceti più poveri, in mancanza di alternative di civiltà. Grassi ha descritto il dolore degli operai per l’”abbandono del mondo del lavoro” e la rinuncia a ogni “ispirazione al socialismo” da parte della sinistra. Trent’anni dopo l’esponente della sinistra americana Bernie Sanders ha usato, nel libro “Sfidare il capitalismo”, parole identiche: “Perché Trump ha vinto? Risposta: Trump ha vinto perché i democratici hanno perso! Ma perché i democratici hanno perso? Perché hanno abbandonato i lavoratori e allora i lavoratori hanno abbandonato i democratici”. Grassi e Sanders indicano dunque la strada: un mutamento radicale del fare politica, perché la politica non sia sentita lontana da quella gran parte della popolazione che vive nel disagio, si sente sola e vuole essere protetta. E’ un mutamento che ha a che fare con l’economia, per cambiare le condizioni materiali della vita di chi sta peggio, ma anche con l’ideologia e la cultura, per cambiare il sistema di idee oggi dominante e dare un “nuovo senso della vita” a chi oggi nella testa ha solo il rancore verso i diversi. E’ difficile, ma non impossibile: gli operai di New York hanno votato per il sindaco socialista Zohran Mamdani, forse tornando a essere “classe operaia”.

SCENDERE NELLA SOCIETA’, PER VIVERCI E PER RESTARCI
Nel 2027 voteremo per le politiche. Ma che caratteristiche avranno i contendenti? La destra è divisa tra ancoraggio al neoliberalismo europeo ormai alle corde e adesione all’ideologia fascista e razzista. La sinistra è nascosta tra le siepi del programma. Quale programma? Se non si prendono di petto le ragioni profonde per cui la sinistra ha perso consenso e capacità di rappresentanza non si costruisce l’alternativa di civiltà che la storia richiede. Serve, quindi, una radicale autocritica. Nei documenti dei “nuclei di partito” del PCI che si riunivano durante la Resistenza al primo punto c’era sempre: “Critica e autocritica”. Un’abitudine andata perduta dopo il 1989. E oggi? Si avrà finalmente il coraggio di capire dove si è sbagliato? Nel suo libro “Il popolo perduto” Mario Tronti ha scritto: “Il dilemma, per me politicamente insopportabile, è una sinistra di benpensanti e una destra di nullatenenti. Non me la sento di stare con quelli che alle nove di sera entrano all’Auditorium contro quelli che alle sei di mattina escono di casa”. Ennio Carando, per stare in mezzo al popolo, andava ad abitare lontano dalla scuola in cui insegnava e prendeva il treno. Tronti andava al Senato in tram. L’errore è stato non combattere le disuguaglianze, assumere tutte le compatibilità economiche, “abbandonare il lavoro”. L’errore è stato non tenere più conto dell’ideologia, abbandonare “l’ispirazione al socialismo”. Interessi e valori, quindi: non per dar vita a una sinistra “estrema”, ma a una sinistra “costituzionale”. Cosa c’è di più “rivoluzionario” della Costituzione? Ma l’errore è stato anche assecondare le pulsioni governiste e istutuzionaliste, rinunciare a stare nella società, come facevano Carando e Tronti. Nel mio libro del 2010 “La sinistra la capra e il violino” scrivevo: “L’istituzionalismo è dentro la storia della sinistra, fin dalle origini. Sono stato un uomo delle istituzioni e di governo, conosco bene l’importanza della mediazione istituzionale. Ma sono contro il primato del potere, quell’idea della politica che porta all’autonomia separata del Politico, e poi giù fino al politicismo, alla spregiudicatezza di ristrettissimi e talora improbabili ‘stati maggiori’, alla lontananza dai soggetti reali in carne ed ossa. Margaret Thatcher diceva sempre che ‘la società non esiste’. Ma allora la politica, separata da una società che viene addirittura negata, è giocoforza una politica elitaria e delle ‘oligarchie dei giri’. In fondo, prima da dirigente del Pci, poi da sindaco della pianificazione strategica e oggi da attivista nella società civile, mi ha sempre mosso lo stesso interesse, direi spasmodico, per le energie popolari, per le spinte reali provenienti dalla società, per l’accesso delle ‘masse’ e delle ‘persone’ alla politica. La politica non si fa principalmente nelle stanze del potere, ma nella società. Non deve essere solo ‘tattica’, ma ‘strategia’ legata alla vita delle persone”. La penso ancora, più che mai, così. Occorre scendere nella società, per viverci e restarci. Mettere l’orecchio al terreno come facevano gli indiani e ascoltare i segnali, negativi e positivi, che arrivano da lontano. Ascoltare è solo il primo passo: poi bisogna interpretare, dare voce, far partecipare la società che soffre. Se lo facesse, la sinistra sarebbe coerente con la parte migliore della sua storia. Nell’estate del 1944 nel CLN della Liguria vi fu uno scontro aspro su come comporre i CLN nei territori e le giunte comunali nelle zone liberate: il PCI si batté per una loro composizione non solo partitica ma aperta alle organizzazioni sociali. Ma fu isolato dagli altri componenti, che avevano già in mente la “repubblica dei partiti”.

