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La Spezia città d’artisti – seconda parte

La Spezia città d’artisti – seconda parte. Cosimo Cimino, Walter Tacchini, Daniela Spaletra

COSIMO CIMINO


Cosimo Cimino è il pittore dei tanti materiali, anche di recupero, a
ssemblati e rielaborati con maestria. Legni, metalli, carta, plastica, niente gli è sfuggito. Il suo stile è cambiato negli anni, ma l’uso dei materiali è rimasto la “cifra” di fondo della sua arte. Mi dice:

Non sono mai soddisfatto, vado sempre alla ricerca di nuove esperienze, ma l’utilizzo dei vari materiali è ciò che mi contraddistingue.

Cosimo Cimino,
Cosimo Cimino, “Resistenza”, collage di tecnica mista, 2024

Cosimo è nato nel 1939 a Cefalù, dove torna tutti gli anni. In questi giorni è lì, fino a metà settembre. Qualcosa della sua Sicilia è rimasto nella sua arte – i colori mediterranei, un pizzico di sontuosità – ma Cosimo insiste di più sull’influenza che ebbe su di lui La Spezia negli anni in cui arrivò, alla fine del 1961:

Amo la Sicilia ma anche la critico, sono rimasti molto figurativi… Per la mia arte è stata fondamentale Spezia, perché era una città molto creativa, gli artisti collaboravano tra loro, le mostre erano seguite. Era la città del Premio del Golfo. Non la dovete pensare come è ora.

La Biennale ebbe due felici stagioni, dopo quella marinettiana degli anni Trenta: dal 1949 al 1965, e poi dal 2000 al 2008. Cosimo partecipò alla nascita del Sindacato Artisti della CGIL e della galleria del sindacato, “Spezia 66”. Poi ci fu la rottura nel sindacato: Cosimo ed altri ne uscirono e diedero vita, nel 1968, al Circolo culturale Il Gabbiano. Ho raccontato questa vicenda in “Un mondo nuovo, una speranza appena nata. Gli anni Sessanta alla Spezia ed in provincia”, basandomi sui documenti dell’epoca e sulle testimonianze di molti protagonisti, tra cui Cosimo. Fu un momento “esplosivo”, caratterizzato dall’intreccio tra fecondità creativa e polemiche e divisioni tra gli artisti, di carattere politico e culturale ma anche con venature personalistiche, pure fino alla rissa e alla trama. Comunque una grande storia. Da essa nacquero storie diverse, tra le quali quella del Gabbiano, da cui transitò tutta l’arte alternativa e sperimentale, per cinquant’anni. La sede, per quarant’anni, fu in via don Minzoni. Cosimo insegnava educazione artistica a pochi passi, alla scuola media Pellico. Al Gabbiano Cimino tenne la sua prima mostra, nel 1969. Poi un incontro lo influenzò molto:

Al Gabbiano venne, nel 1973, Edo Murtic, un artista jugoslavo che aveva rotto con Tito ed aveva lavorato con Jackson Pollock. Facemmo amicizia, il mio interesse si spostò verso una pittura più astratta e materica. Venne più volte. Mi ricordo che il sindaco Aldo Giacchè, non in pubblico, ci disse: “I nostri operai che cosa diranno di queste cose?”

Cosimo Cimino  - No no no - 2004
Cosimo Cimino – No no no – 2004

Era il tempo in cui la politica si occupava di arte, e si preoccupava di come essa fosse “popolare”. Il tempo in cui, come ha raccontato Dino Grassi in “Io sono un operaio. Memoria di un maestro d’ascia diventato sindacalista”, gli operai lottavano per ampliare la biblioteca in fabbrica, facevano spettacoli teatrali e si iscrivevano ai cineforum.

