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Il coraggio di scegliere, Sigfrido Ranucci si racconta nel suo ultimo libro: “Un atto d’amore verso la libertà di stampa”

Dal padre finanziere alla Gabanelli, un lavoro che mescola ricordi personali e inchieste storiche, tra etica, coraggio e passione civile. Sabato sera alle 21 a Santo Stefano di Magra, il conduttore di Report racconta al pubblico come è nato il suo ultimo lavoro letterario: fatti, maestri e sacrifici che hanno segnato la sua carriera tra verità, coraggio, inchieste internazionali e il quotidiano prezzo da pagare in nome della credibilità. Un omaggio sentito verso un mestiere-vocazione. Nell’intervista a CDS si parla di giornalismo d’inchiesta ma anche locale, di social, intelligenza artificiali, fonti e leggi. Da combattere e da pretendere.

C’è chi considera il giornalismo un mestiere e chi invece lo vive come una scelta di vita. Sigfrido Ranucci appartiene senza dubbio a questa seconda categoria: un cronista per vocazione, narratore di verità scomode. In La Scelta, il conduttore di Report si racconta senza veli, intrecciando vita pubblica e privata e portando il lettore nei meandri delle sue inchieste più significative. È un autoritratto coraggioso, che emerge tra ricordi familiari — come la figura carismatica del padre, finanziere e atleta — e il maestro Roberto Morrione, fondatore di Rai News 24. E Ranucci non tenta di nascondersi: descrive indecisioni, amarezze, sensi di colpa, conferendo umanità e fragilità anche a un personaggio ammirato. Nel libro affiorano retroscena di inchieste delicate e così il titolo diventa manifesto: “Qual è la scelta giusta?”, una domanda che risuona come un invito etico a non cedere al cinismo. Il giornalismo d’inchiesta si fa un atto coraggioso che illumina censure e poteri oscuri, sempre con la passione civile al primo posto. Sabato prossimo il giornalista presenterà il volume a Santo Stefano, nell’ambito della rassegna “Percorsi”: sarà un’occasione importante per ascoltare un testimone diretto del giornalismo d’inchiesta e per riflettere insieme sul ruolo delle parole e del coraggio in tempi fragili e velocissimi come quelli che stiamo vivendo. Città della Spezia lo ha incontrato per parlare di un libero che si avvicina alle 70mila copie vendute, che ha saputo camminare grazie agli incontri che Ranucci ha fatto tra la gente, come una sorta di porta a porta esaltante, come spiega Ranucci ai nostri taccuini: “Il grande rammarico è stato che in questi centinaia di incontri che ho avuto con la gente non mi sono portato una telecamera dietro perché avrei potuto condividere con gli altri l’affetto, l’amore, veramente il calore di tanta gente che ha bisogno di verità che si mettono a disposizione per bene comune”.

Ranucci, “La Scelta” suggerisce precise k-words da dove possiamo partire. Qual’è stato il bivio che l’ha portato a fare la carriera che sta vivendo. Da piccolo si vedeva dove si trova oggi e pensava di voler fare questo tipo di giornalismo?
“Credo che sia stata un’alchimia particolare, quasi una magia, nel senso che comunque ho avuto sempre la passione per il racconto che mi è stata infusa da mia madre insegnante. Dall’altra parte invece c’era mio padre, che era un sottufficiale della Guardia di finanza, che possedeva invece il mantra della legalità e quindi mi ha infuso questo aspetto che ha condizionato moltissimo il mio lavoro. Devo dire che poi alla fine questo giornalismo d’inchiesta, fatto poi per Report, insomma l’ho potuto fare ovunque sono stato, perché ho avuto la fortuna di incontrare dei direttori responsabili di un certo tipo… uno su tutti Roberto Morrione che è stato il mio maestro, vice direttore al TG3, direttore di Rai News 24, direttore di Rai International, che mi ha impostato proprio come giornalista d’inchiesta e poi Milena Gabanelli che mi ha raccolto quando Roberto è andato in pensione, dopo che avevo fatto un’inchiesta che è stato uno scoop giornalistico internazionale. Per la prima volta la Rai in cinquant’anni di storia aveva fatto il giro del mondo. Sto parlando di un’inchiesta su Fallujah nel 2005 quando denunciammo l’utilizzo delle armi chimiche da parte degli Stati Uniti, un’informazione che aveva creato un corto circuito mondiale, perché in quel momento gli Stati Uniti erano i gendarmi del mondo nella lotta al terrorismo, erano stati autorizzati ad intervenire in Iraq dalla comunità internazionale, per andarlo a liberare da un dittatore accusato di cosa… di usare le armi chimiche contro i propri nemici. Quindi devo dire che è stata tutta una magia da questo punto di vista e mai mi sarei sognato di poter condurre ed essere l’autore del programma d’inchiesta più importante della storia della televisione italiana”.

