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“Io avrò cura di te”. Riflessioni sul primo giorno di scuola

Tra pochi giorni inizia la scuola. Come sempre diremo ai bambini e ai ragazzi, nell’ultimo giorno di vacanze estive: “E’ finita la pacchia, domani comincia la scuola”. Questo articolo vuole riflettere sulla possibilità – speranza che un giorno si possa dire: “Domani, dopo un periodo di gioia e di piacere, comincia un nuovo, diverso, periodo di gioia e di piacere”

 

UN DISCORSO AGLI STUDENTI, CENTO ANNI FA

Cento anni fa, il 19 settembre 1926, Piero Martinetti, grande filosofo morale, tenne a Castellamonte, nel suo Piemonte, su invito dell’Associazione Universitaria Canavesana, un discorso agli studenti.

Scritto in un contesto storico in cui avanzava la fascistizzazione della scuola, che Martinetti stava contrastando con energia, il discorso è per molti versi singolarmente attuale.

Il filosofo rimarcava che da un lato ci sono le persone delle classi più deboli che non riescono a studiare a causa dell’“ingiustizia sociale”, dall’altro “ci sono quelli che, senza esservi costretti, passano tutta la loro vita, come affetti da una malattia insaziabile, ad accumulare mezzi materiali della vita senza mai pensare al loro fine, che è la personalità interiore”.

Di particolare interesse è la distinzione “tra quello che si sembra, quello che si ha e quello che si è”, ripresa da Arthur Schopenhauer. Ciò che è più importante, sosteneva Martinetti, “è quello che si è interiormente, la personalità intellettuale e morale: questo è ciò che veramente decide della felicità della vita”.

La “cura di sé” dei giovani che costituiranno le classi dirigenti è decisiva per evitare la decadenza dell’Italia:

 

L’Italia ha tutte le apparenze di un paese altamente civile. Ma la civiltà di un paese non si misura dalle apparenze, dal numero delle automobili che corrono o dal lusso delle donne. Ma noi dobbiamo piuttosto chiederci: a che livello sono le scuole, le Università, le biblioteche? Qual è in Italia la fortuna del libro? A che livello è la coltura media della sua borghesia? Quante persone, così dette colte, del vostro ambiente, voi conoscete che siano capaci di riconoscere lo stile di una chiesa, che abbiano letto Leopardi, Goethe, Anatole France, che sappiano con qualche precisione che cosa è il profetismo ebraico? Quante sono le persone colte di vostra conoscenza capaci anche solamente di distinguere, con una certa sicurezza, i libri dell’Antico e del Nuovo Testamento?

 

Quello di Martinetti era un invito appassionato a combattere “la cultura superficiale e ciarlatanesca, che ha invaso la nostra vita”, “la falsa religiosità, cioè il clericalismo”, “la retorica nelle nostre chiese, nei nostri comizi, nella nostra stessa vita accademica”. Occorre che la gioventù “comprenda la necessità di coltivare il proprio spirito, di levarsi al di sopra di questa miseria mentale, di rendersi veramente atta a comprendere e giudicare, con sguardo sicuro e profondo, i problemi della vita”.

Al centro dell’educazione c’è dunque la “vita morale”, la “fierezza morale”. Martinetti cita Immanuel Kant che dice: “Non farti servo di nessuno!”. La giustizia dello Stato si fonda su questa energia morale dei suoi cittadini: ma – si chiede il filosofo – “dove sono oggi il culto della giustizia, il senso della dignità morale, l’attaccamento inviolabile alle leggi della coscienza?”.

 

AVERE UN ATTIMO IN PIU’, NELLA FRENESIA DELL’EPOCA DI INTERNET

Cento anni dopo contano ancora le “apparenze”, la nostra vita è invasa dalla “cultura superficiale e ciarlatanesca” ed è sempre più difficile, per i giovani, “coltivare il proprio spirito”.

