Luci della città
|Storie di Resistenza inedite o riscoperte: i quattro caduti spezzini del Gruppo Penna, il più montanaro di tutti
Tra la fine del 1943 e l’inizio del 1944 si formarono nei monti vicini a Parma e alla Spezia piccole bande partigiane diffuse nel territorio, mosse da un istinto di ribellione, gelose della propria indipendenza e spesso concorrenti tra loro, in cui la figura del capo banda, leader guerrigliero ma anche “maestro” di generosità e di coraggio, era determinante. Gruppi che, attraverso sbandamenti, sostituzioni, rotazioni degli uomini, costituirono l’origine dei futuri reparti – battaglioni, brigate, divisioni – dell’esercito partigiano.

Lino Pecunia (archivio Istituto storico della Resistenza di Parma)
La geografia di queste zone spiega la centralità del Monte Penna, il punto culminante, il più ricco di vegetazione, da cui nascono tre fiumi: l’Aveto che scende verso la Liguria, il Ceno che lambisce il confine con il Piacentino e il Taro che scende verso Parma. Dal primo nucleo partigiano del Penna – attorno a Bedonia – ne ebbero origine altri.
Altre bande sorsero nella Val Ceno e nella Val Noveglia attorno al capoluogo Bardi e al Monte Barigazzo..
Altri gruppi ancora si formarono nella valle del Gotra, tra Groppo, Boschetto, Albareto, Montegroppo, Tarsogno, e al di là del Passo di Centocroci tra Varese Ligure e Caranza. Qui il monte più alto e più fitto di boschi è il Gottero. La zona è strategica per le vie di comunicazione tra Parma e La Spezia e raggiunge la Toscana attraverso i sentieri.
Molti spezzini, impossibilitati a condurre la Resistenza nelle colline della Val di Magra, troppo vicine a Sarzana e quindi pericolose, salirono verso Zignago, altri in Alta Lunigiana, altri ancora nei monti tra Parma e La Spezia. Sappiamo molte cose, anche se non tutto ancora, sulla presenza degli spezzini in Val Ceno e in Val Taro – ne ho scritto più volte in questa rubrica e su “Patria Indipendente” – ma sappiamo poco sull’attività nel Penna e nel Bedoniese. Eppure gli spezzini appartenenti al Gruppo Penna furono almeno 13, tra cui una donna, Albina Mainardi di Ferriere di Carrodano (così è scritto nei documenti; ma potrebbe trattarsi di un errore, perché c’è anche Ferriere nel Piacentino). Gli altri 12 erano certamente spezzini: sette della città, due di San Terenzo, uno di Varese Ligure, uno di Riomaggiore, uno di Arcola. Quattro furono i caduti, ricordati in vario modo in quei luoghi, ma da noi dimenticati o quasi.
Il primo nucleo di iniziativa dei bedoniesi fu quello di Cosimo Caramatti, operaio, collegato con il comunista Fermo Ognibene “Alberto”, che diventerà il primo comandante del Battaglione Picelli, poi guidato – alla sua morte – da Dante Castellucci “Facio”. Nel mentre trasportava armi a Osacca, Cosimo ebbe uno scontro armato con i carabinieri, a Sambuceto di Bedonia il 15 dicembre 1943, che è passato alla storia come la prima azione della Resistenza armata nel Parmense.
L’attivismo di Cosimo era guardato con sospetto dal comitato antifascista bedoniese – si era riunito la prima volta, in casa di Mario Squeri, il primo novembre 1943 – che rifiutò la proposta di Ognibene di un’azione comune, a fine dicembre 1943, contro il presidio fascista di Bedonia. Solo Cosimo era d’accordo. Furono contrari non solo il democristiano Giorgio Mazzadi “Giorgione” ma anche il comunista Mario Squeri “Battaglia”, che sarà poi criticato per “attesismo” dai vertici parmensi del partito.

La Chiappa – lapide ai caduti, tra cui Francesco Orsini (archivio Pietre della memoria)
A fine gennaio il gruppo si rafforzò con l’arrivo di primi gruppi di borgotaresi, di liguri e di piacentini. A fine di febbraio arrivò, sbarcato da un sommergibile alleato a Moneglia, il capitano Bernini con un gruppo di sabotatori: aveva il compito di sabotare la linea ferroviaria Parma – La Spezia, a Ostia Parmense. Da lui i ragazzi del gruppo impararono a usare gli esplosivi. Alcuni sabotatori si fermarono nel gruppo.
