“Lupi nello Spezzino continueranno ad aumentare. Convivenza inevitabile, necessario aprire a scelte gestionali”
Sabato scorso Accademia Capellini gremita per l’incontro con il biologo Paolo Bongi.
Sala dell’Accademia Capellini tutta esaurita sabato scorso per la conferenza “Il lupo nel territorio spezzino: dinamiche di una convivenza possibile”, relatore il biologo Paolo Bongi, iniziativa organizzata dalla Società naturalistica spezzina in collaborazione con la Capellini e il Cai spezzino. Tra i primi dati emersi nel corso dell’illustrazione, quello dell’incremento numerico e spaziale che ha caratterizzato la specie in Italia negli ultimi decenni e che ad esempio ha visto – rilevato da uno rapporto (Lamorgia e coll., 2022) menzionato da Bongi nel corso della relazione -, dagli anni novanta ai giorni nostri, i lupi passare da qualche centinaio a circa 2.400 sugli Appennini e da zero esemplari a oltre 900 sulle Alpi. E, guardando allo scenario spezzino, Bongi ha spiegato che se un monitoraggio regionale del 2011 individuava un solo branco – in alta Val di Vara -, e se un progetto della Provincia della Spezia nel 2014 ravvisava ulteriori due branchi sempre in alta Val di Vara, più una coppia in media vallata, nel Calicese, dal 2022-23 le fototrappole hanno detto anche di lupi a Carro e Maissana, sempre in alta valle del Vara, ma altresì in territori quali i comuni di Deiva Marina, di Vezzano Ligure, di Santo Stefano Magra, di Lerici; da capire se si tratti di branchi stabili, di elementi di passaggio ecc. “I branchi precedentemente rilevati apparentemente continuano ad essere presenti e sono probabilmente aumentati ma iniziamo a trovare lupi anche a fondovalle, in aree periurbane. La specie si è fatta molto più confidente e vicina alle realtà antropizzate; ci troviamo sempre piu a leggere di incontri con lupi”, ha detto Bongi, la cui relazione è stata preceduta dall’introdizuone di Giuseppe Benelli, Alessandro Bacchioni e Maurizio Romano, presidenti della Capellini, del Cai della Spezia e della Società naturalistica spezzina.
In merito al generale aumento di esemplari, il biologo lunigianese ha poi smentito l’idea che questa sia legata anche ad immissioni da parte dell’uomo: “Non esiste in tutta Europa un solo atto certificato di immissione di lupi. Diversa cosa invece è il rilascio di lupi trovati feriti e riportati dove sono stati trovati dopo essere stati curati e dotati di radicollare”. Invece cruciale per l’espansione del lupo è stata ed è la dispersione, che vede singoli esemplari lasciare il branco e andare in cerca di un partner e di un nuovo territorio dove stare, avventurieri a quattro zampe. “E’ un fenomeno che ha permesso la ricolonizzazione di Appennini e Alpi da parte del lupo – ha spiegato Bongi -. I territori, gli home range dei lupi, sono da questi difesi, e i lupi in dispersione si muovono attraverso una sorta si sistema mosaico in cerca di nuovi spazi non presidiati da altri lupi, compiendo rotte anche molto lunghe. Il processo di dispersione è in atto e sarà in atto finché dal punto di vista del lupo i territori non saranno saturi; finché ci saranno spazi in cui un individuo che ha spinta riproduttiva riesce a trovare partner, questi saranno colonizzati”. E, tornando al piano locale, fatto non da poco è che la nostra area è caratterizzata da un importante flusso di lupi in risalita dalla dorsale appenninica. “Lo Spezzino si trova su una delle tratte più importanti di movimento e diffusione del lupo – ha evidenizato Bongi -, come testimoniato anche a livello genetico. Qui passano lupi provenienti da più branchi, il nostro territorio è sulla rotta di dispersione di tutti i lupi del Centro e Sud Italia. Un elemento bellissimo, ma che ci dice anche che per molti anni avremo un continuo passaggio di lupi. Se quindi ci limitassimo a mettere in atto azioni solo sul territorio provinciale, otterremmo risultati scarsi o di poco valore”.

