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Flat tires

Racconto a dispense, prima puntata.

La ragazza si avvicina di corsa per quanto le permette un trolley di media misura che si trascina con la mano destra, aggiustandosi ogni tanto la borsa a tracolla con la mano sinistra. Avrà sulla trentina: la coda castano scura, gli zigomi affilati, il viso slungato e le labbra decise, i jeans non stretti, un giubbotto blo e gli anfibi leggeri. Inconsciamente, rallenta un poco stupendosi che l’uomo, ormai individuato a una certa distanza, appaia nel grande viale -solitario alle prime ore del mattino- solitario più del viale stesso, a braccia conserte, sconsolato: immobile in mezzo alla strada, ha alla propria sinistra l’enorme area verde della Città, alla propria destra le scuole prefabbricate della parte più nuova, immani blocchi bianchicci, destinati a dormire vuote ancora per un’ora circa. Fra l’uomo e le scuole, il pullman che gli è stato affidato.
La professoressa trafelata si blocca davanti a lui:
“sono in ritardo, lo so: colpa del treno: io vengo da fuori: era alle 6.30, vero?” l’autista riesce a vincere la rabbia e la malinconia
“no, era alle 7.30”
“ah!” fa la profe, incerta se rammaricarsi per l’errore e il sonno perduto, o rincuorarsi per la brutta figura evitata in qella prima nomina di ruolo dal pedigree costellato di successi, per la quale ha giurato a se stessa di fare solo belle figure, vincenti, sicure, dimostrandosi migliore dei colleghi maschi anziani e delle giovanissime supplenti temporanee… Come riavutasi da un incubo, tornando alla realtà visiva, si rende conto di questa
“ma che succede qui?!?” nessuno dei due si è presentato: a lei non sembra un problema. L’uomo, il giubbotto senza maniche col logo dell’azienda piccolo sul cuore, i pantaloni blu stazzonati alla fine superiore dei quali una cinghia non nuova tampona un’adipe nella media, i mocassini neri dalla punta squadrata, un viso tondo e una pelatina anticipata sui quarantacinque, scuote la testa:
“quello che vede, signorina” la ragazza trentenne guarda meglio il pullman: tutte e quattro le gomme sono inderogabilmente a terra
“non so come abbiano fatto…come abbia fatto io a non accorgermene: ero al posto di guida a controllare le strumentazioni; quando sono sceso a fumarmi una sigaretta ho trovato questo. E ora saranno guai tutti miei”
“ma è pazzesco! Come faremo per la gita?!? il pullman era per raggiungere Roma per l’aereo!”
“io ho chiamato immediatamente l’azienda… ma è un periodo pieno di viaggi di tutti i tipi!”
“ma un’azienda deve avere le riserve pronte per ogni evenienza!”
“quindi ‘stamattina dovrebbe avere quindici pullman inutilizzati e in piena regola, oltre ai primi quindici in giro…”
“infatti!”
“sta scherzando spero! mi hanno promesso di darsi da fare, ma non mi manderanno mai una macchina senza averla controllata per bene prima: succede qualcosa e si va tutti in galera! Anche lei, profe!”
“perderemo l’aereo…” l’uomo allarga le braccia
“magari io perderò il lavoro”
“insista per favore!”
“ma per me ritelefono anche ogni minuto! non è che non abbiano capito, è interesse anche loro: cerchiamo di mantenerci calmi e realisti, eh?” la ragazza si inebetisce nella durezza del proprio viso: non riesce a dire più nulla. Intanto, una lunga macchina scura si ferma a fianco del pullman, ne scende una signora con una pelliccia ecologica leggera, sul rosa, la chioma bionda vaporosa, le labbra evidenti e i tacchi alti; quasi contemporaneamente, dalla parte del passeggero compaiono una volta aperto lo sportello prima le scarpe da ginnastica di una delle cinque o sei marche obbligatorie, e i jeans strippati, poi un’intera ragazza identica alla madre con vent’anni di meno e priva di orpelli, che sta per precipitarsi al bagagliaio per impossessarsi delle proprie borse: le due nuove arrivate si bloccano istupidite:
“ma…” mentre la profe incomincia a spiegare, a cercare di dare un’idea di gestibilità della situazione, la scena della prima auto si ripete più volte, alternando femmine a maschi: gli adulti professionali e sicuri di sé, i giovani che trascinano i loro ciuffi corvini verso i compagni: tutti incominciano a chiedere, a confabulare: chi sottolinea la faccenda in gergo giovanile, chi ci scherza sopra, chi è seriamente dispiaciuto e preoccupato; alcuni arrivano senza genitori, trascinando i trolley: in pochissimo tempo, il viale deserto è occupato da una settantina di persone ingestibili. Arriva il collega più anziano della ragazza, che dopo due minuti di assoluto mutismo impugna il cellulare per avvertire la scuola di quanto sta accadendo.
