Logo

Temi del giorno:

Persone senza casa e case senza persone
La Spezia, case popolari delle Pianazze (2012) (foto Giorgio Pagano)

Nella nostra città le famiglie in attesa di assegnazione di una casa popolare sono 2.082, di cui 515 sotto la soglia della povertà assoluta. Le case popolari sfitte sono 500: gli enti pubblici, Regione e Arte, sostengono di non avere i soldi per metterle a norma. Gli alloggi privati sfitti sono 1.700: una parte lo sono perché vanno ristrutturati, e i proprietari non hanno i soldi per farlo. 

Persone senza casa e case senza persona: questo è il paradosso, non solo alla Spezia ma in tutta Italia, dove esistono 35 milioni di abitazioni a fronte di 25 milioni di nuclei familiari. Nel nostro Paese la grande maggioranza dei nuclei familiari ha l’abitazione in proprietà, perché ereditata o acquistata dopo essersi indebitati, mentre solo il 17% è in locazione. Oggi le diseguaglianze tra proprietari e inquilini sono fortissime. Chi sta in affitto è più povero, e spende mediamente tra il 30 e il 35% del proprio reddito per l’abitazione, contro il 12% di chi ha una casa di proprietà. Alla Spezia un affitto, quando costa poco, è di 700 euro al mese: con salari e pensioni che diminuiscono di fronte all’aumento del costo della vita, l’incidenza è sempre più insostenibile.

E’ vero, stiamo parlando di una minoranza: quella che è rimasta in affitto perché non è riuscita a comprare. Ma la politica ha un senso se soffre per i problemi di chi sta peggio e se ne occupa, altrimenti diventa qualcosa di lontano dalla vita, di cui il cittadino più debole a sua volta non si occupa più. Il fenomeno, comunque, non interessa solo il 17%. Il figlio di genitori che hanno una casa deve spesso trovarne una in affitto, e per questo vive a casa dei genitori fino a trent’anni. L’impresa che ha bisogno di lavoratori che vengono da fuori, così come lo Stato che cerca gli infermieri della sanità pubblica, entrano in difficoltà perché la manodopera verrebbe solo se trova una casa in affitto. 

E’ un fenomeno che interessa tutti anche perché sta trasformando il volto di molte città, Spezia compresa: esclude tantissime persone e le costringe a spostarsi in zone sempre più periferiche o fuori città. I centri storici sono sempre più per i bar e i ristoranti, per gli appartamenti per turisti e per quelli di lusso, sempre meno per i residenti, in particolare per gli affittuari delle classi povere.

Bene hanno fatto dunque, nel silenzio della politica e delle istituzioni, il gruppo Spezia Bene Comune e Rifondazione Comunista a organizzare nei giorni scorsi l’incontro “Freeze the rent” (“Congela l’affitto”), che ha ripreso nel titolo lo slogan utilizzato in campagna elettorale dal nuovo sindaco di New York Zohran Mamdani. “Il diritto alla casa deve tornare ad essere una priorità politica”, ha detto Massimo Lombardi, consigliere comunale di Spezia Bene Comune. “Un sasso nello stagno”  – ha aggiunto – che spero abbia effetto.

Ricordo che quando ero sindaco c’era, tra le deleghe da affidare agli assessori, quella all’edilizia residenziale pubblica: le case popolari del Comune e quelle della Regione, gestite tramite ARTE. Oggi l’edilizia residenziale pubblica non esiste più. La cultura della privatizzazione delle città ha portato perfino a un provvedimento legislativo che ha cancellato la dizione di edilizia residenziale pubblica, sostituendola con quella di “edilizia sociale”. Non si parla più di casa popolare ma di “alloggio sociale”, che può essere fornito anche dall’intervento privato. Questo provvedimento risale al 2008, e fu voluto dal secondo governo Prodi, di centrosinistra. Per me è un dolore ammetterlo, come lo fu allora, perché era ed è un simbolo dell’accettazione dell’ideologia neoliberista da parte della sinistra: per questo mi distaccai, come tante altre persone. Fu un suicidio culturale: il privato al posto dello Stato anche nel settore abitativo. Oggi la sinistra può rinascere solo se recupera la cultura del pubblico, solo se non accetta più come sue le idee della destra. La casa popolare fu sostituita, dal 2008, dall’housing sociale, che è completamente fallito. Tante nuove costruzioni, una piccola percentuale delle quali doveva andare a case a prezzi calmierati: in realtà alloggi con un costo insostenibile per le classi più povere. La conclusione è che tutte le città non hanno più una offerta abitativa per le classi popolari.