Suscitarono sconforto le prime due azioni fallite: il 29 gennaio 1944 il tentato attacco alla caserma fascista di Santo Stefano d’Aveto, quando un gruppo di partigiani guidato da Cosimo Caramatti fu arrestato e liberato; il 14 febbraio un altro tentato attacco al presidio di Santa Maria del Taro, conclusosi con il ferimento di Cosimo.
Ma la gente montanara era generosa e tenace. Grazie al collegamento con il gruppo genovese OTTO, legato al Comando militare alleato, il 21 marzo 1944 il gruppo del Penna ebbe il primo lancio: vestiario e armi, i primi Sten. La notte del 23 marzo i “ribelli” fecero due azioni a Santo Stefano d’Aveto, che vendicarono il primo smacco subito.
Si costituì il Gruppo Monte Penna, comandato dal borgotarese Giuseppe Delnevo “Dragotte”, con il bedoniese Gianni Moglia “Golico”, poi “Scarpa”, vice e Giorgio Mazzadi commissario. Centoventi uomini, divisi in varie squadre. Ha raccontato Carlo Squeri:
Quasi ogni paese aveva la sua piccola caserma nella quale convivevano alternando i canti ai turni di guardia e di lavoro le varie squadre. Per il pane provvedevano le donne del paese. Chi le dimenticherà le buone mamme di Tomba, di Casalporino, di Volpara, di Selvola, di Spora? La cucina era la caserma, il cuoco era quasi sempre fisso, le stoviglie si lavavano a turno. Come si dormiva? Su un soffice strato di paglia steso sul pavimento, gli uni stretti agli altri per avere più caldo giacché le coperte scarseggiavano.
Quella buona gente di paese un poco disorientata per la assoluta novità degli ospiti si faceva in quattro nel venire incontro ai nostri problemi.
La sera del 4 aprile 1944 fu ucciso in circostanze misteriose Cosimo Caramatti, una delle figure più belle e ardenti del ribellismo bedoniese. Il 5 aprile a Casalporino si tennero i funerali, alla presenza di tutto il Gruppo riunito al completo in armi. I sospetti caddero sui partigiani Giuseppe Staderoli “Pino” e Primo Cantelli “il Conte”. Forse accadde per gelosie di comando, forse per denaro. “Pino” giustiziò “il Conte”, poi morirà il 24 maggio nel rastrellamento del Penna. Con le loro morti si perse la possibilità di conoscere le vere ragioni per cui Cosimo era stato ucciso.
Il primo rastrellamento in Val Taro, Val Ceno e Val di Vara ci fu proprio in quei primi giorni di aprile, nella Settimana Santa. Il 4 aprile fu ucciso, a Chiusola di Sesta Godano, Piero Borrotzu “Tenente Piero”. La banda Picelli di “Facio” riuscì a occultarsi, così la Centocroci di “Beretta”, che ebbe però alcune perdite. A Tarsogno, il 7 aprile, i fascisti minacciarono di morte ventidue civili, salvati dall’intervento dei parroci di Tarsogno e Albareto e di Angela Gotelli di Albareto, figura che poi diventerà assai nota agli spezzini. L’8 aprile toccò al Gruppo Monte Penna, che ebbe i due primi caduti, il borgotarese Pietro Ruggeri e l’ex prigioniero inglese John Harrison. I “ribelli” ne uscirono con quella che passò alla storia come la “beffa di Tasola”: riuscirono a simulare di essere molti di più di quanti in realtà fossero – 13! – e misero in fuga i nazisti e i fascisti.
Fu allora che il gruppo di “Dragotte” si scisse e si spostò a Molinatico di Borgotaro. Volevano tornare vicino a casa, ma il loro comandante aveva anche obiettivi politici: si era avvicinato ai “badogliani” e intendeva dar vita a una formazione “moderata”. Realizzerà l’obiettivo nei mesi successivi, con la I Brigata Julia. Il Gruppo Monte Penna fu invece sempre oggetto dell’attenzione dei comunisti, e divenne in seguito una Brigata Garibaldi, la 32a, con un commissario politico, Dodo Braga “Rolando”. Ma fu più un fatto formale, perché la formazione ebbe sempre un carattere autonomistico e militare.