LE COMUNALI ALLA SPEZIA: PER UN’ALLEANZA POLITICA, SOCIALE E CIVILE
Queste indicazioni valgono anche per le elezioni comunali spezzine, che si terranno anch’esse nel 2027. La partita è aperta, ma così è difficile che la sinistra la vinca. Vedo entusiasmi troppo facili. Un rapido sguardo ai risultati elettorali spiega quanto forte sia la destra alla Spezia. Nel 1997 vinsi al primo turno con 31.548 voti (56,38%). Il candidato più forte della destra divisa ebbe 9.111 voti, il 16,28%. I votanti furono 60.814, il 69,30%. Nel 2002 vinsi ancora al primo turno con 33.782 voti, il 59,11%, contro il candidato della destra unita (18.835 voti, 32,90%). Votò il 71,97%, 60.227
elettori. Il mio successore vinse al primo turno nel 2007 (25.489 voti, 51,01%), mentre il candidato della destra arrivò al 39,27% (19.622 voti) e i votanti scesero a 52.339 (65,23%); e nel 2012 (21.488 voti, 52,55%), con un pessimo risultato della destra (6.434 voti, 15,76%) e un crollo dei votanti (43.239, 55,97%). Una china discendente già si notava, ma la “catastrofe” avvenne nel 2017, quando l’attuale sindaco vinse facilmente al secondo turno (20.636 voti, 59,98%) con il candidato della sinistra fermo al 40,02% (13.771 voti) e i votanti scesi a 35.306 (un altro crollo: 46,51%). Che cos’era successo? Il coraggio dell’autocritica mancò – a parte un pugno di assessori che si dimise, inascoltato – e così pure “l’arte di saper tramontare”. Poco cambiò nel quinquennio successivo: l’attuale sindaco vinse al primo turno (19.379 voti, 53,58%), la candidata della sinistra si fermò al 37,18% (13.449 voti). I votanti salirono a 37.570 (50,42%). Se studiamo i dati delle elezioni regionali nella città vediamo che il candidato di sinistra ha sempre vinto – anche quando perdeva in Regione – tranne nel 2020, quando il presidente uscente vinse pure a Spezia. Ma in sostanza i candidati della sinistra hanno perso via voti voti, e la destra è rimasta forte, mentre i votanti sono sempre calati, fino a scendere sotto il 50%. Infine la Camera: la sinistra ha vinto bene fino al 2006 e di misura nel 2008, ha perso nel 2013 – quando emerse il fenomeno dei Cinque Stelle. Poi la destra ha vinto bene sia nel nel 2018 che nel 2022. Facciamo il raffronto forse più utile: nella tornata più vicina nel tempo, le regionali del 2024, Andrea Orlando prevalse in città con 17.610 voti, il 51,11%; l’avversario Marco Bucci raccolse 15.770 voti (45,77%), mentre i votanti si fermarono a 35.473 (47,68%). Cinque punti e mezzo di differenza: non moltissimi, tenuto conto che si sceglieva tra uno spezzino e un genovese. Pierluigi Peracchini, due anni prima, era stato eletto sindaco con una differenza ben più ampia. E’ vero che il sindaco non ha oggi un “erede naturale”, e che il “civismo” dell’epoca totiana è alle nostre spalle: ma le liste civiche che sostennero Peracchini raccolsero 11.371 voti, il 31,71%. Se togliamo dai conteggi la lista che portava il nome di Toti, restano 8.414 voti, il 23,24%. Piera Sommovigo, sua avversaria, fu sostenuta da una lista civica che raccolse solamente 2.341 voti, il 6,71%. In ogni caso, liste civiche collegate alla destra ci saranno anche nel 2027: potrebbero essere decisive per superare quei cinque punti e mezzo di differenza del 2024. A meno che la sinistra non ribalti i tavoli. La destra alla Spezia ha dunque un radicamento. E Peracchini – va riconosciuto – è un valore aggiunto per la destra. Io lo critico per come ha amministrato la città: senza visione del futuro. Il Piano strategico, il Piano urbanistico, l’Agenda 21 (il Piano ambientale) sono ancora quelli dei miei mandati: ma io sono il primo a dire che sono superati dai tempi. Il sindaco si è “adattato”: il suo è stato il classico “governo senza riforme” e mi riferisco alle grandi, ovviamente. Proprio per questo non ha diviso la città. Deluso magari sì, ma diviso no. Per il resto ha fatto alcune cose buone, soprattutto per una fetta di elettorato consistente: “moderato, anticomunista, proprietario, diffidente verso lo Stato ma affezionato alle sue
pensioni, allergico alle tasse, indulgente con i propri abusi, insofferente alle regole, innamorato dell’ordine sotto casa, disinteressato al resto”, come lo ha definito l’abile penna di Pino Corrias. Ma non solo per questo elettorato, anche questo va riconosciuto. L’elenco delle cose meno buone sarebbe lungo, ma Peracchini ha saputo agire come Berlusconi e Meloni: dire, disdire, molta comunicazione e nessun vero dialogo pubblico, occupazione di tutti i posti, accordo con i poteri forti, ordine pubblico da cavalcare. Se il quadro è questo, la partita tra destra e sinistra è davvero del tutto aperta. Anche perché, in un eventuale secondo turno, l’elettorato di Vannacci voterebbe probabilmente il candidato della destra. E se la sinistra sarà solo un cartello di partiti, senza riferimenti sociali e civili, a sindacati, associazioni, gruppi, movimenti, persone che non militano nei partiti… se sarà senza orecchie sul tappeto, come appare oggi… potrebbe perdere ancora.

