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Storie di Resistenza inedite o riscoperte: Luigi, alpino disertore due volte, e le “bombe amiche” su Carrodano
Luigi Rota (archivio famiglia Rota); Carrodano, Arsina, lapide a Luigi Rota (2026) (foto Giorgio Pagano)

Ieri tanti cittadini di Carrodano e della Val di Vara e altri provenienti da Bovezzo e da Brescia si sono ritrovati assieme a Carrodano – per la prima volta dopo tanti anni – per ricordare Luigi Rota, partigiano della Brigata Centocroci nato a Bovezzo, ucciso dai fascisti ad Arsina il 22 gennaio 1945. E’ stata una giornata molto intensa – voluta dai Comuni di Carrodano e di Bovezzo e dalle Sezioni Anpi dell’Alta Val di Vara e della Valle del Garza – che si è conclusa con l’impegno per il gemellaggio tra i due Comuni.
La storia soggettiva di Luigi Rota, “Gigi”, ci aiuta a comprendere la storia generale della Resistenza: la sua complessità, la sua pluralità, la sua moralità. E anche a conoscere meglio, come vedremo, una pagina della Resistenza spezzina.
Luigi era un giovane che apparteneva a una famiglia di possidenti, proprietaria a Bovezzo di un bellissimo palazzo e di molte terre. Delle tre guerre resistenziali di cui ha scritto lo storico Claudio Pavone – quella patriottica, quella civile e quella di classe – Luigi non partecipò alla guerra di classe. Certamente combatté la guerra patriottica e quella civile: in particolare quest’ultima, fino a perire per mano di altri italiani.
Ecco, quindi, la pluralità sociale della Resistenza. Se gli operai – spezzini e bresciani – con i grandi scioperi diedero alla Resistenza il tratto della lotta di classe, altre esperienze introdussero nella vicenda resistenziale un tratto più ampio. Pensiamo al ruolo decisivo dei contadini, della gente di campagna e di montagna. Ma anche una parte della borghesia – Luigi era un “borghese” – fece la sua parte. Il padre non approvava affatto le idee del figlio. L’antifascismo del giovane non nacque in famiglia ma a scuola, prima nell’Istituto Arici, retto dai Padri Gesuiti, poi nell’ambiente universitario dei Padri Filippini della Pace di Brescia, che fu un centro di formazione spirituale e civile di tanti giovani che confluirono dal 1943 nelle formazioni partigiane.
Luigi Rota era uno studente universitario, nato nel 1924, iscritto nel 1942 alla Facoltà di Ingegneria. Questo dato simboleggia la partecipazione anche degli intellettuali e degli studenti alla Resistenza: una componente che ne arricchì la pluralità sociale. Le mie ricerche, approdate da ultimo al libro su Ennio Carando, mi hanno portato a dare grande importanza a questa partecipazione. Si impegnarono sia molti insegnanti sia molti studenti, che nella gran parte dei casi fecero la “scelta morale” anche perché sollecitati dai loro educatori, che seppero risvegliare le loro coscienze. Come fece Carando, come fecero gli educatori di Luigi Rota.
Il fatto che Luigi fosse cattolico ci spinge a riflettere sulla Resistenza dei cattolici. La pluralità non fu solo sociale ma anche culturale e politica. Fu diverso il rapporto dei cattolici con la lotta armata e con la violenza? In parte sì, anche se questo rapporto fu difficile per quasi tutti i partigiani. Ci fu una differenza anche tra cattolici: colui che sarà il comandante militare di Luigi – Federico Salvestri “Richetto” – era un cattolico ma anche un militare. I cattolici militari ebbero con la violenza un rapporto molto meno problematico. Non sappiamo per Luigi. Certo è che nei cattolici pacifismo e obiezione di coscienza erano allora concetti inesistenti: la lotta armata contro gli invasori tedeschi e i loro alleati fascisti si impose quasi subito come necessità ineliminabile.
La religiosità ebbe molto a che fare con la Resistenza. Ci fu anche una forte religiosità dei comunisti. Nelle “Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana” si rinviene una tradizione religiosa, che riaffiora spesso inconsapevolmente in tutti o quasi i condannati: un’eredità che per secoli, e ancora nel Novecento, ha costituito un fondamentale legame di coesione sociale e di disciplina morale degli italiani. I comunisti ebbero poi una loro peculiare religiosità “laica”. Non era solo il mito di Stalin, quello che fece dire a Emilio Maneschi, partigiano migliarinese della Centocroci, in una testimonianza: “Stalin era come un padreterno”. Un termine che ho ritrovato nelle testimonianze di tanti partigiani di tutta Italia, comunisti e anche non comunisti. Ma non era solo questo, era qualcosa di più generale. Due personalità spezzine da riscoprire sono quelle dei fratelli Arrigo e Vladimiro Diodati, figli di un piccolo industriale antifascista costretto a emigrare a Parigi. Arrigo dopo l’8 settembre 1943 rientrò alla Spezia, dove organizzò il Fronte della Gioventù e si impegnò nella Resistenza fino agli scioperi del marzo 1944. Ormai sospettato dai fascisti, fu inviato dal PCI nel Genovesato. Qui operò anche Vladimiro, che fece – con il nome di battaglia “Paolo” – il commissario politico della 59a Brigata garibaldina Caio, operante in Val d’Aveto e nel Piacentino.. In questo ruolo ebbe un bellissimo rapporto di collaborazione con Madre Ignazia, delle suore di Santa Marta di Chiavari, sfollate con la loro colonia di orfanelli a Santo Stefano d’Aveto, a lungo occupata dai partigiani. Un giorno le disse:

