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La nota
|Murativivi: “Il programma basi nere ha calato le carte. Sarà la pietra tombale sulla nostra città”
“A stretto giro di posta, le “rassicurazioni” della Marina militare, rispetto alla generale indignazione emersa riguardo al raddoppio della base navale spezzina tinta di blu, ricordano un noto adagio: il rattoppo è peggio dello strappo. Nessun intervento diretto sulla discarica di rifiuti tossico-nocivi detta “Campo in ferro”. Rassicurante? Un’affermazione molto grave. Quello che viene millantato come progetto sostenibile della base militare, nella realtà dei fatti non sfiora le condizioni ambientali, ecologiche e sanitarie minime necessarie affinché tale Base possa essere definita realmente “blu”. Questa è la realtà.
Diciamo per un attimo che le questioni etiche non interessino a nessuno. Mettiamo da parte la cementificazione a mare di decine di migliaia di mq di nuove banchine e moli. Mettiamo in soffitta l’idea che la base spezzina diventerà l’hub di un’alleanza atlantica che sta abbandonando la “mission” difensiva ed è sempre più spinta all’aggressione. Alla Spezia la Marina militare occupa un’area di 900mila mq, in totale abbandono e fatiscenza, inquinata e nociva. Amianto, sversamenti, navigli in abbandono da anni, discariche diffuse, edifici inagibili e la perla Campo in Ferro. 25mila mq di rifiuti tossico-nocivi, che dalle caratterizzazioni fatte ad oggi, risulta abbiano inquinato fortemente i fondali. Chi tutela la salute dei cittadini? Chi smaschera la retorica vuota e le dichiarazioni roboanti di una forza armata che continua a pensare di poter disporre della città come meglio ritiene?
In attesa di qualche risposta, suggeriamo al sindaco della città di interrogarsi per primo.
Di fronte ad un progetto che impegna milioni di euro, senza creare alcun posto di lavoro, mantenendo criticità ambientali insopportabili e rischi per la sicurezza di una città (tra le più bombardate in Europa durante il secondo conflitto mondiale), leggere che nessun intervento diretto sia previsto per la discarica abusiva del Campo in ferro rasenta l’oltraggio all’intelligenza umana. L’integrale bonifica di Campo in ferro dovrebbe essere la prima operazione da eseguire, in un paese civile, senza nascondersi dietro a perizie che aprono dibattiti inutilmente irresponsabili. In quell’area, i rifiuti sono ancora stoccati. Vanno rimossi.
Basi blu alimenta l’attuale natura dell’Arsenale: aliena ed extraterritoriale. Una realtà che fu centrale nella vita economica e sociale della città oggi, è un corpo morto che rischia di trascinare a fondo l’intera città. Come se non bastasse, chi lo gestisce lo fa (o è posto in condizioni di farlo) senza un effettivo dialogo e integrazione con la città stessa. Nuove politiche urbane dovrebbero essere orientate all’integrazione di questi importanti e ingombranti soggetti ricercando, attraverso progetti realmente innovativi e coraggiosi, nuove forme di coesistenza capaci di generare le necessarie nuove governance. Il punto qui non è accentuare una logica NIMBY ma andare convinti in una direzione opposta, quella che nel rispetto della nostra Costituzione ripudia la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti, quella che procede alla demilitarizzazione e investe sulla diplomazia, quella che promuove la produzione di creatività e istruzione in luogo della produzione di armi.
Che Basi Blu sia una mera azione di green, anzi di blu washing, era chiaro dal principio, ma l’upgrade mette ulteriormente a nudo il re. Questo progetto non propone sostenibilità ambientale, bensì una cappa plumbea, una pietra, questa davvero tombale, sulla prospettiva di una città proiettata al futuro. Una base nera. Nera sono i metri cubi di cemento armato che irrigidiscono con uno sgraziato zigozago la linea di costa interna alla diga dell’arsenale, dove nemmeno il progetto ingegneristico ed architettonico è all’altezza del presupposto economico che si intende stanziare e del rispetto del patrimonio storico architettonico moderno che comunque l’Arsenale incarna. Nera come i piazzali asfaltati, i moli, gli orizzonti che le nuove attività e le nuove navi genereranno perché, la città non ne trarrà alcun beneficio né sul piano lavorativo ed economico. La base non produrrà alcunché e l’Arsenale è già preda ambita da aziende private. Le poche centinaia di lavoratori ancora presenti possono solo attendere la pensione osservando il declino di quella che fu la struttura produttiva più imponente della provincia spezzina.