Nel corso dell’incontro, il relatore ha illustrato anche uno studio (si veda QUI) partito nel 2014 di cui è coautore, pubblicato nel 2022 online e nel 2023 su Human Dimension of Wildlife, che attraverso oltre settecento questionari, sottoposti sia in ‘aree lupo’ che ‘in aree no lupo’, ha indagato la percezione, la conoscenza e la tolleranza relative al lupo da parte dei residenti dello Spezzino. Un’indagine che, ad esempio, ha visto tre (studenti, cacciatori, allevatori) delle quattro categorie intervistate (completate dagli ambientalisti), dirsi per oltre il 50 per cento non favorevoli alla presenza del lupo nella nostra provincia; o che, ancora, ha spiegato Bongi, ha rilevato che “chi vive vicino al lupo, lo conosce meglio, ma, nella maggior parte dei casi, lo tollera meno”. E ha proposito del rapporto umani-lupo, in un ulteriore frangente il relatore ha evidenziato: “Molto spesso si sente o si legge che l’uomo ha invaso il territorio del lupo e perciò i conflitti tra i due si sono inaspriti. Niente di più sbagliato. Se consideratimo i dati del popolamento delle montagne di mezzo secolo fa rispetto ad oggi, nessuno può ignorare lo spopolamento a cui negli anni è andato incontro il territorio rurale. Quindi non siamo noi che siamo andati a cercare i lupi, anzi: l’uomo ha abbandonato la montagna, è tornato il bosco, sono tornati gli ungulati selvatici e il lupo ha trovato un ambiente ideale in cui ristabilirsi. Se sono aumentate le interazioni con l’uomo è perché questo sviluppo della popolazione del lupo ha portato alcuni esemplari a contatto con le aree periurbane”.
Non è poi mancato uno sguardo al domani e alle ipotesi gestionali. “Cosa dobbiamo aspettarci per il futuro? A quanto sembra, la provincia della Spezia probabilmente non è ancora satura di lupi. Se prosegue questo flusso, continuiamo ad avere la possibilità di avere nuovi branchi di lupi. Se guardiamo anche degli scenari predittivi, il trend risulta in crescita. Mi permetto quindi di correggere un po’ il titolo dell’incontro: perché con queste premesse a mio parere la convivenza uomo-lupo nello Spezzino non è possibile… ma è inevitabile. Dobbiamo dunque mettere in campo una serie di atti e di strumenti per cercare di trovare quel punto di equilibrio tanto agognato”, ha detto Bongi, affermando che “non fare nulla potrebbe dare adito a qualcuno di dire: mi faccio giustizia da solo, che è assolutamente sbagliato e può inoltre portare a effetti molto negativi: immaginate ad esempio se qualcuno uccidesse il maschio alpha del branco: la prima conseguenza, persa la guida, sarebbe che ogni membro andrebbe a fare razzie dove gli torna meglio…”. E ha proseguito: “Si può invece cominciare a parlare in maniera costruttiva di un approccio che apre alla gestione, e gestione non vuol dire per forza sparare, ci sono dei protocolli di gestione senza uccisioni che danno davvero risultati efficaci (in merito ha menzionato e brevemente illustrato le esperienze Lupo uno e Hybrid Wolf, ndr). Esistono soluzioni alternative all’abbattimento diretto. Che però non deve spaventare; intanto per un principio ecologico che dice che le specie vanno conservate, assolutamente sì, ma senza porci la problematica di ogni singolo membro: salvaguardare la specie non significa salvaguardare tutti gli individui di quella specie”. Infine, in riferimento al dibattito europeo sulla proposta di declassamento dello stato di protezione del lupo da specie particolarmente protetta a specie protetta, Bongi ha sottolineato: “Specie protetta significa consentire azioni gestionali: nessuno, né a livello europeo, né italiano sta proponendo di aprire la caccia al lupo; declassare significa poter attuare delle misure di gestione su quella specie e un minimo di apertura verso scelte gestionali è necessaria”.
















