l'intervista
|Pagano presenta il suo ultimo lavoro: “Da Carando impariamo che la scelta per la libertà è prima umana ed etica, e solo dopo politica”
L’ultima opera letteraria dell’ex sindaco della Spezia si concentra sulla figura del filosofo partigiano che unì pensiero e azione e sull’antifascismo come rivolta morale contro le ingiustizie del presente.
A ottant’anni dalla Resistenza, mentre riemergono nel presente conflitti, autoritarismi e smarrimenti morali, la storia di Ennio Carando torna a interrogare il nostro tempo. Filosofo, insegnante, dirigente del CLN spezzino e partigiano, Carando incarnò una rara coerenza tra pensiero e azione, tra educazione e scelta politica, fino al sacrificio della vita. Con Ennio Carando. Un filosofo nella Resistenza, Giorgio Pagano prosegue il suo lavoro di ricostruzione della memoria resistenziale spezzina e lunigianese, intrecciando biografia, riflessione civile e pedagogia democratica. Il suo libro non è solo il ritratto di un uomo, ma una meditazione sull’antifascismo come rivolta morale, sulla politica come dialogo e sulla scuola come luogo di autonomia e formazione critica. Ne parliamo con l’autore, partendo dalla figura di Carando e arrivando alle domande più urgenti che la sua eredità pone oggi alla democrazia, alla scuola e alla coscienza civile.
Come nasce l’idea di un libro su Carando?
“La Costituzione è inattuata e sotto attacco, avanzano l’autoritarismo e la spoliticizzazione. Dalla vita di Carando sgorga la consapevolezza di una scelta per la libertà che, prima ancora che politica, è umana, etica, antropologica. Carando è l’unico partigiano cieco nella Resistenza, che si sacrifica perché non vuole stare nelle retrovie ma combattere in prima linea insieme ai suoi studenti. Le risposte ai problemi di oggi occorre andarle a cercare in altri contesti politici e culturali, presso altri popoli, altre generazioni… Però da una vita esemplare e dall’autorità morale che essa incarna e che da essa scaturisce abbiamo molto da imparare. Ho sentito il desiderio intenso di capire l’eccezionalità di un’esperienza soggettiva che estrae dall’uomo tutto il meglio”.

Nel libro lei insiste molto su Carando come educatore e coscienza morale più che come filosofo sistematico. Se dovesse dire in cosa Caran’edo è scomodo per la politica di oggi, cosa direbbe? In cosa ci mette più in crisi?
“La politica si sta riducendo a tecnica e ad esercizio del potere. Per Carando al centro della filosofia e della politica c’è la morale. Si abusa spesso della parola “riforma”. Carando scrisse con estrema chiarezza: “una vera riforma deve essere contemporaneamente morale, sociale ed economica”. Qui sta la “scomodità”, direi lo “scandalo” di Carando rispetto alla politica di oggi”.
Lei presenta Carando come esempio di coerenza tra pensiero e azione. In un tempo in cui la politica appare spesso separata dall’etica, Carando è per lei soprattutto una figura storica o un modello praticabile anche oggi? E in che senso?
“Nella morte Carando è certamente una figura storica. La morte è la parte più nobile della sua vita, coerente con la sua filosofia morale: meglio morire che essere schiavi. Oggi, per fortuna, non siamo a tanto, almeno nel nostro Paese. E tuttavia i “padroni del mondo” stanno cercando di abolire l’umanità e la moralità nell’uomo. Siamo alla fine della Storia, scrisse un intellettuale dopo il 1989 in un testo di grande successo. C’è un ordine eterno, quello neoliberista. L’ultimo sapiens è l’uomo economico. La mia sinistra, accecata dalla globalizzazione, si adeguò. L’uomo post-storico non ha più ragione di lottare per raggiungere un orizzonte. Invece, nonostante tutto, la Storia è tornata. L’“ultimo uomo” è risultato irriducibile al consumatore insaziabile. Neanche la potenza delle macchine “intelligenti” con i loro algoritmi l’ha piegato, finora. Al contrario, un mondo sempre più disumanizzato genera la reazione morale “per restare umani”. In solidarietà con il martoriato popolo palestinese. Con Mamdani a New York… Non genera, non può generare un progetto politico. Per questo serve il ritorno della Politica all’altezza della Storia. Il modello di Carando può tornare ad essere praticabile: ma con altri partiti, dopo la scomparsa di quelli antifascisti. E’ il grande problema aperto del nostro tempo”.
Nel suo scritto Carando emerge soprattutto come educatore che costruisce autonomia attraverso il dialogo. In una scuola oggi sempre più attraversata da logiche di controllo, prestazione e competizione, quali elementi del “metodo Carando” ritiene ancora decisivi per formare cittadini democratici?