Cimino fu molto influenzato anche dagli artisti-musicisti del gruppo Fluxus, essi pure spesso ospiti del Gabbiano. Ho conosciuto Cosimo nel 1978. Frequentavo la sede del PCI in piazza Mentana, che – pensate! – non era pedonale. Quell’anno Cosimo realizzò un happening, collocando all’altezza del Teatro Civico delle tavole dipinte di bianco, della stessa dimensione delle strisce pedonali. Il fotografo Aldo Venga fotografò i pedoni che attraversavano, con qualche difficoltà, le strisce sopraelevate. Ci furono molte polemiche: ma fu un’utile “provocazione urbanistica”. Gli operai comunisti ne discussero molto.

Poi vennero i dolcetti di sughero, i lavori di carta, le lattine, gli strumenti musicali, le cravatte… La critica alla società edonistica e consumistica si fece più forte. Come ha scritto Enrico Formica: “Non è che Cosimo Cimino, alla fine, ci voglia dire qualcosa di tremendamente serio?”. Certamente sì, con irriverenza ironica, via via, forse, più pessimistica.

Cosimo Cimino - Il sapore dei soldi - Il colore della carne - 2004
Cosimo Cimino – Il sapore dei soldi – Il colore della carne – 2004

Nella testimonianza per “Un mondo nuovo, una speranza appena nata” mi ha detto:

Allora c’era sperimentazione, vivacità culturale. Ora è tutto piatto.

In una conversazione di poco tempo fa ha aggiunto:

Il motivo del Gabbiano non era guadagnare. Eravamo troppo fuori dagli schemi. A poco a poco la città cambiò, anche grazie a noi. Ora è tutto diverso. C’era il boom economico, avevamo medici e ingegneri che ci seguivano e facevano la tessera dell’appoggio, versando una quota. I cittadini di tutti gli strati sociali venivano alle mostre e discutevano.

Per i miei settant’anni Cosimo mi ha regalato una bellissima opera, un collage di vari materiali, con la scritta “Resistenza”. E nella mostra al Sunspace del 2025 le opere che più mi hanno colpito sono “No no no” e “Il sapore dei soldi – Il colore della carne”. Le tre fotografie sono ad esse dedicate.

WALTER TACCHINI

Walter Tacchini è un artista poliedrico e visionario, come Cosimo. Pur così diverso da lui è anch’egli un “esploratore della materia”. Ha scritto Debora Ferrari:

Uno degli aspetti più caratteristici della carriera di Tacchini è la sua inesauribile curiosità verso i materiali. Negli anni ‘70 e ‘80, il suo lavoro subisce una trasformazione radicale: abbandona progressivamente i materiali tradizionali per avventurarsi nell’uso del metallo, del vetro, del collage, della ceramica e delle resine. Questi nuovi medium gli permettono di esplorare le potenzialità espressive della materia, trasformandola in un mezzo per raccontare storie, emozioni e visioni.

Direi: per fare “arte sociale”. Questa è la cifra distintiva dell’arte di Tacchini, che ha non a caso “un pubblico di massa” in tutti gli strati sociali, più di altri artisti.

Walter Tacchini - Laboratorio con gli allievi del Liceo Artistico della Spezia - 2025
Walter Tacchini – Laboratorio con gli allievi del Liceo Artistico della Spezia – 2025

Walter ha così raccontato la sua storia in “Un mondo nuovo, una speranza appena nata”:

Cominciai a lavorare nella ditta edile di mio padre, a Romito Magra, dopo la terza elementare. Con la materia – all’inizio la terra argilla delle cave romitesi – ebbi quindi sempre a che fare.

La conoscenza delle tecniche dell’arte muratoria e il contatto con gli architetti milanesi che sperimentavano materiali e forme nelle ville della costa tra Lerici e Bocca di Magra fecero di lui, nel frattempo diventato capomastro, un bravo artigiano. Continua Walter nel libro:

Conobbi per caso il pittore spezzino Nazareno Conte, ormai ottantenne, che mi svelò i segreti della tecnica pittorica ottocentesca. All’inizio ero un pittore figurativo, come lui. Il Sessantotto mi distolse dal commercio dell’arte. Mi diedero 400 mila lire per due quadri, la prima volta dissi di sì. Poi mi chiesero due quadri eguali e dissi di no: “L’arte è libertà”. Passai dal pennello allo scalpello. Cominciai a trattare il marmo, a plasmarlo.