In fin dei conti io e altri come me abbiamo il nostro Dio per il quale combattiamo. E’ il popolo che lavora e sta male, la gente che soffre, che vuole essere libera e non gemere sotto la tirannide dei ricchi e la popolazione straniera.

Carrodano, Arsina, Vico del Gottero (2022) (foto Giorgio Pagano)
Carrodano, Arsina, Vico del Gottero (2022) (foto Giorgio Pagano)

Luigi è ricordato a Bovezzo – lo hanno detto a Carrodano la Sindaca Sara Ghidoni e la nipote di Luigi Nunzia Polizzi – come un giovane giocoso e buono, che alla domenica insegnava il catechismo ai bambini e che dava lezioni gratuite ai bambini dei contadini che lavoravano le terre del padre.
Fece la “scelta morale” già il 25 luglio 1943 – festeggiò con gli amici la caduta del regime – e poi l’8 settembre, quando collocò una damigiana della cantina paterna su una sedia di fianco all’osteria nella piazza di Bovezzo e si mise a offrire da bere con una scodella a quanti passavano da lì.
Chiamato alle armi dalla Repubblica di Salò nel novembre 1943, Luigi disertò e si rifugiò nelle montagne della Val Camonica con altri tre amici. Vi rimase fino al dicembre 1943, quando, per evitare una rappresaglia dei fascisti contro i genitori, si presentò. E’ quello che tanti giovani italiani furono costretti a fare.
Dopo un breve periodo trascorso in caserma a Brescia, fu inviato nel febbraio 1944 a Novara e inquadrato nella Divisione Alpina Monterosa. Nel marzo venne mandato in un campo di addestramento nella Foresta Nera in Germania. Intanto il palazzo di famiglia a Bovezzo veniva occupato dalle truppe tedesche. Rimpatriò nel luglio del 1944, e fu inviato in Liguria con la Monterosa. Riuscì a favorire la fuga verso le montagne di molti suoi commilitoni e alla fine del settembre 1943, dopo avere bruciato tutti i registri del suo battaglione, con altri compagni disertò e fuggì ai monti, unendosi ai partigiani della Brigata Centocroci. Entrò a far parte della Compagnia Camillo, un gruppo di sabotatori comandato da Camillo Orlandazzi, di Albareto, un fedelissimo di “Richetto”.
Le pagine più belle sulla scelta, dal punto di vista dell’analisi storica, le ha scritte Claudio Pavone in “Una guerra civile”, che non a caso ha come sottotitolo “Saggio storico sulla moralità della Resistenza” (cioè il titolo che Pavone avrebbe voluto dare al libro). Il primo significato di libertà che assume la scelta resistenziale è implicito nel suo essere un atto di disobbedienza:

Per la prima volta nella storia d’Italia gli italiani vissero in forme varie un’esperienza di disobbedienza di massa. Il fatto era di enorme rilevanza educativa per la generazione che, nella scuola elementare, aveva dovuto imparare a memoria queste parole del libro unico di Stato: ‘Quale dev’essere la prima virtù di un balilla? L’obbedienza! E la seconda? L’obbedienza (in caratteri più grandi). E la terza? L’obbedienza (in caratteri enormi).

