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La strana coppia e il canto del Golfo

Tanti in tanti modi hanno provato a spiegare i meccanismi secondo i quali nasce un amore, il mistero che lega due persone: le affinità elettive, la corrispondenza d’amorosi sensi, i feromoni che non sono una parolaccia ma solo i messaggi odorosi che solleticano l’inconscio. Tralascio le canzonette che sul tema sono una vera e propria letteratura.
Mai, tuttavia, ci si è addentrati con pari intensità nell’indagare l’origine dell’amicizia la cui genesi spesso si crede determinata da una conoscenza antica e datata.
Io, invece, sono convinto che a rendere sodali due persone ci sia la condivisione di interessi. Magari mai s’erano viste prime e tutt’a un tratto scoprono la comunanza dei gusti.

Forse successe così anche a Ubaldo e Federico che avevano capito che per prendersi gioco degli altri occorreva saper scherzare su se stessi.
Così nel 1890 non esitarono a esibirsi in un Otello farsesco nelle parti del Moro e dell’infelice sua consorte con l’unica civetteria di nominarsi nel cartellone come Gamin e Fritz, una mascheratura tanto nota che presto divenne il loro nome di battesimo.
Li accomunava di sicuro una ribalderia gaglioffa che non esitava a tracimare fino alla villania, l’insolenza spesso gratuita per sbeffeggiare la vittima di turno ed esporla alla berlina. Condividevano l’idea che la femmina più che compagna di vita era matronessa dei ginecei (chiamiamoli così) che allora i due ragazzacci frequentavano assidui, in questo uniformandosi ai gusti allora prevalenti nella popolazione maschile. Ma i nostri due avevano in comune un altro sentimento: l’amore per l’area che abitavano, un affetto che ritenevano fondamentale per la crescita del territorio che era stato alterato nel suo aspetto, un’immagine che si correva davvero il rischio di perderne definitivamente l’essenza.

Ecco allora che il terribile duo, dopo una derisione pesante o un’illusione irriverente, muta il registro narrativo per alzare un peana al territorio, alla sua bellezza, alla sua storia, alla malia che alimenta.
Proprio nei giorni in cui il Golfo perde i connotati primigeni, ecco che la strana coppia lo fa rivivere come era: con parole appassionate, con accenti da cui trasuda l’amore filiale, con un’intonazione che invita alla coralità.
La landa del Golfo è figlia di migrazione: ancor prima del grande spostamento interno del dopoguerra e dell’odierna globalizzazione.
Oggi già da prima di venire al mondo sappiamo essere il prodotto di incroci inconsueti ma allora era novità.
Qual è allora la lezione di quel duo e della loro straordinariamente grande amicizia?
La terra che ospita è madre comune, di chi c’era già e di chi ci viene dopo.
A condizione di volerla sapere.