Luci della città
|Storie di Resistenza inedite o riscoperte: “Virgola”, “Bisagno” e gli alpini in alta Val di Vara
Quella di oggi non è una storia “inedita” ma è certamente una storia “riscoperta”. Pochi spezzini sanno che tra le formazioni partigiane protagoniste della Resistenza nel nostro territorio vi fu una brigata che non dipendeva dalla nostra Zona operativa, la quarta, ma dalla sesta, quella genovese: era la Brigata Coduri, che ebbe tra le sedi del comando Valletti e Comuneglia di Varese Ligure e che operò anche nei territori di Maissana e di Carro.
La brigata Coduri fu una formazione atipica, che non mancava di sottolineare la su atipicità. Ciò derivava da un forte senso di appartenenza ad alcuni borghi del Tigullio. Il primo gruppo di giovani – conosciuto con il nome di “ribelli del Capenardo” – che darà vita alla Brigata si costituì dopo l’8 settembre nella zona del monte Capenardo, presso il casone delle Vagge, sulle alture del Tigullio. I fondatori, capeggiati da Giovanni Sanguineti “Bocci” ed Eraldo Fico “Virgola”, erano operai delle fabbriche di Sestri Levante e proletari, di tendenza comunista.
I partigiani del gruppo ritennero sempre, ha scritto lo storico Manlio Calegari, “di non dover abbandonare il territorio circostante Sestri Levante, Riva Trigoso, Casarza Ligure, Castiglione perché in tal modo avrebbero potuto difendere dallo smantellamento gli impianti industriali esistenti”.
Leggiamo la testimonianza di uno di loro, Italo Fico “Naccari”:
la nostra divisione era senz’altro una formazione diversa dalle altre, non migliore – questo lo giudicherà la storia – la diversità sta che noi eravamo in una zona indipendente e non abbiamo mai voluto abbandonarla nonostante la pressione dei nostri più alti comandi, di divisione, di zona, perché era una formazione formata in prevalenza da giovani del posto che non volevano.
Questa scelta della Coduri la pose spesso in contrasto con Aldo Gastaldi “Bisagno”, il comandante della divisione Cichero, di cui faceva parte. Il gruppo diventò a poco a poco molto numeroso: occupava un territorio molto ristretto, a ridosso e spesso in continuità con quello occupato dal nemico e in sostanziale promiscuità con la popolazione residente. Ciò era fonte di difficoltà e di pericoli.
In estate il gruppo si spostò al casone di Sesco, a Iscioli, frazione del comune di Ne.
“Bisagno” non si stancava di dire: è troppo pericoloso, dovete fare una svolta militare, essere più agili e più manovrieri.
Anche perché tra la fine di luglio e l’inizio di agosto era arrivata, in zona, in appoggio ai tedeschi e ai fascisti repubblichini, la Divisione alpina Monterosa.
Il primo agosto 1944, nel corso di uno scontro avvenuto per caso con gli alpini a Carro, morì il partigiano Giuseppe Coduri. Il gruppo assunse così il nome di Brigata garibaldina Coduri, al comando di “Virgola”.
I partigiani si spostarono a Velva ma, in vista di un rastrellamento, dovettero mettersi in marcia verso la Val d’Aveto. Li convinse Giovan Battista Canepa “Marzo”, commissario politico della Cichero
“Virgola” disse ai suoi: dove andremo la vita sarà dura: privazioni, sacrifici, fame, pericolo…
Gli uomini si stavano sottraendo a un pericolo certo, ma nel discorso di Virgola la realtà appariva rovesciata. L’abbandono del proprio territorio, dei luoghi amati e noti, faceva tutt’uno con il sacrificio e il pericolo.
I partigiani della Coduri si salvarono dal rastrellamento d’agosto ma rientrarono al casone di Sesco. Sentivano di appartenere a quei luoghi: era la cosa per loro più importante.
Intanto erano saliti da 250 a 500. Nuovamente “Bisagno” e la sesta Zona, di cui era commissario il sarzanese Anelito Barontini “Rolando”, insistettero: siete troppo numerosi e poco mobili, dovete spostarvi. Inviarono un ufficiale, ma resistette 24 ore. La Coduri non obbedì: non possiamo abbandonare la zona, ci sarebbero gravi conseguenze per la popolazione. “Bisagno” e “Virgola” avevano caratteri simili: parlavano poco, erano uomini calmi, buoni e generosi. Come ha scritto Calegari, “Bisagno” pensava più largo; alla coscienza, all’uomo nuovo. Virgola aveva visto più mondo di lui e aveva fatto la guerra, quella vera, ma sognava il paese. Erano due diverse concezioni non solo della lotta partigiana ma della vita.

Valletti di Varese Ligure, la lapide ai caduti della Resistenza (2025) (foto Giorgio Pagano)
La Coduri si spostò a Disconesi di Maissana, poi a Valletti: qui il comando era in un casone messo a disposizione dal parroco don Bobbio, poi in una casa.
Le cose per un po’ andarono bene: grazie soprattutto alla “squadra matta”, una quindicina di uomini della Coduri guidati da Aldo Valerio “Riccio” e da Bruno Pellizzetti “Scoglio”, che organizzò colpi clamorosi.
Fu importante l’attacco al caposaldo della Monterosa a Velva, per i suoi contraccolpi psicologici sugli alpini. Vi furono diserzioni, poi la richiesta di colloqui tra alpini e partigiani, che furono senza esito.
Nel novembre la Coduri aveva oltre 600 uomini.
L’azione a Lavagna del 16-17 novembre ebbe un effetto entusiasmante.