Basi nere è orientato esclusivamente da una logica funzionalista che massimizza l’efficienza logistica e produttiva. Conferma un approccio obsoleto al progetto urbano, che in tutto il mondo viene progressivamente abbandonato e cui anzi si tenta di porre rimedio oggi non senza ingenti spese. Non serve guardare lontano, basta già rivolgersi al golfo di Pozzuoli e alla vicenda di Bagnoli dove la “Colmata” farcita di ogni sorta di rifiuto speciale ha acuito in maniera esponenziale le criticità ambientali (sia a terra che a mare) di un pezzo di territorio di straordinaria bellezza che del suo passato industriale avrebbe fatto ammenda con molta più agilità se non fosse stato ingessato da questa presenza incastonata sul litorale. Il golfo di Spezia nulla ha da invidiare al golfo di Pozzuoli, entrambi punteggiati da siti UNESCO, parchi e vincoli paesaggistici ex art. 136. Mentre milioni di euro in progetti e consulenze vengono spese a sud per eliminare questo genere di “soluzioni” che protraendo una logica fossile di gestione dei rifiuti impediscono di compiere una reale transizione ecologica, qui si vorrebbe costruirne una nuova? Nuovi tombamenti? nuovo consumo di mare? è follia pura, un cortocircuito che solo nel nostro paese sembra avere ancora spazio, il tutto gravando sul bilancio dello Stato, a spese nostre.
Dovrebbe forse rassicurare la “sola” costruzione di nuovi moli a mare? Non è forse questo il chiaro preludio al tombamento completo? Tomberanno il mare e la prospettiva di riorganizzare la base navale compatibilmente alle esigenze della città, ma lasciando la discarica di Campo in ferro intatta. Siamo al paradosso di un approccio alle questioni urbane che oltre ad essere ipocrita è sorpassato, ignorante e dannoso dal momento che non intrattiene alcuna relazione con il contesto sotto ogni profilo dal quale si intenda leggerlo, sia esso storico, patrimoniale, ambientale, ecologico, architettonico, sociale, produttivo e paesaggistico. “Dovrebbe farlo?” potrebbero domandarsi i più ingenui, Sì deve farlo eccome!
In primo luogo perché è finanziato con soldi pubblici. Basta avocare la VIA agli uffici ministeriali e dire che le norme sono state rispettate? Le cronache giudiziarie, riguardo l’Arsenale spezzino (e non solo quello spezzino), fanno supporre che la risposta sia no.
L’Arsenale è prima di tutto un pezzo di città. La dimensione fisica che occupa unita alle dinamiche sistemiche che innesca a tutti i livelli hanno ripercussioni enormi sulla vita di tutti e tutte. Il muro che la divide dalla città non è un alibi per considerarla una realtà extraterritoriale. Occorre pretendere che ogni intervento sulle aree militari sia realmente integrato, lungimirante e innovativo per l’intero golfo, dando priorità alla salute dei cittadini e le necessarie bonifiche. Noi idee ne abbiamo, ne abbiamo sempre avute. Chiare, provocatorie forse, e sempre orientate al bene comune e non ad interessi particolari. Abbiamo dimostrato in questi lustri di cercare sempre un’interlocuzione con i decisori, per renderli partecipi di un’energia e di esigenze della comunità. Oggi, il tempo del dialogo pare chiuso. Ci domandiamo se, per il bene della città, delle nuove generazioni, basti un po’ di retorica e nascondere la testa sotto qualche discarica abusiva. Noi continueremo ad avere il coraggio delle nostre idee e dei nostri valori. Chissà se amministratori, funzionari, parlamentari e rappresentanti istituzionali vari avranno lo stesso coraggio. Ad oggi invece, parrebbe che il dibattito si esaurisca con chi amministrava quando la Marina militare buttava ogni sorta di rifiuto sotto le nostre case. Forse non basta il coraggio, occorre anche un po’ di onestà intellettuale”.
Murati vivi