Santo Stefano d’Aveto – lapide a Fulvio Fiori (archivio Giorgio Pagano)
Il Gruppo Monte Penna si riorganizzò al comando di Gianni Moglia, allora “Golico”, con tre distaccamenti, a cui se ne aggiunse poi un quarto. Ormai le zone di montagna erano sempre più in mano ai “ribelli”. Mentre gli abitanti della città sfollavano ai monti per paura dei bombardamenti alleati, i fascisti dei monti fuggivano in città per paura dei partigiani. Da qui la decisione di scatenare un rastrellamento di una forza – 6.000 uomini – e di un furore mai visti prima. Nella relazione del 25 maggio della Guardia Nazionale Repubblicana di Parma era scritto, a proposito dei ribelli:
Il Quartiere Generale si troverebbe sul Monte Penna, in una caserma diroccata, già appartenente alla guardia di finanza […] con radiotelegrafisti di nazionalità inglese.
Si coglieva il fatto che il Monte Penna era il punto di irradiazione di buona parte del partigianato sia della Liguria di Levante che del Nord-Est Emilia: tale fu, e anche una “scuola” per il dopo. Ma proprio il sostanziale fallimento del grande rastrellamento del Monte Penna (22-25 maggio) – in cui pure il gruppo Penna ebbe cinque caduti e un disperso – evidenziò che i nazisti e i fascisti non erano riusciti a ristabilire l’equilibrio dei rapporti di forza in campo e che i tempi erano ormai maturi per il grande esperimento tra la fine del giugno e la metà del luglio 1944: le “zone libere” del Taro e del Ceno, estese a Varese Ligure in Alta Val di Vara e a Santo Stefano d’Aveto in Val d’Aveto.
Dopo il rastrellamento di maggio il gruppo si divise in tre distaccamenti autonomi: Scarpa-Mario (Gianni Moglia e Albino Monteverdi), Bill (lo studente in medicina Alfredo Moglia) e Istriano (Ernesto Poldrugo, che si sposterà poi nel Piacentino).
Il distaccamento Scarpa-Mario, il 15 giugno 1944, occupò Santo Stefano d’Aveto, che da fine giugno – inizio luglio divenne “zona libera”, amministrata direttamente dai partigiani. Un’esperienza che va ancora studiata.
Il distaccamento Bill si unì in quella fase alle altre formazioni spezzine, dando vita alla Brigata Liguria, al comando di Guglielmo Cacchioli “Beretta”: la Centocroci era la formazione più forte della costituenda Brigata, che ebbe un ruolo decisivo – insieme alla I Julia di “Dragotte” e ad altri gruppi borgotaresi – nella costituzione della “zona libera” del Taro, comprendente Varese Ligure. Ma anche il gruppo di “Bill” si fece molto onore.
La “zona libera” – in cui furono nominati dai partigiani il prefetto di Borgotaro e dalle assemblee dei capifamiglia i sindaci di alcuni Comuni – fu spazzata via, a metà luglio 1944, dal grande rastrellamento “Wallenstein II”. Le battaglie di Grifola e di Pelosa di Varese Ligure furono davvero epiche. Nella seconda il distaccamento Bill ebbe tre morti, tra cui Fioravante Piazza “Piazza” di Cassego di Varese Ligure e Lino Pecunia “Siluro” di Riomaggiore. Pecunia, del 1926, Medaglia di Bronzo al Valor Militare, è ricordato con una via nella sua Riomaggiore. I nomi di Piazza e Pecunia sono incisi nella lapide ai caduti di Pelosa.

Monte Penna – lapide ai caduti, collocata nel 1945 e restaurata nel 2025; in primo piano Nando Solari della Sezione Anpi di Borgotaro (archivio Nando Solari)
Tra vittime e rovine, il 22 luglio 1944 ci fu la fusione del gruppo comandato da “Scarpa” con quello comandato da “Bill”, con comandante “Bill.” Sempre più l’elemento unificante del gruppo sarà lui. Coraggioso, a volte impulsivo, “impolitico”, fu e restò sempre un tipico capo banda.
Si ricomponeva così il Gruppo Monte Penna. Ai primi di agosto il Gruppo entrò, insieme a distaccamenti liguri di recente formazione, nella 57a Brigata Garibaldi, con “Bill” comandante, dipendente dalla III Divisione ligure al comando di Aldo Gastaldi “Bisagno”.
