l'analisi di siulm marina
|Crisi delle vocazioni in Marina: “Età media a bordo alta e militari impiegati nello sfalcio dell’erba”
Tra i motivi individuati dal sindacato le scarse opportunità di carriera, assegnazioni a mansioni degradanti, la difficoltà dei trasferimenti: “Favorire l’equilibrio tra vita lavorativa e familiare”.
“Le condizioni del servizio in Marina sono mal conciliabili con la vita privata e familiare: i prolungati periodi di assegnazione a bordo e i trasferimenti di sede sono le principali cause di questo disagio. Per i ruoli dove la crescita e lo sviluppo della carriera offrono prospettive oggettivamente più limitate questo disagio è particolarmente sentito”. Lo ha messo nero su bianco il Capo di Stato Maggiore della Marina poche settimane fa, delineando una serie di azioni per garantire il benessere psico-fisico del personale e contrastare la scarsa attrattiva che i sindacati denunciano da anni quando si parla di concorsi.
C’è poi il problema dei trasferimenti. A rendere più evidente il disagio, secondo lo Stato Maggiore, la concomitanza della Legge Di Paola che ha contratto l’organico e il completamento della Legge Navale “che ha comportato un elevato numero di nuove navi da armare nella sede della Spezia, lontana dagli interessi familiari della gran parte del personale in servizio” sommata alla “inadeguatezza del sistema di supporto al personale (alloggi di servizio, welfare, servizi generali), particolarmente sentita nelle sedi della Spezia e Roma”. L’amministrazione ha condotto indagini interne per capire le priorità e stilato una serie di punti da sottoporre all’attenzione del governo. Oltre al Piano Alloggi, i punti salienti sono l’incremento del personale, la stabilizzazione dei volontari, la progressione della carriera legata all’età, l’incremento delle indennità di trasferimento e di imbarco oltre alle diarie per le missioni all’estero.
La Marina Militare soffre di una certa “crisi delle vocazioni” proprio in un momento storico in cui, dal punto di vista della modernità delle unità e del loro impiego operativo, la forza armata è spesso al centro del palcoscenico. Il Sindacato Unitario Lavoratori Militari ha di recente offerto uno spaccato pratico del sentire dei marinai. “Molti colleghi segnalano difficoltà nel comprendere i criteri di assegnazione, rotazione e trasferimento, con una percezione diffusa di scarsa trasparenza e uniformità – scrive il Siulm -. La gestione della mobilità rappresenta una delle criticità più sentite: numerosi militari trascorrono almeno metà della propria carriera imbarcati o fuori sede, spesso per periodi prolungati senza reali possibilità di rientro. L’età media a bordo delle unità navali si attesta ormai intorno ai 45 anni, con un progressivo avvicinamento alla soglia dei 50. Questo dato evidenzia come il connubio tra vita familiare e professionale diventi sempre più complesso, generando inevitabilmente stress, scarso morale e senso di sconforto tra il personale”.
Non stupisce il sindacato che i giovani non si sentano attratti dalla vita in Marina di fronte a una “sensazione di stagnazione” rispetto alle opportunità di carriera. E anche per chi intraprende la vita da marinaio ci sono “stipendi, indennità e compensi accessori non adeguatamente aggiornati rispetto all’aumento del costo della vita” a favorire le dimissioni. C’è poi il problema della valorizzazione delle competenze e l’impiego “in attività non coerenti con la propria formazione o con la funzione istituzionale della forza armata”. Il Siulm denuncia “casi di militari destinati a mansioni come lo sfalcio dell’erba, la pulizia di aree esterne o persino lo spazzamento di cicche di sigarette. Analogamente, in occasione di eventi di rappresentanza o cerimonie, si ricorre spesso al personale militare per compiti di servizio e supporto logistico, attività che potrebbero essere svolte più opportunamente da ditte di catering o personale civile specializzato”.
Il Siulm Marina chiede dunque “trasparenza e programmazione nei criteri di impiego e mobilità” insieme a una “migliore gestione delle carriere, riducendo le permanenze fuori sede e favorendo l’equilibrio tra vita lavorativa e familiare” evitando “il demansionamento e l’impiego improprio del personale, valorizzando le professionalità attraverso compiti coerenti con la formazione militare”. La questione rimane aperta.