“Il primo principio della formazione non è informare ma formare, far crescere il senso critico, assicurare la dimensione dell’autonomia. Le relazioni di base tra docente e studente, tra genitore e figlio sono relazioni di potere ma non devono diventare relazioni di dominio. Lo scopo dell’apprendimento è: chi apprende deve diventare autonomo. E’ la lezione di Kant, il filosofo più caro a Carando, in “Che cos’è l’illuminismo”: l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità. Lo stato di minorità è la condizione per cui non puoi fare a meno della guida. In Kant c’è un inno all’autonomia, che è anche in Carando, che a uno studente disse: “Questa è la mia missione: sgombrare dal vostro cammino tutti gli ostacoli, tutti i pregiudizi che vi impediscono di ragionare con la vostra testa, di sentire la voce della propria coscienza. La vostra via dovete trovarla voi, non posso indicarvela io”“.
Lei mostra uno scarto tra la Resistenza “morale, esistenziale” e l’apparato comunista con i suoi schemi. Secondo lei quello scarto era inevitabile o è stato un’occasione storica mancata?
“Le storie dei partigiani come Carando e dei dirigenti comunisti provenienti dal carcere e dal confino erano storie diverse: i partigiani combattevano la loro lotta, avevano scoperto la democrazia, la dignità. I dirigenti comunisti avevano un’altra storia, i loro schemi dottrinari… Con questo non voglio dire che ci fosse un Eden partigiano. E che i comunisti non abbiano una storia da rispettare, anzi. Senza di loro, e senza i partiti, la Resistenza non avrebbe vinto. Ma fu decisivo anche l’apporto della Resistenza morale, esistenziale. Mi affascinano entrambi i mondi, racconto il loro scontro ma anche il loro incontro, che ci ha dato la libertà. Questo incontro poteva però essere più vitale, e l’Italia del dopoguerra poteva essere più libera e giusta. Se il realismo avesse incontrato di più l’utopia… Se la politica avesse incontrato di più la verità… Non possiamo parlare di occasione mancata. Ma certamente prevalse la politica di partito, e i freni e i compromessi andarono oltre il segno”.
Lei dice che oggi serve una politica guidata da un principio etico universale, come per Carando. Ma vede oggi qualche luogo, movimento o figura che, anche lontanamente, vada in quella direzione? Oppure siamo ancora solo nella “reazione morale”?
“Siamo nella “reazione morale”, e le vecchie tradizioni sono finite. Eppure Marx senza i marxismi successivi e il socialismo originario hanno ancora qualcosa da dirci. Non a caso Mamdani si richiama a quel socialismo. Anche il cattolicesimo sociale non è morto, anzi: i messaggi di Francesco e di Leone sono tra quelli che oggi tengono viva la speranza in un mondo più umano. Il nuovo progetto umanistico che stiamo cercando sarà in gran parte innovativo ed è tutto da scoprire, ma avrà qualcosa a che fare con il socialismo gradualista e libertario e con il no secco e liberante di Francesco al capitalismo”.

Nel suo libro insiste molto sulla complessità della vita e della Resistenza, contro le semplificazioni emotive e manichee. Ma questa complessità non rischia di indebolire l’antifascismo? Dove si colloca, secondo lei, il confine tra comprensione storica e relativismo?
“In tempi di grande difficoltà dell’antifascismo, non dobbiamo reagire con una “monumentalizzazione” della Resistenza ma vedendone tutta la complessità, difficoltà comprese. Anche per comprendere gli esiti problematici della sua storia. Per sperare in altri esiti la Resistenza va amata tutta per come è stata. La comprensione storica fa emergere meglio la luce della Resistenza – al di là di quanto l’esperienza partigiana sia stata incasinata, romantica, contraddittoria – e ci stimola al nuovo antifascismo che dobbiamo pensare e praticare per il futuro”.
Sostiene che l’antifascismo non possa ridursi a una posizione formale, ma debba essere una rivolta morale contro le ingiustizie. Alla luce di questo, quali sono oggi le discriminanti concrete per dire se una forza o un movimento è davvero antifascista?
“Esaminata la complessità, c’è sempre un confine entro cui si colloca l’antifascismo. Al tempo di Carando era del tutto chiaro. Ma oggi? Essere contro il fascismo? D’accordo. Rifiutare l’afascismo? D’accordo. Ma l’antifascismo può mettere insieme chi è contro la guerra e chi è a favore? Chi vuole accogliere i migranti e chi non li vuole? Chi è per la sicurezza del lavoro e chi sfrutta i lavoratori in nero e a rischio? I nuovi confini sono la scelta per la pace, per l’accoglienza, per la dignità del lavoro”.