Finalmente, dall’auto blù con i lampegginti accessi, ma senza sirene, la Lietta Siro detta Ferrari-Fazio e Giovannone fanno la loro comparsa: parlano con l’autista, fanno un po’ di foto e di domande in giro, buttano giù un primo verbale. Il sole sta sorgendo all’orizzonte quando arrivano altri due ps incaricati di tenere la posizione. La Fazio e Giovannone si dirigono a bassa velocità in questura…

_._

“da quando in qua di un’azione da teppistelli si occupa immediatamente in riunione plenaria il commissario capo dell’anticrimine?” fa Viglietti. Borachia, infossato nella sua poltrona, lo guarda socchiudendo le palpebre, con un’aria per nulla contenta:
“da quando il figlio del viceprefetto ha perso un aereo che lo avrebbe portato in Grecia…”
“mi scusi commissario, non sapevo…”
“non ti scusare. Che poi, il problema non è il viceprefetto: per lo meno lui, essendo del mestiere, sa quanto può e non può dire, dove si deve fermare, l’entità obiettiva del reato”
“e allora?”
“il problema sono gli altri genitori, e essendo praticamente maggiorenni i ragazzi stessi, che vogliono far partire una raffica di denunce per l’accaduto”
“sul serio?” Borachia sospira lungo, poi si infossa ancora di più sulla poltroncina, poi all’improvviso si mette ben ritto e guarda tutti uno a uno negli occhi:
“voi non siete della partita, ma se conosceste da più di vent’anni una che insegna da più di vent’anni sapreste che cosa significa per la cosiddetta utenza rinunciare a una iniziativa scolastica che non sia studiare e lavorare in classe” gli astanti si fanno più attenti, la loro prossemica dice : spieghi meglio, ci incuriosisce
“la scuola, generalizzando rispetto a tipi ed età, è allo sbando: nel giro di dieci anni insegnanti osannati e temuti sono diventati un niente: la mancanza di disciplina è considerata la normalità, e spesso i provvedimenti provocano le proteste dei genitori, quando non le tirate d’orecchi dei dirigenti”
“beh -fa Giovannone- se ripenso alla mia classe delle medie…” e ride un poco
“sì, Giò, anch’io alla mia, non credere. Madare fastidio, al limite della delinquenza quotidiana, non era considerato un diritto, la normalità, e dava luogo a proteste solo in caso di famiglie in brutte situazioni, morali e/o economiche”
“forse ha ragione. Ma perché è successo questo?” Borachia tace un po’, come se ripassasse e mettesse a fuoco i racconti comprovati di Alberto e di Gloria, poi:
“perché la scuola grossa è diventata aguzzina di quella piccola”
“cioè?”
“cioè: da circa venti, trent’anni, alcuni pedagogisti in buona col ministero, e alcuni dirigenti dal cosiddetto preside (a volte escluso, a volte incluso) in su, hanno scoperto l’acqua calda: senza aver mai messo piedi in una classe, dettano legge, mandano circolari, ordini, obblighi: impegni, sostanzialmente, basati su teorie e scaricati sulle spalle degli insegnanti. Non esistono verifiche serie su quanto bene, male o spese inutili tutto ciò abbia fatto; e quando esistono sono falsate alla base, da alcuni insegnanti che hanno mangiato la foglia e saltano sul carro del vincitore”
“non dev’essere bello per chi ama il proprio mestiere”
“no, non lo è…ma c’è anche il lato divertente della faccenda: i cuoricini”
“i cuoricini???”