Tacchini lavorò alla costruzione della villa dell’intellettuale Franco Fortini. Nel 1963 venne Le Corbusier a vedere la casa. Walter, per uno dei miei articoli della serie “Gli anni Sessanta ad Ameglia”, mi ha raccontato :

Apprezzò il lavoro e mi disse: “Lo sai che abbiamo una storia simile, io e te? Anch’io ero figlio di un imprenditore, anch’io non mi sono mai laureato’. Poi mi fece guardare verso le Apuane e aggiunse: ‘Hai una mano incredibile, sei uno scultore nato’”.

Walter lo ascoltò. Alla Sesta Biennale di Carrara del 1969, dove era stato invitato, era lo scultore più giovane della rassegna. Espose il bassorilievo “Trebiano” ed ebbe la sua prima recensione importante, della giornalista e critica Domenica B. Ranedda, che scrisse:

Walter Tacchini è giovane ancora misconosciuto (ha esposto soltanto nella sua provincia): la maturazione artistica è ancora di là da venire. Gli ambienti di Roma, Milano e perché no? di Londra e Parigi lo attendono per completare con la loro influenza cosmopolita le capacita espressive di questo giovane, nato in una terra dove l’arte è di casa.

In realtà lo ospitò la Francia, come Walter racconta nel libro:

Avevo lavorato a realizzare la villa di Franco Fortini. Fu lui a farmi conoscere, nel 1968, Helene de Beauvoir, che stava cercando una casa per le vacanze in zona. La trovò grazie a mio padre. Alla Biennale del 1969 il marito di Helene, Liolen de Roulet, Direttore della cultura al Consiglio d’Europa, apprezzò la mia opera, e mi invitò a Strasburgo a eseguire una scultura in gres de Vosges per il suo giardino. Nel 1969 andai in Francia, dove mi fermai parecchi anni. Il Sessantotto mi aiutò a lasciare tutte le ipocrisie. Capii, da capomastro e da studente serale all’Accademia di Carrara, che non dovevo essere io a fare l’opera d’arte, che dovevo lavorare con le persone. Da allora sono un “animatore culturale”. Jean Hurstel, direttore della Casa di Cultura di Montbeliard, una delle più importanti di Francia, mi fece partecipare a un’esperienza di animazione, un’anticipazione di quella che in seguito sarà definita Social Art. Sono sempre stato contro l’arte come speculazione commerciale e contro l’artista che lotta per il prestigio personale, benedetto dai poteri politici. L’Arte Sociale era il tentativo radicale di rinnovare il rapporto tra arte e popolo. In Francia facemmo la prima opera d’arte con la gente.

In Belgio feci il “sindacalista artistico”. In un paese c’erano cinquanta famiglie siciliane di minatori. Le donne mi chiudevano la porta in faccia. Creammo subito un’osteria. Abbiamo cominciato cantando. Poi facemmo uno spettacolo, poi un’opera d’arte… Gli operai scioperarono per avere le fognature, e le ottennero. Per questo il potere mi cacciò. Quegli operai non avevano mai fatto uno sciopero.

Walter Tacchini - Laboratorio con gli allievi della Scuola di danza Danseàvie della Spezia - 2025
Walter Tacchini – Laboratorio con gli allievi della Scuola di danza Danseàvie della Spezia – 2025

In Francia Walter conobbe Jean Paul Sartre e Jacques Prevert, e lavorò con grandi artisti. Ma all’origine di tutto – continua Walter nel libro – c’era Antonio Gramsci:

A diciassette anni avevo già letto Gramsci. La cultura popolare si trova nelle osterie. A Romito ero impegnato nella FGCI. Disegnavo i fumetti di propaganda, organizzavo il cinema, in concorrenza con gli Scout… Poi ruppi con i vecchi stalinisti del partito. Chiesi a Renato Guttuso un ritratto di Gramsci per la Sezione, lui mi mandò l’opera di un suo allievo. Quando la portai in Sezione, gli stalinisti mi dissero: “E’ un traditore del comunismo”. Risposi: “Allora sono un traditore anch’io”, e stracciai la tessera. Era il 1954. Gramsci mi ha aperto il cervello. Negli anni Settanta Lotta Continua diceva che “l’arte è morta”. Io rispondevo: “No, la cultura è importante, l’arte è fatta da uomini che devono parlare agli uomini”.