La “scelta morale” fu rinnovata nei successivi, difficili mesi:

La scelta va considerata piuttosto che come un’istantanea illuminazione come un processo che talvolta si apre la strada a fatica, perché affaticati sono gli uomini che lo vivono.

Da tanti la scelta fu fatta due volte. Come da Luigi Rota, che scelse due volte di disobbedire e di disertare.
Da luglio la storia della sua vita si intreccia con quella della presenza della Monterosa in Liguria: una storia di violenza antipartigiana e di rastrellamenti, ma anche di diserzioni e di rese.
La Divisione alpina arrivò a luglio.
Già il primo agosto, a Carro, ci fu il primo scontro: protagonisti un gruppo di partigiani della formazione guidata da Eraldo Fico “Virgola” e la compagnia alpina accampata dal 26 luglio alla Baracca, a levante del Bracco, comandata dal tenente Colini. Fu uno smacco per la Monterosa, ma i partigiani di “Virgola” ebbero un caduto, Giuseppe Coduri “Scioia”. In seguito il gruppo prese il nome di Brigata Coduri. Era inquadrato nella VI Zona operativa, quella genovese, ma operò in parte nella nostra provincia: la sede del comando era a Valletti di Varese Ligure.
La Monterosa cominciò subito a radunare ingenti forze per occupare e presidiare l’Alta Val di Vara. Partecipò al grande rastrellamento del 3-4 agosto. Non solo: il suo comandante generale Mario Carloni ordì un tranello al Comando della I Divisione Liguria, operante nello Spezzino e in Lunigiana. Il suo comandante, colonnello Mario Fontana, così raccontò:

Verso la fine del mese di luglio […] si ebbe al Comando la notizia, risultata poi falsa, che circa seimila alpini avrebbero desiderato passare alle Bande dei Patrioti. In attesa del colloquio richiesto dal Comandante di questi e fissato dal sottoscritto a Varese Ligure, si dovettero sospendere le ispezioni delle Brigate, già preventivamente disposte. […] Il mattino del giorno 3 agosto alle ore 6,15 circa lo scrivente venne informato dall’avv. Fortelli che i tedeschi avevano attaccato Noce.

Fontana era caduto nel tranello di Carloni.
La Monterosa agiva gli ordini del generale tedesco Albert Kesselring.
Dalla primavera 1944 era emersa la tendenza a rispondere ai partigiani con ritorsioni sempre più violente. Kesselring, che voleva dirigere di persona la lotta antipartigiana in Italia, riuscì ad accentrare il comando nel maggio 1944. Le linee guida da lui emanate il 17 giugno invitavano a “dispiegare contro le bande tutti i mezzi a disposizione, agendo con la massima fermezza”. Nessuno avrebbe chiamato i soldati a rispondere di atti di violenza commessi in azioni contro le bande. Il primo luglio Kesselring fu ancora più chiaro: “Non bisogna […] fermarsi alle parole”: era necessario adottare le “misure più severe”. Il principio della rappresaglia soppiantò quello della lotta militare contro i partigiani ed ebbe sempre più un segno eliminazionista verso partigiani e civili, considerati loro complici. L’obiettivo era declassare una nazione, controllarla totalmente, annientare il nemico. I fascisti e la Monterosa si resero complici di questo disegno criminale.
Vanno studiate ancora bene le azioni della Monterosa ad inizio agosto. Non ci fu solo il grande rastrellamento che colpì il Gottero e lo Zerasco. Carlo Cornia, autore di “Monterosa”, una storia della Divisione che sposa in sostanza il punto di vista dei suoi comandanti, ammise che Carloni ordinò di procedere secondo gli ordini di Kesselring e la logica della rappresaglia. Il 6 e 7 agosto la reazione fu terribile in tutto il Levante ligure. Anche nello Spezzino, spiega Cornia:

La reazione si estese anche a Carro, Castello, Carrodano, Sesta Godano, diretta dal magg. Paroldo e dal ten. Colini. Anche qui furono fucilati alcuni partigiani e incendiate case. I partigiani ribattevano: la sera del 7 agosto attaccarono con i mortai un plotone del Brescia di presidio a Velva e causarono parecchi feriti.

