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A venticinque anni dal G8. L’eredità del movimento per “Un’altra globalizzazione”

UN GRANDE MOVIMENTO DI PROTESTA CHE INCONTRO’ LA MATTANZA

Tutto cominciò a Seattle il 30 novembre 1999. Quando Ron Judd, elettricista dei cantieri navali di Seattle, seppe che nella sua città si sarebbe tenuto il prossimo incontro della Wto, l’organizzazione mondiale del commercio, chiamò la sede nazionale del suo sindacato per organizzare una grande protesta. Il Wto è l’organizzazione che spinge per la massima liberalizzazione del commercio globale. I sindacati e i lavoratori temevano la perdita di posti di lavoro e di diritti per la concorrenza di Paesi con salari e tutele molto più bassi. Intorno a loro nacque un movimento globale molto composito, che coinvolse il Sud del mondo – “il popolo di Seattle” si mescolò con il “popolo di Porto Alegre”, città brasiliana in cui si tenne il primo Forum sociale mondiale, nel 2001 – all’insegna dell’idea di “un’altra globalizzazione”: people before profits, le persone prima dei profitti. Il bersaglio era la globalizzazione neo liberista, che aveva iniziato la sua marcia negli anni Ottanta, grazie a Margareth Thatcher e a Ronald Reagan, e che allora stava trionfando grazie anche a Bob Clinton e a Tony Blair e a gran parte della “sinistra” mondiale, che stava abdicando completamente al suo ruolo.

La protesta contro il G8 a Genova – previsto il 20 luglio 2001 – si inserì in questo grande movimento cosmopolita e incontrò la mattanza: violenze e torture da parte delle forze dell’ordine con il pieno consenso del governo: la “più grave sospensione dei diritti democratici che si sia mai verificata in un paese occidentale dal secondo dopoguerra”, secondo Amnesty International.

Genova fu la prova generale di una svolta autoritaria. Da allora lo Stato di diritto in Italia ha lasciato il passo a prove di Stato di polizia: prima nella prassi, poi in un sistema normativo stravolto a colpi di decreti legge. Altrove è già molto peggio: siamo alle “squadracce”, come quelle dei coloni contro i palestinesi nella Cisgiordania occupata da Netanyahu, o dell’Ice contro i migranti nell’America di Trump.

GLI “ALTERGLOBALISTI” DI ALLORA E I SOVRANISTI DI OGGI NON SONO LA STESSA COSA

Ma torniamo alla globalizzazione: dopo il grande balzo in avanti fra il 1980 e il 2008 – la fase dell’affermazione degli “spiriti animali” del capitalismo, che avrebbe dovuto portare a un maggiore benessere per tutti – dal 2008, l’anno della “grande crisi”, la globalizzazione ha conosciuto un progressivo allentamento.

Chi sperava nei benefici per tutti, ha dovuto rendersi conto che la globalizzazione ha accresciuto le diseguaglianze: ha favorito i super ricchi in generale e le classi medie dei Paesi emergenti, mentre ha fatto perdere quasi tutti i poveri del mondo (non quelli cinesi, per esempio) e, in Occidente, i poveri ma anche le classi medie.

Come ha scritto Alessandro Volpi, è finita la “globalizzazione a guida unipolare”, cioè americana, ed è cominciata una fase con i nuovi attori emergenti: non solo la Cina, ma anche l’India e tutta l’Asia, il Brasile, i Paesi arabi, la Russia. Sono tornati gli Stati, i nazionalismi.

Ma ciò non significa affatto che gli alterglobalisti e i sovranisti siano la stessa cosa. I primi volevano globalizzare i diritti, i secondi propongono soluzioni fatte di muri, di dazi, di protezionismi, di “identità omogenee” da proteggere, che portano ai conflitti, alla corsa del riarmo, alle guerre. I primi lottavano contro le diseguaglianze, i secondi, una volta approdati al governo, le hanno alimentate. Nell’Italia della Meloni come nel Brasile di Bolsonaro sono diminuiti i salari e la spesa per lo Stato sociale e sono aumentale le persone che vivono in povertà. Al centro delle politiche della destra sovranista ci sono sempre gli interessi delle classi più ricche. Lo ha ricordato, con l’esempio migliore, Salvatore Cannavò:

La differenza fra il presunto sovranismo di Donald Trump e il globalismo dell’era Clinton od Obama si è potuta misurare a metà maggio quando sull’aereo presidenziale che portava il magnate americano in Cina sono saliti ben 17 dirigenti delle più grandi società finanziarie, industriali e tecnologiche degli Stati Uniti. Il governo della destra anti-globalista al servizio delle stesse multinazionali che hanno usato la globalizzazione per diventare iper-ricchi e che oggi la accusano, quando lo fanno, per essere ancora più ricchi.