Tutta l’opera di Tacchini ha questo segno: dal “Monumento alla Resistenza” a Santo Stefano Magra fino a “Le ali della libertà”, il monumento che sul molo Pagliari ricorda La Spezia Porta di Sion, passando per le maschere, le statue stele, le uova…

Walter Tacchini - Laboratorio con gli allievi dellla Scuola elementare  di Sarzana - 2025
Walter Tacchini – Laboratorio con gli allievi della Scuola elementare di Sarzana – 2025

Ho incontrato Walter di recente all’ex Crastan Caffè a Romito, dove grazie all’amico mecenate Euro Costa ha allestito un vero e proprio museo nell’azienda, negli esterni, negli interni, ovunque! Una visita affascinante, che consiglio a tutti. Tema centrale, in Tacchini, è sempre più il tema del rapporto tra uomo e ambiente. Mi ha detto:

La natura ti insegna tutto. Non sono un artista ma un interprete della natura, della terra, che è arte. Dipingo non il fiore ma il profumo del fiore. Guarda le mie mani: sono rovinate dalla terra, sono un complemento della terra. Al giovane di oggi dico: lascia i selfie, i computer, l’IA, lavora con il tuo cervello, le tue mani, se vuoi essere un uomo libero.

Ho conosciuto Walter alla fine degli anni Settanta in una magnifica esperienza di arte sociale, “L’omo ar bozo”, una storia tutta amegliese di ribellione contro il potere. Migliaia di figuranti, di maschere… Questa esperienza assume sempre nuove forme. La vista della sfilata dalla Venere Azzurra a San Terenzo, qualche mese fa, mi ha riportato a “L’Omo ar Bozo”: tanti laboratori nelle scuole – quella dell’infanzia a Bocca di Magra, le elementari ad Ameglia e a Sarzana, il Liceo artistico alla Spezia, la scuola di danza classica Danseàvie Corpo Unico a Rebocco – e poi la grande sfilata dei ragazzi. Peccato non averla potuta fare alla Spezia, Walter è arrabbiatissimo con il Comune… Il titolo era “Il gabbiano guerriero”: contro l’inquinamento globale, per l’acqua come bene comune. Come nel 1968 di Cosimo Cimino, il nome prescelto esprime bene l’idea dell’arte come un’avventura da vivere nella massima libertà. Le tre fotografie raffigurano aspetti del lavoro nelle scuole. Walter ha insegnato trent’anni all’Accademia di Belle Arti di Carrara, e si vede.

E’ nato nel 1937: un giovanissimo quasi novantenne. Non perde mai l’entusiasmo. Il suo sogno è creare, per l’arte sociale, un laboratorio permanente: “l’officina di arte popolare”. Ogni Comune dovrebbe averne uno. Perché, come dice Walter, “l’arte è l’unica cosa inutile che serve”.

DANIELA SPALETRA

Finalmente un’artista donna, in questi articoli in cui, finora, protagonisti sono stati gli uomini (ma su altre artiste mi soffermerò nei prossimi articoli). Conosco Daniela fin da bambina, era figlia di un militante comunista a San Terenzo. Lei, come me, è un po’ lericina e un po’ spezzina: ora da tanti anni vive al Favaro. Ecco il suo racconto:

Il mio percorso artistico nasce negli anni ‘80, con la frequenza di un corso di fotografia sperimentale condotto da Sergio Fregoso, senza macchina fotografica. La lezione di Fregoso era già arte, non era tecnica fotografica. Ancora oggi, quando penso a come dare forma a un concetto che è solo dentro alla mia testa, parto da un’immagine fotografica, mentale: la metto al centro del processo creativo, in grado poi di suggerirmi il percorso da seguire, il medium da usare. Negli anni ho sperimentato diversi mezzi comunicativi per arrivare all’installazione site-specific, al video e, spesso, di nuovo all’immagine fotografica, mai isolata ma sempre affiancata da elementi di vario genere.