Come le esperienze personali hanno plasmato il giornalista che è oggi e qual è il rapporto con il suo mestiere anche in relazione alla sua famiglia, ai figli, alla vita privata. 
“C’è un po’ da pagare per questo tipo di lavoro, le continue assenze, l’impegno quotidiano che fai per difendere la tua credibilità, che poi è la credibilità che deve necessariamente passare all’interno delle inchieste giornalistiche, altrimenti hai fallito il tuo compito. Sei un giornalista d’inchiesta poco credibile e non vai da nessuna parte. Passi il tempo a mettere puntelli alle inchieste e a difenderti dal lavoro che fai, questo comporta tanto sacrificio, tanta abnegazione. E tra le cose da pagare c’è anche il rapporto con la famiglia, con le persone che ti sono più care. Purtroppo da questo punto di vista ne ho vissuto poco, ho avuto il privilegio di vivere altre cose, situazioni intense, di conoscere tantissima gente, la più disparata, del più diverso centro sociale. E anche questo è stata una grandissima ricchezza, tuttavia rimane l’amarezza di quella parte della vita privata che non ho potuto vivere in profondità”.

Dicono che ci siano tanti tipi di giornalismo, non so se considerabili più o meno nobili. Spesso e volentieri il differenziale sta nei contesti editoriali più ancora che negli argomenti. Dal locale all’internazionale quanto cambia la percezione propria e degli altri per il suo, nostro mestiere.
“La differenza può essere il fatto che avendo il privilegio di lavorare per la Rai e quindi avere una cassa di risonanza magari un po’ più ampia, è più forte anche il tipo di attacchi che subisci quindi diciamo che la differenza è quella, ma io credo che la dignità del nostro lavoro alla base sia uguale sia che si operi nel locale che nel nazionale. Anzi, devo dire che la difficoltà di lavorare per il locale è molto più ampia perché non hai le tutele della Rai, stai sul territorio mentre chi viene da fuori spesso ruba qualche notizia e poi se ne torna a casa. E poi io credo che il nostro sia un paese malato, talmente malato che è abituato a convivere con la propria patologia e la considera una normalità, e che il giornalismo locale in un corpo malato rappresenta l’anticorpo periferico che dovrebbe intercettare il male prima che distrugga il corpo. Quindi andrebbe rafforzato, tutelato, magari con un tipo di compenso diverso e invece noi non riusciamo neanche a rispettare il cosiddetto equo-compenso che ci chiede l’Europa. Spesso il giornalista locale viene lasciato in preda alle pressioni dell’editore locale, dell’imprenditore locale, del criminale locale, del politico locale che condiziona la stampa, con le pubblicità delle partecipate. Spesso poi tutte queste figure coincidono in una sola e questo diventa ancor più complicato”.

Tornando al libro, qual è l’insegnamento più prezioso che ha ricevuto dai suoi maestri, cose che magari ancora oggi applica e non sono superate da nessuna intelligenza artificiale? Parliamo dunque di background e di futuro.
“Io credo che l’occhio dell’uomo con il giornalista sul luogo, sul posto, faccia sempre la differenza con la sua sensibilità. L’intelligenza artificiale è un strumento formidabile ma non sostituirà mai l’uomo perché il sistema chimico, molecolare dell’uomo è talmente complesso che lo rende unico da questo punto di vista. L’IA? Il rischio è che si usi in nome del risparmio, del controllo dell’informazione. E anche il fatto che l’intelligenza artificiale da qualche parte le formazioni le prende, se vengono omesse… è un problema, no? Ciò significa che c’è sempre bisogno di un presidio di indipendenza, di terzietà da questo punto di vista. L’errore gigantesco è stato quello di chiamarla intelligenza artificiale e non statistica aumentata perché in fin dal conti serve per risolvere dei problemi con più velocità rispetto all’umano ma se diventa il fine diventa un problema per tutti perché l’intelligenza artificiale non ha un’etica, non ha la capacità di distinguere tra ciò che discrimina e ciò che non discrimina. L’intelligenza artificiale impara, no? Lo fa dall’informazione che abbiamo, dalla capacità di controllo, dalla capacità di indipendenza…”.

Fra un anno saranno dieci alla conduzione di Report e ventuno all’interno del programma, un pezzo di vita. Guardando il giornalismo di inchiesta di oggi, c’è qualcosa che la preoccupa in particolare? E c’è una riforma che il legislatore potrebbe approvare per proteggere il diritto di informare e di essere informati?
“Bisognerebbe combattere le leggi Bavaglio che sono state approvate, il carcere per i giornalisti che pubblicano notizie illecitamente raccolte, il fatto di non poter pubblicare i nomi dell’ordinanza di custodia cautelare in nome della presunzione d’innocenza. Io credo che la presunzione d’innocenza si tuteli con maggiori e non con minori informazioni. Se tu non fai il nome di una persona che è arrestata e questa persona è un amministratore pubblico… il fatto che qualcuno detenga un segreto può diventare uno strumento di ricatto per fare delle cose che danneggiano la collettività. E’ per questo che l’informazione è tutelata dalla Costituzione. Per evitare che nel buio vengano a fare altre manovre che danneggiano la collettività. Poi c’è la legge Cartabia sull’improcedibilità: dopo due anni che stai in Corte d’appello o più di un anno in Cassazione, in poco tempo la legge consente anche di rendersi anonimi. Quindi alla fine ti svegli in un mondo apparentemente migliore perché tu esci da un processo, non sei colpevole, non c’è la possibilità di contestare un reato, neppure sai chi ha commesso i danni. Ma poi un mondo migliore non esiste, è virtuale. Cosa servirebbe? In considerazione di queste leggi, anche una ribellione civile, trasgredendo le leggi che si ritengono ingiuste ai fini del bene comune. Io il libro l’ho chiamato “La Scelta” perché nell’etimologia della parola ex-ligere, cioè elevare un’opzione migliore rispetto alle altre, tu puoi elevarla esclusivamente se sei consapevolmente informato e se quella scelta va verso il bene pubblico”.