Ma c’erano, sempre di più, problemi di approvvigionamento e di mancanza di armi.
I partigiani della Coduri andarono a cercarsi da soli i lanci: un altro segno della loro atipicità. “Bocci”, il “saggio” della banda, passò le linee per perorare la causa con Alleati e governo provvisorio.
Ottenne così il primo lancio: il 29 dicembre 1944 80 bidoni scesero dal cielo.
Fu una gioia indescrivibile, ma di breve durata. Tedeschi e fascisti accelerarono l’intervento che avevano previsto da tempo.
Ancora il 22 dicembre il comando della Coduri scriveva: la situazione è calmissima.
Nella notte tra il 29 e il 30 dicembre partì l’attacco, con 500 alpini e 80 tedeschi.
Il 29 mattina la “squadra matta” partì per catturare un grosso contingente della Monterosa, disobbedendo a “Virgola”. Un fianco fu scoperto. Ma furono presi quasi novanta prigionieri, che risulteranno decisivi per lo scambio con i partigiani che saranno catturati al mulino della Gattea il 30 dicembre.
I tedeschi occuparono Valletti nelle prime ore del 30 dicembre, radunando la popolazione e perquisendo le case. Vennero uccisi perché ritenuti legati ai partigiani Andrea Enrico Sanguineti, Vittorio Ghiggeri e una terza persona il cui nome non è stato possibile accertare. In seguito i tedeschi si ritirarono dal paese.
Un reparto della Monterosa accerchiò e sbaragliò un concentramento partigiano al mulino della Gattea, uccidendo otto ribelli e facendone prigionieri 32.
Questi i nomi dei caduti: Ettore Baetta “Benzina”, Canzio Bucciarelli “Bussola”, Giuseppe Latiro “Rizzo”, Carlo Bordone “Paris”, Giacomo Merani “Ne”, Raffaele Lucini “Foglia”, Cesare Dall’Orco“Biella”, Pietro Cavallero “Sciarpa”.
Gli alpini si diedero ai saccheggi, incendiarono alcune case e uccisero Agostino Nicora, che aveva in tasca due bossoli. Fu inoltre preso prigioniero il parroco Don Bobbio, che era stato intermediario nei colloqui tra i partigiani e gli alpini. Fu portato prima a Santa Maria del Taro e poi a Chiavari, dove sarà fucilato il 3 gennaio 1945.
Il colpo più duro fu quello subito alla Gattea, per un equivoco sorto nelle segnalazioni.
24 prigionieri furono scambiati: tutti salvo otto alpini disertori, che in parte rientrarono nella Monterosa, in parte furono passati per le armi.
Il 17 gennaio 1945 all’albergo Amici ci fu lo scontro: “Bisagno”, “Marzo”, “Rolando” da una parte, “Virgola” e il commissario Bruno Monti “Leone” dall’altra.
Il comando era stato spostato a Comuneglia.
“Virgola” capì “Bisagno” e con dolore alleggerì la Coduri in vista del nuovo rastrellamento, quello del 20 gennaio.
Una crisi transitoria che non impedirà alla Coduri di risorgere e di ripresentarsi all’appuntamento primaverile, l’ultimo, in forze. Alla fine di marzo le fila della formazione erano in buona efficienza. Ridimensionata ma non vinta, dopo i due grandi rastrellamenti di dicembre e di gennaio la Coduri si riorganizzò e si rafforzò, e fu promossa a Divisione. C’erano stati i caduti, gli invalidi, i torturati, i prigionieri, le scarpe sfondate e la fame – quella vera – le delazioni e gli abbandoni. Ma la Coduri ce l’aveva fatta, e dopo tante durezze contribuì a conquistare la libertà per tutti noi.
La storia della Coduri, come quella di tutta la Resistenza, non è da “monumentalizzare”: è storia di uomini in carne e ossa, con le loro grandezze e le loro miserie, le loro vittorie e le loro sconfitte. Una storia incasinata e romantica, di passioni e di sentimenti, fragile e coraggiosa. Che riemerge sempre come un appiglio: perché è la cosa migliore che abbiamo fatto.
“Virgola” e “Bisagno” combatterono due lotte diverse: ma entrambe all’insegna della disobbedienza. Diversa ancora fu la lotta dei disertori della Monterosa. Ma anch’essi disobbedirono, trasgredirono. Sono loro che dobbiamo ringraziare: quei giovani incasinati e romantici, quegli operai delle fabbriche del Tigullio, quegli alpini imboscati. Sono loro che hanno riscattato sia l’ignavia di chi si è appartato e non ha fatto quel che doveva fare sia il disonore di chi non si è appartato ma ha combattuto dall’altra parte, contro la Patria e a fianco dell’invasore nazista, come la maggioranza degli alpini della Monterosa, i fascisti assassini dei giovani del mulino della Gattea. Li dobbiamo ringraziare perché con le loro scelte hanno posto fine a quella carestia morale che nel ventennio li aveva espropriati della propria autonomia e aveva portato l’Italia alla rovina.
Post scriptum
Sui temi di oggi si vedano, nella rubrica, gli articoli: “Vita e morte di “Bisagno”, 2 dicembre 2018; “L’uccisione di don Bobbio e la ‘Repubblica del Vara’”, 12 gennaio 2025; “Storie di Resistenza inedite o riscoperte: Luigi, alpino disertore due volte, e le bombe amiche su Carrodano”, 24 maggio 2026; e, su Patriaindipendente.it, l’articolo “La straordinaria storia della Repubblica partigiana del Vara”, 11 luglio 2025.
lucidellacitta2011@gmail.com