L’arte di Daniela è molto interessante non solo per l’aspetto “estetico”. E’ anch’essa “arte sociale”:

La mia poetica coincide con la mia visione del mondo, con il mio impegno e partecipazione ai problemi sociali, con l’attitudine a una certa disobbedienza culturale, con la rottura degli schemi imposti da un sistema ideologico onnipresente. Vivo l’arte come urgenza espressiva, come atto rivoluzionario, libera da costrizioni di alcun genere, senza confini e contro l’indifferenza, da vivere in ogni spazio e non solo nei luoghi a essa deputati.

E’ stato difficile, per me, scegliere le opere di Daniela da far conoscere ai lettori – con l’aiuto delle fotografie – perché sono tutte contrassegnate da “una fascinosa complessità di segni e oggetti e materie che ordina e costruisce un proprio spazio in dialogo (e polemica) con l’ambiente della vita banale e dell’inerte quotidiano”, come ha scritto Gilberto Pellizzola.

Daniela Spaletra - In pectore - Video Installazione - Carrara,Chiesa della Madonna delle Lacrime - 2021
Daniela Spaletra – In pectore – Video Installazione – Carrara, Chiesa della Madonna delle Lacrime – 2021

Comincio da “In Pectore”, facendo parlare Daniela:

E’ un progetto a cui ho lavorato per anni raccogliendo documenti e immagini fotografiche presso Archivi di Stato, biblioteche, parlando con storici, nel tentativo di tradurre una vicenda privata in un fatto universale e di fornire così l’occasione per meditare sul concetto di giustizia. Il lavoro prende avvio da un fatto avvenuto il 2 giugno 1921: nello stesso luogo dell’accaduto ho inserito un’installazione site-specific. Tutto è nato dal racconto che quando ero bambina ascoltavo da mia nonna, testimone diretta della vicenda.

Il casus belli era stato lo sfoggio di un fiore rosso portato in petto dalla giovane Claretta Lazzeri, gesto letto come un atto di sfida da un gruppo di squadristi fascisti, che uccisero il fratello e la madre della ragazza mentre tentavano di salvarla. Un video posto all’interno della Chiesa delle Lacrime di Carrara, al centro della zona dove avvennero i fatti, racconta la vicenda attraverso un processo simbolico agli esecutori, che non hanno mai pagato per quello che hanno commesso. All’esterno il perimetro dell’accaduto è evidenziato da una striscia rossa e dall’accumulo di fiori rossi posti nell’atrio della chiesa. La messa in scena non vuole essere un atto postumo di giustizia ma lo stimolo a una riflessione sul senso di impotenza che l’ingiustizia può generare e sul dolore che questa può causare.

Di grande fascino è anche “Surface”. Spiega Daniela:

In questo lavoro cerco di fornire una mappa del genere umano, individui posti uno accanto all’altro all’interno di un unico piano. Lo strato bianco immobilizza il soggetto, lo neutralizza, mostrando la superficie di carne comune a tutti noi, annullando i preconcetti che utilizziamo quotidianamente, siano essi di razza, genere o quant’altro. I contenitori di colore, che riproducono la pigmentazione della pelle delle persone fotografate, diventano una sorta di legenda che ci permette di decifrare questa carta, ci ricordano la diversità propria a ognuno di noi, necessario completamento di questo “gradozero” che intimamente siamo. Ogni viso ha un colore ma potenzialmente potrebbe accogliere ogni altro colore, eppure ne avrà sempre uno e uno soltanto. In questo lavoro il soggetto diventa alla fine lo spettatore stesso, con le sue credenze che, almeno per un attimo, vengono sospese, messe in dubbio, misurate secondo una scala inedita, quella di un’umanità liberata da giudizi di valore socialmente imposti.