Uno degli educatori oggi più interessanti e stimolanti, Raffaele Mantegazza, riflette sulla frenesia dell’epoca di internet e critica il “capitalismo temporale”, che espropria il tempo e rischia di soffocare la dimensione educativa:

 

Non c’è tempo, e basta. I ragazzi crescono in una società che non lascia tempi di riflessione e di critica, che è basata sulla sovrapposizione immediata della risposta allo stimolo che l’ha suscitata, al punto che tra stimolo e risposta si fatica a trovare la differenza. Se il tempo della critica e della morale è la dimensione che separa il pensiero dall’azione, oggi il pensiero precipita nell’azione e questa nell’azione immediatamente successiva; con l’inevitabile conseguenza che la violenza rischia di essere la reazione più adatta allo stimolo perché la meno ritardata e mitigata dal tempo della riflessione. L’azione o la reazione omicida, indifferenti alla storia della vittima e alla sua identità, hanno solo bisogno di velocità e di immediatezza: per colpire l’altro occorre il guizzo, anche perché un coltello nel ventre o una pallottola in testa causano un danno così scontato che non vale la pena fermarsi a rifletterci sopra. La violenza è uguale per tutti, è l’amore ad essere personalizzato e differenziato. “Penso, dunque agisco” richiede ancora troppo tempo, è troppo lento; “Agisco, dunque agisco”: e il gesto violento mi esime dallo iato del pensiero.

 

A scuola c’è sempre meno tempo per la riflessione, gli insegnanti devono ridurre i tempi di spiegazione, gli strumenti di valutazione – i test – sono basati sulla pronta e immediata risposta a uno stimolo, più che a una domanda. Rischia così di scomparire l’homo sapiens, l’uomo che pensa, l’uomo umano, l’uomo morale.

Dobbiamo, quindi, riconquistare il tempo dell’educazione, “quell’attimo in più”, l’indispensabile attesa tra la domanda e la risposta.

Il tempo serve anche a superare l’ansia di prestazione. Un esempio raccontato da Mantegazza: in alcune scuole superiori brasiliane si è sperimentata una nuova modalità per le verifiche scritte. I ragazzi hanno sei ore di tempo per completare la prova, ma possono consegnare quando vogliono; alla consegna l’insegnante corregge il compito e dice al ragazzo “al momento il voto sarebbe 6, vuoi continuare o andare a casa?”. Se lo studente sceglie di continuare può andare per altre due volte alla cattedra per verificare se l’esito è migliorato o meno. Alla fine delle sei ore è obbligatorio consegnare. Da quando è stato adottato questo metodo le insufficienze sono precipitate. Ovviamente chi non ha studiato per nulla continuerà a prendere voti bassi ma i ragazzi che hanno bisogno di tempo, di incoraggiamento, hanno visto i loro risultati migliorare.

Dobbiamo tornare a riflettere, ad ascoltare, a dialogare. A dire alle ragazze e ai ragazzi “Io avrò cura di te”, come ci ha spiegato Franco Battiato. “Tu sei un essere speciale”: non in competizione con gli altri, perché tutti sono “esseri speciali”. E le ragazze e i ragazzi devono avere l’energia morale di avere “cura di sé”. Altrimenti si cresce – una parte, non tutti – efficaci, efficienti, performanti e produttivi, ma tutti egualmente sudditi silenziosi: non autonomi ma “servi”, per dirla con Kant.

 

INSEGNARE A PENSARE CON LA PROPRIA TESTA

Facciamo un passo indietro. La conquista dell’autonomia di pensiero è essenziale per Ennio Carando, filosofo morale allievo di Martinetti, insegnante al Liceo Classico Costa dall’ottobre 1942, partigiano e fondatore del CLN spezzino. Leggiamo un brano della testimonianza di Giacomo Frumento, che fu suo allievo poco tempo prima, a Savona:

 

Si sentiva quasi dispetto per quell’uomo che ci costringeva a frugare nelle nostre coscienze. Un giorno uno dei suoi scolari gli palesò chiaramente quest’avversione che provava per lui. Sorridendo egli disse: “Ne sono contento, perché il grande odio è vicinissimo al grande amore”. Pochi giorni dopo essi erano grandi amici. Ad un altro, che gli obiettava essere il suo un lavoro puramente negativo, in quanto tutto distruggeva senza nulla riedificare, egli rispose: “Questa è la mia missione: sgombrare dal vostro cammino tutti gli ostacoli, tutti i pregiudizi che vi impediscono di ragionare con la vostra testa, di sentire la voce della propria coscienza. La vostra via dovete trovarla voi, non posso indicarvela io”.

 

Anche in questo caso ci troviamo di fronte a una straordinaria “attualità”. Per Carando l’insegnamento è un apostolato: l’obiettivo, sulla scia di Kant, è fare dell’allievo una persona che pensa con la propria testa, che impara a camminare da sé. Ciò comporta un coraggio morale anche da parte dell’allievo. Non ci sono verità già bell’e fatte, abbiamo il dovere morale di compiere il percorso che ci porta a pensare con la nostra testa, di volere essere liberi, non schiavi di qualcuno che pensa per noi.