Poi venne l’altro grande rastrellamento, quello di agosto, e il Gruppo Monte Penna ritornò, questa volta definitivamente, sotto il comando di Parma: fu costituita la 32a Brigata Garibaldi Monte Penna, al comando di “Bill”.
Il 13 ottobre una squadra fu attaccata dai fascisti a Santo Stefano d’Aveto. Lo spezzino Fulvio Fiori “Brin” – abitava in corso Cavour – fu preso prigioniero e fucilato alla schiena sul sagrato della chiesa. Aveva 23 anni, ebbe la Medaglia di Bronzo al Valor Militare. A lui è dedicata una lapide nel luogo della morte.
Il 31 dicembre 1944 iniziò l’ultimo grande rastrellamento, quello invernale: sette furono i partigiani caduti della 32a Brigata, tra cui lo spezzino Francesco Orsini “Athos”, morto il 7 gennaio. Aveva anche lui 23 anni, era nel gruppo fin dall’autunno 1943. Abitava alla Chiappa, il nome del padre dice tutto: Felice, come il grande patriota rivoluzionario. E’ ricordato in una lapide in via Genova insieme agli altri partigiani del quartiere.
Fondamentale anche in quell’occasione, per curare i feriti e i congelati, fu l’ospedaletto di Casa Iaroli, diretto instancabilmente dal medico spezzino Elvio Maoli ”Barbariccia”, che nel dopoguerra sarà un rinomato medico alla Spezia. Era del 1922, stava a Fossitermi. Con lui, nel Gruppo, c’era il giovanissimo fratello Silvano, “Satana”, del 1928.
Questi i nomi degli altri spezzini del Gruppo Monte Penna: Giuliano Vittori “Apuano” (del 1923, abitava in viale Garibaldi e fu vice commissario politico di un distaccamento); Ferruccio Micheli “Fabio “ (del 1926, nato alla Spezia ma residente a Parma); Gino Colombini “Pesce” (del 1921, santerenzino); Mauro Fazi “Walter” (del 1924, spezzino senza indicazione della via di residenza); Adolfo Foce “Furia” (del 1924, arcolano); Mario Rolla “Lampo” (del 1921, santerenzino).
Un caduto, Riccardo Ricci, è di Villafranca Lunigiana. Anche i giovani lunigianesi, come gli spezzini, fecero la loro parte.
Le azioni dei partigiani del Penna continuarono fino ad aprile.
Alla sfilata di Parma i partigiani della 32a Brigata Garibaldi Monte Penna lanciarono il volantino intitolato “Dal Penna al Parma”. Il testo dà il senso pieno di che cosa rappresentò il Gruppo nella Resistenza ligure ed emiliana. Leggiamone alcuni passi:
Guardali mentre passano. Osservane l’andatura. Tra tutti ci riconosci? Abbiamo il passo più pesante e più stanco. Siamo quelli che vengono da più lontano. Abbiamo il fare più impacciato di tutti. Siamo i più montanari di tutti.
Da dove veniamo?
Dal Penna, dal Maggiorasca, dai monti più alti dell’Appennino Ligure-Emiliano.
Sorridi nel vederci così spaesati?
Da più di quindici mesi non vediamo vie cittadine. Ci par d’essere in un altro mondo.
Cosa abbiamo fatto in tutto questo tempo?
Abbiamo agito nel Parmense, nel Piacentino, in Liguria. Dal nostro piccolo nucleo di sedici mesi orsono, sono nate varie Brigate.
E noi siamo rimasti quelli del Penna. […]
Cosa portiamo nel cuore?
Un’esasperata necessità di rinnovamento, una nostalgia insoddisfatta di fratellanza, una tempra rotta a tutte le prove, a tutti i sacrifici.
Noi del Penna, i più montanari, portiamo alla città il saluto più montanaro.
Post scriptum
le foto, dall’alto in basso, ritraggono:
Cosimo Caramatti;
Il comandante “Bill”, il vice comandante “Aldo” e l’avvocato Silva;
Lino Pecunia;
la lapide a Fulvio Fiori;
la lapide ai caduti della Chiappa, tra cui Francesco Orsini;
la lapide a tutti i Caduti del Gruppo Monte Penna.
lucidellacitta2011@gmail.com