Superare l’istituzionalismo, costruire una coalizione non solo politica ma anche sociale e civile è quindi, per la sinistra, decisivo. La sinistra deve dismettere gli abiti che porta e tornare a essere nuda nella società, perché la sua chance è quella che circola nella società. Quante persone che non votano più potrebbero tornare a votare! Sulla base di questa impostazione andrebbe scelto il candidato sindaco. Casi recenti – le regionali nelle Marche, le comunali a Venezia – dimostrano che il modello del “buon amministratore e concertatore degli interessi” ma incapace di mobilitare una “narrazione” sociale è inadeguato per le sfide del nostro tempo e non funziona. Ha funzionato invece, per esempio nelle comunali di Pistoia, un modello diverso: un’alleanza costituzionale con un cuore e un’anima, guidata da un candidato civico che ha saputo dar vita a una mobilitazione popolare animata da una dimensione di senso e da una scelta di valori, quello della pace in primo luogo. Il candidato sindaco dovrebbe essere un punto di snodo delle lotte, delle sperimentazioni, delle occasioni di mobilitazione che si sono avute o che sono in corso, che vanno ben al di là del perimetro della sinistra. Si pensi ai giovani delle manifestazioni pacifiste e del no al referendum sulla giustizia, ma anche dei sì ai referendum sul lavoro. O agli intellettuali impegnati per “un’altra cultura”. Un esponente del mondo sindacale, per esempio, apparirebbe più rappresentativo di queste istanze e sensibilità e più capace di motivare i cittadini al voto. Questione del candidato e questione del programma si tengono tra loro. Anche alla Spezia la vera sfida della sinistra è quella di ricominciare a interrogarsi sulla propria ragione d’essere e ricostruire un’idea di città, di democrazia, di partecipazione. Servono pochi punti programmatici chiari.