Oggi la libertà si sta restringendo quasi dappertutto, dobbiamo ribellarci a coloro che vogliono pensare al nostro posto. Pensare con la propria testa è la precondizione della nostra azione morale e di solidarietà con gli altri.

 

VALORIZZARE LE ESPERIENZE DI CONTRASTO ALLA SCUOLA NEOLIBERALE

Torniamo, per concludere, all’oggi. Avere il tempo per insegnare e per imparare a pensare con la propria testa è assai difficile nella scuola neoliberale, trasformata negli ultimi decenni dalla nuova centralità sociale delle dinamiche di mercato: formazione piegata alle esigenze delle imprese, gestione aziendalistica della scuola, sapere ridotto a quiz standardizzati a scapito del pensiero critico…

Tuttavia Carando ci insegna che si può formare la coscienza morale durante il fascismo, e don Milani e poi Bruno Ciari e Mario Lodi che si può sperimentare in classe un modo diverso di insegnare e di apprendere anche quando la scuola è, in generale, una “caserma” autoritaria e nozionistica. Ogni agosto mi incanto ad ascoltare don Sandro Lagomarsini che mi racconta il suo doposcuola in Alta Val di Vara: esempio di una pedagogia attiva e popolare che nel mondo della montagna di oggi, anch’esso invaso da internet, apre squarci di autonomia nelle vite dei più giovani.

La scuola pubblica è ancora oggi, nonostante tutto, un luogo di resistenza alla potenza pervasiva del mercato. Anche alla Spezia. Sarebbe bello che le tante esperienze di questo segno fossero conosciute. Che gli insegnanti spezzini facessero come gli operatori della cultura: organizzarsi per valorizzare le loro esperienze in un grande evento popolare. Non esiste solo “l’altra città per un’altra cultura”. Esiste anche “l’altra città per un’altra scuola”. Esiste “l’altra città per un’altra città”.

Fattoria del Carpanedo (2012) (foto Giorgio Pagano)

Post scriptum

 

In questi mesi sono scomparse alcune persone con cui ho collaborato nel periodo in cui ho amministrato la città. Oggi voglio ricordare due ingegneri, Luigi Boeri e Riccardo Rolla, ai quali dedico questo articolo. Lo faccio anche perché sono stati importanti per la città, non solo per me.

Luigi Boeri è stato un ottimo esperto in politiche ambientali, preziosissimo quando dovemmo affrontare il tema delle bonifiche, eredità di una storia industriale cittadina che spesso ha dissipato la natura. Autorevole e nel contempo affettuoso, infaticabile e generoso, era un vero gentiluomo. Ci sentivamo spesso, sempre il giorno del mio compleanno. Quest’anno i suoi auguri mi sono davvero mancati.

Riccardo Rolla, ingegnere del Servizio Lavori Pubblici del Comune, era anch’egli un ottimo professionista, e un volontario nel sociale. Prima di essere sindaco sono stato assessore al ramo, con lui ho fatto non so quanti sopralluoghi e riunioni. Soprattutto per il Dialma Ruggiero, trasformato da scuola media a Centro Culturale Polivalente grazie a un progetto in cui Rolla diede il meglio di sé. È anche grazie a lui se oggi il Dialma è un punto di riferimento per la cultura e la socialità. Che oggi nella struttura lavori il figlio, nel campo del teatro, è davvero un segno di “misteriosa” unità tra generazioni diverse.

Sui temi dell’articolo odierno ho scritto anche in “Educazione, potenza delle tecnica e guerra: riflessioni su morale e politica
oggi”, pubblicato su questa rubrica il 7 giugno 2026.

In materia Associazione Culturale Mediterraneo, ANPI Lerici, CGIL e Unione degli Studenti hanno organizzato l’incontro “O capitano! Mio
capitano! Adulti e giovani, ieri e oggi”, che si terrà lunedì 21 settembre alle ore 17, con prosecuzione dopo cena, al Circolo Arci
Solaro (Lerici).

Ho scattato le immagini pubblicate oggi nel 2012, nell’allora Fattoria del Carpanedo gestita da Pietro Cavallini, indimenticabile grande educatore.

 

lucidellacitta2011@gmail.com