Il neoliberismo e le diseguaglianze restano il faro delleèlite, da Clinton a Trump.

STUDIARE LA NUOVA DESTRA

La nuova destra mondiale va studiata di più. Anche l’associazione culturale che presiedo, da sola o con altre associazioni, in questi anni ha promosso la discussione sulla nuova sinistra che dovrebbe nascere, ma non sulla nuova destra che è già nata. E’ una riflessione, invece, che è urgente. La sta facendo, meritoriamente, la Casa della Cultura di Milano. La categoria di “populismo” non è mai bastata per spiegare la nuova destra, tanto meno serve oggi. Di più: la nuova destra è ancora neoliberismo, ma non solo. La nuova destra è autoritarismo e restrizione degli spazi di libertà: forse l’inizio fu a Genova, nel 2001. La nuova destra è contrasto di ogni differenza interna alle “comunità nazionali omogenee”: è razzismo, è suprematismo bianco, come ci insegna il mondo MAGA. La nuova destra è sfiducia nella ragione e nella scienza: “il cambiamento climatico non esiste, i vaccini non servono, la terra è piatta…”. La nuova destra non è solo antisocialista, è antiilluminista. Mette in discussione il 1789, la Rivoluzione francese, l’idea che tutti gli uomini hanno gli stessi diritti. La nuova destra è sempre più per la libertà e sempre meno per la democrazia, perché rifiuta radicalmente l’eguaglianza. La nuova destra è per la libertà diseguale.

Genova, la
Genova, la “biosfera” di Renzo Piano (2010) (foto Giorgio Pagano).

GAZA, TEST MORALE E PUNTO DI SVOLTA

Il movimento per un’altra globalizzazione ha avuto degli eredi. Non fu un fuoco di fiamma. Durò fino al 2003, con il movimento contro la guerra all’Iraq. In Italia l’azione dei movimenti fu alla radice della seconda vittoria di Prodi nelle elezioni del 2006. Il fallimento del secondo governo Prodi decretò la fine di ogni illusione. Poi ci furono fiammate: le “primavere arabe”, gli Indignados, Occupy Wall Street, Ni una menos, Friday s for future, Black lives matter… Ora tutto è ripartito con la Palestina: una generazione ha visto l’orrore di Gaza e ha manifestato in tutto il mondo la sua “ribellione morale”. Sono nati i No Kings: nessun re, contro la guerra,l’autoritarismo, il razzismo, le diseguaglianze.

Il problema della sinistra è se potrà rinascere interpretando questa spinta. Ci sono segnali: Zohran Mamdani, Bernie Sanders e il socialismo americano, Pedro Sanchez e il socialismo spagnolo… Nella discussione alla Casa della Cultura Mario Ricciardi ha messo l’accento sul “ruolo positivo delle avanguardie cosmopolite”, in qualche modo figlie del movimento alterglobalista. In tanti Paesi esistono straordinarie risorse di pensiero critico, anche in Africa. Ha aggiunto: “In America e in Israele sarà difficile che certe persone accettino di abbandonare il potere. La cosa sarà lunga e dolorosa”. Ma Gaza può essere il punto di svolta:

Molte persone, alcune in modo più lucido, altre come puro istinto, si sono rese conto che siamo entrati da tre anni a questa parte in una fase di vera e propria frattura, e che quello che sta accadendo è la prefigurazione di quello che accadrà. Gaza è un test morale. Un evento storico che ricorderemo in retrospettiva come il momento nel quale si sono chiarite molte cose: dove stai rispetto a quel che sta accadendo a Gaza è un indicatore molto importante di dove sarai più avanti, quando le cose che stanno accadendo a Gaza potrebbero accadere anche altrove. Questo ci porta a discutere di oligarchie, di tecno-fascismo… Non mancano le idee, il programma. Dal 2008 in poi è stato fatto un lavoro di elaborazione enorme. Il problema è l’agibilità politica, le leve, le forze. Dobbiamo sperare che chi ha un ruolo dirigente nei partiti della sinistra sia all’altezza della sfida.

Post scriptum

Su La Spezia e il G8 rimando a due articoli di questa rubrica:

“In memoria di Fabrizio, torturato a Bolzaneto”, 31 luglio 2016

“La Spezia per il G8”, 25 luglio 2021

lucidellacitta2011@gmail.com