Da Porto Venere a Spezia, i doveri morali dei sindaci
Il prossimo 15 luglio Matteo Cozzani, ex sindaco di Porto Venere ed ex capo di gabinetto del Presidente della Regione Liguria Giovanni Toti, comparirà davanti al giudice nell’udienza preliminare nata dall’inchiesta che nel maggio 2024 coinvolse i vertici della politica ligure ed esponenti di primo piano dell’amministrazione e dell’economia. Le accuse sono molto gravi: Cozzani avrebbe favorito alcuni imprenditori proprietari del Grand Hotel di Porto Venere nell’iter per realizzare uno stabilimento balneare sull’isola Palmaria – in realtà impedito dalle norme urbanistiche in vigore – e in altre “operazioni imprenditoriali”, ottenendo in cambio vantaggi personali e per le imprese sue e dei suoi familiari. Le intercettazioni sono impressionanti – la vicenda è stata ben ricostruita da Vincenzo Bisbiglia e Marco Grasso nel libro “La repubblica delle mazzette” – ma certamente la giustizia deve fare il suo corso. Nessun imputato è condannato fino alla sentenza. Per il Comune di Porto Venere c’era però un dovere da esercitare: la costituzione come parte civile nel processo. L’udienza preliminare era l’ultimo momento utile per farlo. Il sindaco Francesca Sturlese, già in giunta ai tempi di Cozzani, non ha voluto esercitare questo dovere. E’ una brutta pagina per la credibilità delle istituzioni, un tema sul quale non dovrebbero esistere sensibilità di parte.
Ero sindaco della Spezia quando, nel processo sulla discarica di Pitelli, furono indagati amministratori di giunte precedenti appartenenti alla mia stessa parte politica: non avemmo nessuna incertezza nel costituirci parte civile, perché dovevamo tutelare la credibilità dell’istituzione Comune.
Qualcosa, ed è un bene, si è mosso: alcune associazioni si sono costituite parte civile, tanti cittadini portoveneresi hanno manifestato e l’opposizione si è fatta sentire, organizzando – lo ha fatto il Pd – un’iniziativa per “riportare l’etica pubblica al centro del dibattito politico”.
Oggi la “questione morale” è molto complessa. Ho assistito al declino dei vecchi partiti della prima Repubblica, e mi sono battuto per la “questione morale” al loro interno. Ho visto poi avanzare a poco a poco la personalizzazione della politica e cambiare l’epicentro del fenomeno, che è diventato il singolo uomo politico, o gruppi/comitati di affari di uomini politici, operanti in partiti sempre più “liquidi” e senza popolo. La presenza popolare era fondamentale, perché il “controllo” politico e sociale di grandi masse di iscritti e di elettori era “inibitoria”: frenava cioè i politici tendenzialmente portati all’immoralità, che c’erano, ci sono e ci saranno sempre.
L’articolo 1 della Costituzione afferma che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.Chi esercita il bellissimo ruolo di rappresentante della sovranità popolare, il politico di turno, va anch’egli sottoposto al controllo e ai limiti previsti. Ma i segnali vanno in senso inverso. L’idea è che chi è legittimato da un’elezione può fare quello che vuole. Eppure la democrazia non può funzionare così!
Le leggi, purtroppo, stanno facendo continui passi indietro: limitazione delle intercettazioni,liberalizzazione dei subappalti, abolizione del reato di abuso d’ufficio, legge bavaglio ai giornalisti…
Dobbiamo risvegliarci. Anche Spezia – al di là dei reati da perseguire penalmente – è diventata una città dove regnano le relazioni amorali e l’opportunismo permanente. Quante luccicanti carriere della nostra “oligarchia dei giri” (nel senso di oligarchi che girano tutti gli incarichi scambiandoseli tra loro) sono state costruite su questo e non sui libri! A Spezia veniva spesso Giorgio Amendola, che aveva una casetta a Fiumaretta. La moralità l’ho imparata da lui, da Enrico Berlinguer, da Pietro Ingrao, da Luciano Lama, da Bruno Trentin, ma anche da socialisti come Riccardo Lombardi, da democristiani come Benigno Zaccagnini, da Vittorio Foa e da tanti giovani “gruppettari”… Ricordo che Amendola, nelle riunioni di sezione, chiedeva: “Qual è l’ultimo libro che avete letto?”. E a chi non rispondeva raccomandava: “Dovete leggere almeno due libri al mese!”.
A proposito di libri. Sto girando, come mio solito, città e paesi. Questa volta con “Ennio Carando Un filosofo nella Resistenza”: la storia di un filosofo morale, di un educatore morale, di un politico morale. Ogni volta mi sorprendo del successo, e soprattutto imparo qualcosa. Mi convinco sempre più che la politica è in crisi e ha imboccato una deriva che sembra inarrestabile perché i suoi fondamenti prepolitici, la cultura, la morale l’umanità, sono a rischio di dissolvenza. Ma mi accorgo anche che tanti cittadini lo hanno capito. L’uomo è risultato irriducibile al consumatore insaziabile. Neanche la potenza delle macchine “intelligenti” con i loro algoritmi l’ha piegato, finora. Al contrario, un mondo sempre più disumanizzato genera la reazione morale “per restare umani”.
Certamente, per superare la crisi della politica, dobbiamo tornare a rappresentare il lavoro, a batterci a fianco degli umili e degli oppressi, contro gli oligarchi dell’economia e della finanza. Ma c’è qualcosa che viene prima, che è prepolitico: è culturale, morale, umano.
I “benpensanti” della razza padrona sono indifferenti a ciò che succede a Porto Venere. Magari si sgomentano perché l’ex capo delle Ferrovie deve fare pochi anni di carcere a causa delle sue responsabilità per la strage di Viareggio (32 morti e 130 feriti). I ricchi e i potenti, secondo loro, non devono mai pagare. Mentre i poveri bengalesi – i “moderni schiavi” senza cui la città non potrebbe costruire né gli yacht né le navi militari – che escono dalle fabbriche, in cui non hanno nemmeno gli stipetti, senza poter fare la doccia, che vivono in dodici in case per tre, non possono giocare a carte in un parco nei giorni in cui il clima è impazzito.

Il Ferale dalla grotta Byron, al tramonto (2013) (foto Giorgio Pagano)
A trent’anni da “Anime salve” –del ligure più grande di tutti – vengono in mente i versi di “Smisurata preghiera”, l’ultima canzone:
Ricorda Signore questi servi disubbidienti
alle leggi del branco
Non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti.
Muovendosi attraverso le difficoltà, “in direzione ostinata e contraria”, le minoranze, le anime salve, gli ultimi, affermano la propria dignità e la propria fierezza, nel tentativo di “consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità, di verità”. La vera preghiera, l’invocazione a un’entità superiore, si incontra negli ultimi versi: per tutto quello che hanno patito, si chiede che queste anime vengano ricordate e aiutate dalla fortuna. Fabrizio De André aggiunge le parole finali “come un dovere”.
Ritorna la parola “dovere”. Caro sindaco, so bene che esistono i regolamenti. Ma so anche che esiste la discrezionalità del buon senso. Soprattutto so che la vita dei lavoratori bengalesi è priva di regole, non certo per colpa loro; e so che l’integrazione ha bisogno di spazi pubblici, di comprensione reciproca, di nuove regole per tutti. E’ un dovere culturale, morale, umano mettere da parte quelle multe, per ascoltare, dialogare, capirsi l’un l’altro. E’ un dovere non dimenticare quei volti, dopo tanto sbandare.
lucidellacitta2011@gmail.com