La zona di Carrodano e il Monte Gottero dal Santuario di Roverano (2022) (foto Giorgio Pagano)
La zona di Carrodano e il Monte Gottero dal Santuario di Roverano (2022) (foto Giorgio Pagano)

A Velva (Castiglione Chiavarese] c’era dunque il Battaglione “Brescia”, inquadrato nel II Reggimento Alpini. Qui molto probabilmente era Luigi Rota. Possiamo solo immaginare la sua sofferenza, la sua disperazione.
Verso la fine di agosto la Monterosa iniziò a prendere il controllo delle strade interne del Levante ligure, contendendole ai ribelli. Occupò Varese Ligure e il passo di Cento Croci, si insediò a Santo Stefano d’Aveto, a Borgotaro e a Bedonia. Per limitarci allo Spezzino: il 23 e 24 agosto ebbe un forte scontro con le formazioni Vanni, Gramsci e Centocroci; il 13 settembre, a Montegroppo, gli alpini finsero la resa, alzarono bandiera bianca e poi attaccarono la Centocroci, ferendo tra gli altri Varese Antoni, futuro sindaco della città.
E’ questo il contesto in cui maturò la decisione di Luigi Rota di disertare.
Ai primi di ottobre ci fu il colloquio fallito, a Torza, tra il comando della Monterosa e quello della Centocroci. Da allora fu tutto un seguito di diserzioni – il primo novembre disertarono 34 alpini del presidio delle Capanne di Deiva – ma la Monterosa fu sempre al fianco dei nazisti, anche nell’ultimo grande rastrellamento, quello del 20 gennaio 1945, in cui Luigi fu ucciso.
Luigi non poteva che arruolarsi nella Centocroci. La mattina del 30 agosto, sui muri dei paesi controllati dalla Monterosa, il comandante Carloni aveva fatto affiggere un manifesto, con data 22 agosto, in cui minacciava di fucilazione tutti quelli che avrebbero prestato aiuto ai “fuorilegge”.
Nella notte del 2 settembre, racconta nel suo diario don Luigi Canessa, cappellano della Centocroci, al centro di quel manifesto ne fu attaccato un altro, un po’ più piccolo, del Comando della Brigata Centocroci:

1) I cittadini italiani che militano nella cosiddetta divisione Monterosa […] saranno deferiti ai competenti tribunali militari […] e condannati a morte per alto tradimento […]
Per ogni cittadino fucilato da elementi della Monterosa […] saranno immediatamente passati per le armi dieci fra neofascisti, spie, ufficiali e soldati traditori della Monterosa […]
Nei confronti dei cittadini italiani […] che abbandoneranno entro il 15 settembre 1944 i reparti del disonore e della vergogna non sarà applicata la norma dell’art. 1. […] I militari saranno accolti fraternamente dai partigiani.

Prosegue don Canessa:

Giornalmente registravamo i sintomi dello sfaldamento della unità avversaria. Gruppi, anche numerosi […] si presentavano ai nostri posti di blocco. Erano i primi, i migliori, che non furono sordi alla voce della Patria. Erano accolti con festa: come fratelli. Gli uomini del Battaglione Brescia si imposero presto al rispetto dei “vecchi”: scrissero pagine di vero valore. […] Ma furono sintomi, soltanto sintomi di sfaldamento, ché effettivamente la Monterosa restò fino all’ultimo fedele al nemico: più di ogni altra unità dell’esercito fascista ostacolò la riscossa del popolo italiano.