Veduta di Punta Mesco da Monterosso (2026) (foto Giorgio Pagano)

Alcuni esempi (per il resto rimando ai tanti contributi pubblicati negli anni in questa rubrica):
1) Non si può più dire: avremo più turismo e anche più residenti. Troppo turismo fa fuggire i residenti. Occorre essere vicini a quei gestori di bar e ristoranti che non reggono di fronte alla proliferazione di queste attività nella “città mangiatoia”, ma anche ai loro camerieri – e a tanti altri lavoratori – che devono fare i pendolari viaggiando per ore perché in città non ci sono case a prezzi accessibili. Così come occorre essere vicini ai commercianti che chiudono – in sei anni è scomparso il 16,9% delle imprese del commercio al dettaglio, il dato più alto in Liguria – ma anche ai residenti che perdono le loro botteghe, veri e propri “servizi di prossimità”. E’ vero che c’ è stato un aumento dei valori immobiliari: ma ciò non porta soldi alle famiglie, impoverisce quelle in affitto. Chi possiede una casa ha un vantaggio molto relativo: guadagnerà solo quando venderà. Il vantaggio arriva per chi ha 3-4 case: la minoranza dei più ricchi. Chi ha tante case, allora, dovrebbe dare un contributo per ristrutturare e costruire case popolari. Lo stesso crocerista dovrebbe pagare una piccola tassa che abbia questo scopo, come hanno fatto a Barcellona. Negli edifici pubblici dismessi andrebbero costruite case per chi non le trova, non un altro albergo. Le aree pubbliche vanno condivise gratuitamente da tutti, senza frastuono. E poi basta con gli eventi senza tregua. Se lo spazio pubblico sarà sempre più solo una scenografia per i flussi del turismo di massa, la città continuerà a produrre disuguaglianza ed espulsione dei ceti popolari.

2)Non si può dire: avremo più cemento e anche più verde e più spazio pubblico. O si riduce il consumo di suolo, o serve a poco piantare qualche alberello, e lo spazio pubblico va a farsi benedire. Vale anche per le aree militari: o Basi Blu o la rinascita di Marola. Tutte e due le cose non si possono fare. Basta con il mantra: “catturiamo il più possibile capitali da investitori privati”, i soli che consentirebbero di modernizzare la città rendendola ancora più attraente agli occhi e alla rapacità di quest’ultimi. L’urbanistica, in origine disciplina riformista volta a mitigare gli interessi pubblici con quelli privati, non può essere completamente stravolta a ruolo di ancella del capitale privato. Waterfront e aree Enel: il ruolo pubblico regolatore deve tornare a essere centrale. L’urbanistica non si può ridurre semplicemente a tecnica separata dalla politica.

Sono solo due esempi. Per capire che non serve un “brodino” – cioè l’attenuazione delle proprie diversità, il tentativo di governare la realtà adattandosi a essa, fino a perdere progressivamente la
capacità di trasformarla – ma un’alternativa vera. Con un chiaro obiettivo di fondo: riconquistare un reale diritto alla città per tutti, non per pochi. Per “smontare” Spezia, la sinistra deve migliorarsi al punto da renderla migliore.

 

Post scriptum
Ho scattato le fotografie di oggi al Passo delle Cento Croci, con vista al tramonto del Golfo del Tigullio, e a Monterosso, con vista al tramonto di Punta Mesco.

lucidellacitta2011@gmail.com