Una volta si chiamava “quarto potere”, ed era considerata “il cane da guardia dei potenti”. Oggi la stampa è in sofferenza a causa di attacchi che arrivano dall’esterno, ma anche dall’interno, con troppi colleghi che si accontentano di essere i “cani da riporto dei potenti”. Come si può portare un’intera categoria a recuperare credibilità?
“La gente si rende conto che la maggior parte dei giornalisti non fanno affatto i cani da guardia e apprezza quando uno fa un giornalismo d’inchiesta, però ha la percezione che non accade mai nulla. E questo purtroppo è vero, anche se ci sono molte cose che cambiano e anche delle correzioni vengono fatte. Tuttavia io credo che ci sia un grandissimo squilibrio da questo punto di vista. Bisognerebbe riappropriarsi della democrazia cercando di far cambiare il sistema elettorale. Finché in Parlamento finisce la gente che grazie al sistema del seggio bloccato porta acqua al mulino dal capo del partito, alla fine a decidere sulle sorti di un Paese su quattro persone. Ed è ovvio che così non cambia mai nulla”.

Con l’avvento dei social media è cambiato molto anche il rapporto che il cronista intrattiene con quelli di cui parla e scrive. I politici stessi hanno disintermediato il loro messaggio, non hanno più bisogno dei giornalisti per dire la loro: è un duro colpo. Senza dimenticare la frammentazione dell’offerta in tanti canali informativi diversi e il tema delle fonti, che meriterebbe un capitolo a parte.
“Beh sì, l’ha cambiato poi nel modo di relazionarsi con il pubblico e di rispondere. I social sono una grande macchina di libertà, ma fanno generare notizie che non vengono privilegiate per la loro verità, ma per la notiziabilità, per i click. E quindi cimentarsi su quel terreno diventa molto scivoloso dovendo fare lo slalom tra le fake news. Però io credo che proprio per questo, per quello che rappresentano, i social debbano essere presidiati il più possibile da colleghi e giornalisti credibili. E poi sì, c’è il tema delle fonti: nonostante ci siano leggi molto rigide per la loro tutela, che provengono anche dall’Europa, sulla tutela delle fonti, il modo per aggirarle viene trovato sempre”.

Capitolo editori. Dall’imprenditore novecentesco che si comprava il giornale per poter tacitare o far cassa per quella notizia alle multinazionali, le cosiddette Internet company, che sono editori anche silenziosi e indiretti e deresponsabilizzati perché contenitori di notizie scritte da altri. Diventa anche molto più difficile poi ridisegnare in maniera seria quello che sarà il mondo dei giornali, della stampa, della televisione di domani.
“Sicuramente, però dietro l’angolo c’è sempre il solito problema, quello della concentrazione del potere, poche persone che hanno interessi a doppio filo legati alla politica, quindi addirittura al giorno d’oggi ci sono editori politici o comunque altri molto legati: questo è il male principale dei giornali che continuano ad avere un’emorragia importantissima di lettori”.

Se dovesse indicare un errore che ha trasformato in lezione nell’arco della sua carriera, quale sarebbe e perché?
“A volte di aver sottovalutato la reazione o l’importanza di alcune inchieste e quindi diciamo di essermi in qualche modo a volte trovato impreparato nell’affrontare le reazioni”.

Qual è il messaggio più importante che spera di trasmettere ai lettori attraverso questo libro?
“Il mio voleva essere un atto d’amore nei confronti della resilienza quotidiana alla libertà di stampa. Per capire quanto la credibilità sia importante da difendere, al punto che se vedi un’inchiesta che dura mezz’ora devi anche sapere che per quell’inchiesta ho passato sei, sette anni nelle aule giudiziali di mezzo Paese per dimostrare che erano veri i fatti raccontati. “La Scelta” è un omaggio e un ringraziamento a tutte le persone che hanno contribuito con le loro scelte alla mia formazione professionale umana e a quei personaggi che hanno contribuito al successo delle inchieste che sono rimasti per tanto tempo segreti. Un vagabondo che mi dà la chiave di lettura per realizzare le inchieste più importanti della mia carriera, una producer svizzera malata di sclerosi multipla che mi aiuta a scappare dalle trappole di un politico o l’insegnante che mi consegna materiale fotografico dell’incontro all’autogrill tra Renzi e Mancini. È una storia di storie”.