Il rastrellamento del 20 gennaio 1945 – quando 25 mila nazisti e fascisti si proposero di sgominare tra Val di Vara e Zerasco i 2.500 partigiani della IV Zona operativa, per liberare le strade e le ferrovie verso la Val Padana, luoghi di continui sabotaggi – non colse i partigiani impreparati. Gli ordini del Comando furono chiari: difesa iniziale per rallentare la pressione nemica, ricoverare armi e viveri, nascondere ogni traccia anche per evitare rappresaglie verso le popolazioni civili e poi “sganciarsi” – cioè ripiegare e occultarsi, salvando le forze – verso il monte Gottero e da lì verso la Val Taro o l’alto Pontremolese, prima dell’accerchiamento. La “battaglia del Gottero” fu dunque in realtà l’epopea dello “sganciamento” tra la neve altissima e il ghiaccio, nell’inverno più freddo del secolo, di un esercito partigiano privo di ogni equipaggiamento adatto, a partire dalle scarpe.
Accanto ai nazisti c’era, come sempre, la Monterosa.
La Centocroci, fino ad allora la nostra brigata più gloriosa, commise errori. “Richetto” fu arrestato, la brigata sbandò. Chissà perché Luigi il 22 gennaio era, solo, nascosto ad Arsina. Forse aveva avuto un principio di congelamento ai piedi… La memoria tramandata dagli abitanti di Arsina è molto viva. Racconta Giuliana Raggi:

I fascisti della Monterosa si stavano avvicinando alla casa, Luigi scappò, i fascisti gli spararono uccidendolo sul colpo.

Nei giorni successivi Luigi viene sepolto, con i quarantacinque morti nel bombardamento di Carrodano del 25 gennaio 1945, nel cimitero del paese. Il 16 giugno la salma venne traslata a Bovezzo e sepolta con tutti gli onori funebri.

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Sul bombardamento di Carrodano ho scritto nell’articolo “Alla scoperta di Carrodano, tra i ricordi di Coppi e i misteri del 1945” (Città della Spezia, rubrica “Diario dalle Terre Alte”, 23 ottobre 2022). Una spiegazione razionale di quel bombardamento non c’è. Sul punto, concludevo così:

Però – ecco un possibile colpo di scena finale – la verità sul bombardamento potrebbe non essere legata alla Resistenza ma ad altro. Un prete della Val di Vara mi ha raccontato che il bombardamento di Carrodano fu voluto da un pilota originario del posto, che da bambino aveva subito le angherie di una matrigna e che era emigrato clandestinamente a New York, dove era stato adottato dallo stesso poliziotto che l’aveva scoperto. Quanto ci sia di vero non so, ma è pur vero che i casi di “minori non accompagnati” che s’imbarcavano clandestinamente a Genova per il Nord o Sud America erano frequenti.

Quel prete era l’amico don Mario Perinetti, recentemente scomparso.
L’amico storico Antonio Bianchi mi ha segnalato un ricordo della suocera, residente a Carrodano, da lui pubblicato nel libro “Pensando Arcola”:

Dopo la guerra corse voce che il pilota del caccia che aveva sganciato le bombe fosse stato un italo-americano originario della stessa zona […] infatti si disse, a proposito del pilota, che questi fosse scappato di casa per sfuggire alle liti e alle botte del genitore che non riusciva a tenere a freno la cattiva indole e le discolate commesse nel circondario da questo difficile ragazzo. Imbarcatosi a Genova, era poi entrato clandestino negli Stati Uniti ed anni dopo, divenuto cittadino americano si era arruolato nell’aviazione militare. Corse voce che le bombe sganciate con precisione sulle case e non sul ponte o la centrale elettrica, fossero state un fatto personale quale gesto di dispetto verso il paese e forse verso la stessa famiglia del giovane di allora.
Anche questa è una storia italiana.

Una storia non solo della complessità della Resistenza ma anche della complessità della vita.

Post scriptum
Chi volesse fare approfondimenti su vicende e persone citate in questo articolo può consultare il Dizionario online della Resistenza spezzina e lunigianese, un work in progress leggibile su www.associazioneculturalemediterraneo.com

In alto vedete le fotografie di Luigi Rota e della lapide a lui dedicata ad Arsina di Carrodano.
Da lì forse Luigi voleva salire al Gottero.
Arsina era una delle vie per il Gottero, come dimostra la fotografia della targa di una via del paese.
Nell’altra foto, scattata dal Santuario di Roverano, si ammira tutta la zona di Carrodano fino al Gottero.

lucidellacitta2011@gmail.com