E se a Spezia il dramma degli sfratti è meno grave che altrove, è perché le Amministrazioni passate seppero lavorare, d’intesa con proprietari e affittuari, a canoni concordati. Fu abbassata l’aliquota Imu al minimo consentito dalla legge, ovvero il 4,6 x 1.000 per i contratti a canone calmierato, il che consentì di immettere sul mercato delle locazioni moltissime unità abitative. Allora si rinunciò ad avere più soldi in bilancio, ma oggi abbiamo benefici sociali incalcolabili, che altre città non hanno.

Anche se oggi ha vinto l’idea della privatizzazione, va ricordato che in Italia la sinistra, e anche la destra, hanno altre e ben diverse origini. Fu un ministro conservatore, il liberale Luigi Luzzatti, a fare approvare nel 1903 la legge istitutiva degli “Istituti per le case popolari”. Poi venne la Costituzione antifascista, e con essa i piani casa del democristiano Amintore Fanfani e poi del centrosinistra con il PSI al governo con la DC.  Mentre le giunte comunali, soprattutto quelle di sinistra PCI-PSI, realizzavano le case popolari anche nei centri storici. Alla Spezia non solo in piazza Brin, ma anche nella parte pubblica del quartiere del Poggio. 

L’incontro “Freeze the rent” ha fornito alcuni suggerimenti per cambiare rotta, grazie agli interventi di Franco Bravo del Sunia e di Giulia Contini dell’Unione Inquilini e ai contributi del numero della rivista “Jacobin” dal titolo “Casa a prima vista”, presentato per l’occasione. 

“Si può ampliare l’offerta senza espandere ulteriormente le città”, ha detto Bravo.

I soldi per mettere a norma le case sfitte ci sarebbero. Ma, a livello nazionale, si spendono per le armi. O, per restare nel campo immobiliare, per favorire la realizzazione di nuovi stadi di proprietà delle società private di calcio. O ancora, venendo a una spesa più piccola ma emblematica, per nominare due assessori in più in Regione Liguria. Quanto ci costeranno in dieci anni? Quante case ARTE avrebbe potuto mettere a norma con questi soldi? 

Anche le case private non utilizzate possono essere messe in uso. Il pubblico potrebbe intervenire aiutando i proprietari a ristrutturare le case con incentivi, a patto di metterle in affitto a prezzi calmierati. Lo ha fatto, per esempio, il Comune di Modena, tramite la sua agenzia: centinaia di abitazioni private sono state affittate a canone calmierato anche a nuclei familiari a basso reddito.

Inoltre dovrebbe cessare la vendita degli immobili pubblici, che dovrebbero essere recuperati e rivitalizzati con l’introduzione di residenze popolari. A Lerici, per esempio, l’edificio ex Tiresia diventerà un albergo. Ma perché non un luogo per abitare, in una cittadina tra le più vecchie in Italia a causa del fatto che non esistono case accessibili ai giovani e alle fasce sociali più basse? Gli esempi potrebbero essere molti: edifici militari in disuso, scuole e edifici sanitari dismessi, e così via.

 

La Spezia, case popolari delle Pianazze (2012) (foto Giorgio Pagano)

 

Un altro tema da affrontare è quello delle residenze destinate ai turisti. In città sono 3.330. Una regolamentazione occorre, una quota massima va stabilita. Il mercato turistico non può dilagare senza regole. Una recente sentenza della Corte Costituzionale ha dichiarato legittima la programmazione, da parte di Regioni e Comuni, della presenza di queste attività. Che aspettiamo a farlo, e a incentivare la proprietà perché affitti per le residenze?

Una città in cui ci sia posto per tutte e per tutti è possibile, basta volerlo.

 

Post scriptum

Ho scattato le fotografie di oggi nel 2012 nel quartiere delle Pianazze, dove le case popolari furono ristrutturate e ampliate all’inizio degli anni Duemila.

 

lucidellacitta2011@gmail.com