Daniela Spaletra - Public Gardens
Daniela Spaletra – Public Gardens – Installazione 2017

Infine “Public Gardens”, il più legato al nostro territorio. E’ un progetto realizzato in collaborazione con Andrea Luporini e Grazia Cantoni. Sentiamo ancora Daniela:

La fotografia dialoga con grafici che mostrano i risultati di analisi effettuate su campioni di terra prelevati nei pressi della discarica di Pitelli.I grafici provengono da un terreno nel quale sono stati trovati (e poi nuovamente sotterrati) 27 fusti di materiale tossico. L’istallazione comprende anche delle aiuole a forma di esagono a ricordare le forme di aggregazione chimica degli idrocarburi e di altre sostanze inquinanti, pieni di terra proveniente dal sito inquinato e di piante fito depurative. Le piante che crescono su questo terreno inquinato sono concrete, pur mostrandosi in una veste onirica e pittorialista, come si evince dalle immagini fotografiche, mentre i grafici, segni artificiali che mostrano dati reali, prendono forme simili a spine e rami, diventano corpi tangibili. Questi diversi oggetti sono rappresentazioni di una determinata realtà, si mescolano e si fondono, influiscono l’uno sull’altro: le piante sono intossicate a causa delle sostanze mostrate dai grafici e queste stesse sostanze potrebbero essere neutralizzate dalle proprietà fito depurative delle piante. In mezzo a tutto questo stiamo noi, che guardiamo alla quotidianità senza riuscire a riconoscere il conflitto in atto e le conseguenze che porterà sul nostro futuro.

Daniela Spaletra sta continuando il suo lavoro con opere altrettanto belle: è un modo peculiare di fare “arte combinatoria” di elementi diversi, e di fare “arte sociale”, ancora più ideologicamente connotata. La sua è anche “arte femminile”, dove la femminilità è adesione istintiva al territorio e alle radici, è lotta per la vita della terra e per nuove relazioni sociali.

Daniela Spaletra – Surface – Installazione 2014

Daniela mi ha fatto vedere un’opera dedicata a Gaza, che presto potremo ammirare. E’ significativo quanto sia stata colpita dal “test morale” della Palestina:

In questo contesto di dolore a volte mi sembra quasi superfluo fare arte. Deve essere, in ogni caso, arte che contribuisca a far cambiare le cose, anche dal punto di vista del cambiamento personale. E’ difficile, in questa fase, lavorare sul nostro territorio. Altrove ho trovato più possibilità, meno pregiudizi.I “63” E OLTRE

Due “grandi vecchi”, una donna più giovane. La ricchezza della nostra vita artistica sorprende ogni volta. E’ un mondo che va ascoltato, valorizzato, reso partecipe, come hanno scritto i 63 firmatari del documento “L’altra città per un’altra cultura – Call to action”, leggibile a questo link:

https://www.cittadellaspezia.com/2026/07/17/sessantatre-firme-per-scuotere-la-cultura-spezzina-e-unopen-call-aperta-esiste-una-citta-ricca-e-inesplorata-663648/

Cosimo, Walter e Daniela non potevano non essere tra i firmatari. Ma oltre i 63 c’è un mondo ben più grande ancora, ricco e inesplorato: da scoprire, incentivare, unire. A partire da un grande evento popolare – in preparazione – in cui si manifestino tutta la sua creatività e tutto il suo desiderio/capacità di cambiare la politica e la città.

Post scriptum

Le fotografie delle opere di Cosimo Cimino e Walter Tacchini sono state scattate da Pier Luigi Acerbi.

La prima parte di “Spezia città di artisti” è uscita nella rubrica il 1° febbraio 2026.

Sul Gabbiano si veda l’articolo della rubrica “Addio al Gabbiano, cinquant’anni di arte e libertà”, 27 maggio 2018.

Su Walter Tacchini si veda l’articolo “Gli anni Sessanta ad Ameglia – seconda parte”, “Ameglia Informa”, dicembre 2022.