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Francesca Mannocchi al Festival della Mente con le parole che bruciano: “La guerra dei droni ha reso tutto trincea annullando distinzione fra civili e combattenti”

Lungo applauso finale e standig ovation per l’intervento della giornalista.

Francesca Mannocchi è ormai entrata nel gruppo degli ospiti che il pubblico del Festival della Mente attende di anno in anno per avere un punto di vista diretto sugli scenari della geopolitica. Una fiducia che questa mattina, al termine del suo intervento in piazza Matteotti, si è sciolta in un lungo applauso che la gente le ha tributato – in piedi e non senza emozione – prima di accompagnarla al lungo firmacopie nell’atrio del palazzo comunale. Nell’incontro “Le parole che bruciano” la giornalista e scrittrice ha raccontato come stanno cambiando la guerra, il linguaggio utilizzato per descriverla e, insieme a essi, anche il nostro modo di osservare le atrocità in corso in diverse parti del mondo. “Ogni volta resto sorpresa da come abbiate voglia, alle dieci di mattina, con il sole e il mare vicini, di sentir parlare delle disgrazie del mondo. Poi ho capito che l’alternativa era il telegiornale su Vannacci e allora è meglio essere qua. Teniamoci stretti, sarà un anno lunghissimo” ha esordito Mannocchi, strappando un sorriso prima di condurre la gente dentro un racconto duro su uno scenario nel quale tutto sta cambiando “a una velocità insostenibile”.

Pubblico Festival della Mente

Il punto di partenza è stata la storia di Vera Ivanovna, un’ottantenne incontrata in Ucraina che, per essere evacuata, ha dovuto salire su un mezzo terrestre senza pilota, guidata da una voce proveniente dal cielo mentre attorno a lei volavano i droni. Una donna anziana affidata a una macchina per essere portata in salvo, immagine che racchiude la trasformazione radicale del conflitto in corso con la Russia. “Per anni abbiamo inteso e raccontato questa guerra come una cosa novecentesca, di trincea” ha osservato Mannocchi. L’impiego massiccio dei droni però non rappresenta soltanto un’evoluzione tecnologica: “Oggi tutto è fronte, non esiste più distinzione con ciò che non è zona bellica. È la guerra videogioco di chi guarda chiuso in una stanza e di chi viene ucciso”. Nelle guerre combattute in Medio Oriente negli ultimi quindici anni, ha spiegato, era ancora possibile individuare il momento dell’eccezionalità, comprendere chi potesse essere soccorso e quando. Nella guerra dei droni questo spazio si è drasticamente ridotto, modificando la relazione tra chi può essere salvato e chi viene lasciato indietro. Mannocchi ha raccontato anche la storia di Condor, comandante di un’unità ucraina rimasto per tredici ore sul fronte prima di essere recuperato e oggi senza entrambe le gambe e un braccio. “Se in passato un ferito poteva essere riportato nelle retrovie, oggi gli eserciti sono sempre meno disposti a rischiare altri uomini per soccorrerlo in un territorio costantemente sorvegliato dai droni che possono colpire in ogni momento”. Questa nuova guerra, secondo la reporter, ha ridotto le possibilità di salvezza dei feriti e perfino quelle di recuperare i corpi e affrontare il lutto. Ha inoltre cancellato l’idea di sicurezza e reso ancora più fragile la distinzione tra civili e combattenti. È cambiato profondamente anche il lavoro dei giornalisti: “Prima potevamo stare con le unità di soccorso per vedere e documentare mentre oggi non esistono più ospedali da campo perché tutto è un obiettivo”. Ciò che arriva al pubblico è spesso soltanto l’immagine ripresa dall’alto, simile a quella mostrata sullo schermo di un videogioco: “Riusciamo a mostrare solo quello che più o meno posso vedere nella Nintendo Switch di mio figlio. Una distanza straniante, che impedisce di comprendere fino in fondo la realtà materiale della guerra e le conseguenze prodotte sui corpi”.

Francesca Mannocchi e Matteo Melley

Alla distanza generata dallo sviluppo delle armi se ne aggiunge un’altra, determinata dall’“implosione della lingua”. Mannocchi ha portato come esempio la formula del “pericolo percepito”, utilizzata nei comunicati militari israeliani per giustificare episodi nei quali i soldati hanno aperto il fuoco contro civili palestinesi in Cisgiordania, ricostruzioni che in alcuni casi sono state contraddette da testimonianze e filmati. “Le vittime vengono definite semplicemente terroristi, ma sulla base di cosa? Quanti anni avevano, che cosa hanno fatto? Che cosa significa percepire una minaccia? Chi stabilisce la scala della percezione del pericolo?” ha domandato Mannocchi, soffermandosi sul modo in cui le parole possono rendere astratte le vittime, nascondere le responsabilità e trasformare la versione di una delle parti in una verità acquisita. Il problema, ha sottolineato, non riguarda soltanto chi scrive e diffonde quelle ricostruzioni ma anche chi le legge. “Com’è possibile che, di fronte alla lista di operazioni militari che quotidianamente uccidono famiglie e ragazzini, non ci venga mai l’istinto di domandarci quale sia il nostro ruolo di lettori e cittadini?”. Un ruolo che, secondo la giornalista, consiste nel chiedere prove, responsabilità e conseguenze per chi ha commesso abusi. Da qui il passaggio alla politica e alla responsabilità dei governi occidentali, chiamati a utilizzare gli strumenti diplomatici ed economici previsti dagli accordi internazionali quando i diritti umani non vengono rispettati. “Noi non siamo alleati politici di Hamas, non abbiamo una partnership economica con il gruppo che amministra la Striscia di Gaza. Noi, da alleati della più grande democrazia del Medio Oriente abbiamo accordi bilaterali. L’Unione Europea ha un accordo di cooperazione con Israele che all’articolo 2 dice che se ne può fare carta straccia laddove i diritti umani non vengano rispettati. Gli strumenti quindi ci sono per vincolare un Paese ai suoi doveri, perché vanno benissimo le manifestazioni però dobbiamo chiedere ai partiti di andare a togliere il denaro a chi non rispetta tali diritti”. Nel caso della Cisgiordania ha ricordato come la continua espansione degli insediamenti rende sempre più difficile immaginare concretamente la nascita di uno Stato palestinese indipendentemente da chi andrà al governo perché quello che è stato fatto “è irreversibile”. “La politica deve parlare della realtà e dalla base della realtà costruire l’utopia. Siamo molto abbattuti – ha concluso – abbiamo le spalle piegate, però l’utopia costruiamola sui dati di realtà e non su quello che vorremmo che fosse, perché quello che vorremmo che fosse non c’è”. Quindi l’applauso, lungo, partecipe ed emozionato del suo pubblico e l’invito dal palco: “Teniamoci stretti”.