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"a Londra come in un piccolo villaggio la vita sta nei dettagli"
|Geoff Dyer e il fuoco della provincia al Festival della Mente: “Intelligenza artificiale non può sostituire coscienza e particolarità dell’autore”
L’autore inglese ha dialogato con Giulio Silvano agli Impavidi di Sarzana.
La provincia come luogo degli affetti e delle origini ma anche come spazio dal quale coltivare il desiderio di partire, avvicinarsi alla città e ampliare i propri orizzonti. Si è sviluppato attorno a questi elementi l’incontro del Festival della Mente che ha visto protagonista lo scrittore inglese Geoff Dyer, autore del recente “Compiti a casa” (Il Saggiatore). “Ovunque tu sia cresciuto non ti rendi conto che le cose possano essere diverse altrove. Non ero consapevole che la mia vita fosse differente da tutte le altre” ha esordito Dyer – sollecitato dalle domande di Giulio Silvano – ricordando l’infanzia trascorsa in una piccola città inglese. “Sono nato nel 1958 e la mia vita si è allargata ed espansa attraverso la televisione e soprattutto attraverso la lettura”. Un’esperienza particolarmente chiusa dal punto di vista geografico: “Non andavamo mai da nessuna parte. I miei genitori sono morti senza avere mai preso un aereo” ha spiegato. Negli anni Sessanta gli amici partivano per l’isola di Wight o per l’Italia, viaggi che non appartenevano alla quotidianità della sua famiglia perché avrebbero comportato l’attività che suo padre detestava più di ogni altra: spendere soldi. Ad allargare idealmente i confini erano le fotografie e le brochure inviate da una zia che aveva viaggiato molto. Immagini di paesaggi sterminati che arrivavano fino al piccolo giardino sul retro della casa di Dyer e alimentavano la consapevolezza dell’esistenza di mondi diversi. Anche la Seconda guerra mondiale rimaneva una presenza costante nei racconti familiari: il padre era stato in India, altri parenti avevano combattuto in Nord Africa e uno degli zii era stato prigioniero dei giapponesi. Da quella distanza nasce anche l’attenzione dello scrittore per i luoghi. “Qualunque posto tu racconti, devi prestare grande attenzione ai particolari, un’attenzione assoluta. Bisogna concentrarsi sulla specificità delle cose, perché la vita sta sempre nei dettagli, a Londra come in un piccolo villaggio” ha sottolineato. Nel Novecento, ha osservato Dyer, milioni di persone si sono spostate dalle periferie verso i centri culturali e cosmopoliti, mentre dalle province dell’Impero britannico scrittori come V.S. Naipaul, nato a Trinidad e trasferitosi a Londra, hanno raggiunto il cuore dell’ex potenza coloniale, contribuendo in modo decisivo a trasformarne la cultura.
“Se cresci in una grande città come Londra puoi contare su vantaggi culturali e sociali, per ragioni ovvie, ma dal punto di vista della scrittura non credo ci sia differenza” ha affermato Dyer, ricordando anche la lezione di Middlemarch di George Eliot. Non esiste infatti un’associazione automatica tra provincia, ristrettezza culturale e classe sociale, considerando che ampie porzioni delle campagne inglesi appartengono storicamente alle classi più elevate. “Sono cresciuto in una casa senza libri e quando ho scoperto l’esperienza della lettura è stata un’esplosione che mi ha dato un senso di ricchezza. È stata un’esperienza trasformativa” ha ricordato. Un percorso accostato a quello dello scrittore americano Larry McMurtry, cresciuto in un ambiente rurale e avvicinatosi alla letteratura dopo avere ricevuto in dono una cassa di libri, fino ad arrivare a rivendicare con orgoglio la definizione di “romanziere regionale minore”.
Proprio dai libri il dialogo si è spostato sull’Intelligenza artificiale e sul domani della scrittura. “Sono abbastanza fiducioso sul futuro dei libri, perché ci saranno sempre persone che arriveranno dalle profondità della provincia cariche di ambizioni” ha osservato Dyer ottimamente sollecitato da Silvano. “L’Intelligenza artificiale facilita molte cose ma resto convinto che ce ne sia una che non può fare: quella che gli editori definiscono ‘la voce dell’autore’: la qualità, la coscienza e la particolarità di chi scrive”. Una voce che per Dyer nasce dall’esperienza concreta e non può essere separata dal percorso individuale: “Nel mio caso questa coscienza è il prodotto della mia esperienza: partire da un piccolo paese, arrivare a Oxford e attraversare una determinata subcultura. L’Intelligenza artificiale non può avere tutto questo”. La trama, ha aggiunto, gli interessa meno della presenza riconoscibile dell’autore dentro la pagina.
Il fuoco è tornato anche attraverso il ricordo del festival Burning Man nel deserto del Nevada, esperienza definita “estremamente divertente” e nel racconto del rapporto dello scrittore con gli Stati Uniti. Le immagini del West americano ricevute dalla zia e i viaggi di D.H. Lawrence hanno infatti alimentato molto presto la sua attrazione per quei paesaggi. Ha vissuto per un periodo in California senza però riuscire a spostare completamente da Londra e dall’Europa il centro della propria vita.
Tra gli incontri decisivi ha ricordato infine quello con John Berger, “il primo grande scrittore” conosciuto personalmente e una figura verso la quale conserva “un’ammirazione assoluta”. Stabilendosi nell’Alta Savoia e raccontando la vita contadina, Berger “si è avvicinato a temi fondamentali come vita, morte e amore – ha concluso – aspetti fondamentali con i quali non sarebbe mai entrato in contatto vivendo ad Hampstead”. Un’idea di letteratura resa con chiarezza grazie all’interprete Sonia Folin che ha restituito al pubblico non soltanto le parole dello scrittore ma anche il ritmo, le sfumature e l’ironia delle sue risposte.