“sì: basta che un tuo alunno, un gruppetto di tue alunne, arrivi sesto a una manifestazione sportiva, che il tuo cellulare si riempie di messaggi delle tue colleghe: braviiii!!! stupendo!!! cuoricinocuoricinocuoricinocuoricino!!! e se tu sei fuori rischi l’esaurimento carica cell.,…magari ti deve telefonare la badante della mamma malata per aggiornarti sulla salute di lei…” c’è molto silenzio: nessuno capirebbe bene se le ragazze e i ragazzi (chiamiamoli così) del Borachia si stanno trattenendo dal ridere o sono tristemente solidali. Poi interviene Marco Rossi:
“mi scusi commissario, ma il suo amico Alberto?” Borachia lo guarda con un mezzo sorriso, il cui significato è : ti piace provocare? Ok
“per Alberto è stato diverso, ma la sostanza non cambia. Moralmente, è anche peggiore. Alberto insegnava in una scuola di età più alte rispetto agli alunni di Gloria. Era una scuola vivibile, problemi eclatanti erano rari e isolati; sempre che i ragazzi non fossero più furbi e esperti a nascondere le cose. A lui insegnare, stare in classe, piaceva: non pretendeva quello che diceva lui: andava bene qualsiasi cosa purché avesse senso e fosse frutto di un minimo sforzo sincero. Lui sapeva far sentire accolti o infingardi e cialtroni, per i quali però la porta restava sempre aperta, se ci ripensavano”
“ma…”
“ma per il resto non ce la faceva più: continue interruzioni dall’alto del dialogo educativo: uscite all’estero, uscite nella Città per iniziative estemporanee, compilazioni di schede burocratiche assurde: mi ha raccontato che negli ultimi due anni prima di andare a vendere caramelle, nel periodo che doveva essere il più delicato e fruttuoso dell’anno, non aveva visto i ragazzi per un mese e mezzo: e i frutti di tutto questo, a parlare con gli interessati, non erano un granché”
“caspita!”
“pensa se io ti mandassi a sparare al poligono, e poi per due mesi tu non ci mettessi più piede, nel frattempo, ti sbattessi a una scrivania a firmar carte; poi, ogni tanto, all’improvviso, ti affidassi un pronto intervento, ovviamente interrotto da normali appostamenti di quartiere. Sai qual è il bello? Che i supercapi e i maitre a penser se la tirano, accusando i prof di arretratezza, ma i libri e gli interventi di esperti di rango contrari a tutto questo non si contano: vedo in casa che Gloria ne ha acquistati una serie…”
“e non succede niente?”
“se a te ti premiassero per pulire bene il calcio della pistola e non usarla mai, ti metteresti a sparare per esercitarti?”
“forse cercherei un altro gruppo, o un’altra Arma”
“ma lì questa scelta non c’è. Anche se è vero fino a un certo punto: l’altra sera, tornando da trovare la mia famosa zia malata, sono passato alle ventuno davanti all’uscita della scuola per immigrati. Sai cosa ho visto?”
“?”
“una collega di Gloria, anziana, sull’orlo della pensione: non ce la faceva più, come Alberto, e si è fatta nominare lì: stava parlando con un ragazzone di colore, entrambi contenti e interessati dopo la lezione…ammiro molto quella profe”. Borachia fissa tutti nel silenzio generale, poi fa:
“beh, torniamo al nostro lavoro: avete qualcosa sulle informazioni che vi ho chiesto?” la Laura è seduta a un banchetto piccolo totalmente occupato da un pc:
“comincio io?” chiede
“dai”
“un episodio così non c’è mai stato, in tutta la storia delle gite scolastiche in Italia”
“andiamo avanti”
“io e la Fazio avevamo i contatti con la scientifica” fa Marco Rossi
“che dicono i cugini incamiciati?”
“lama grossa, robusta, seghettata: un successo sicuro sulle ruote; scarpe con la suola di gomma senza striature, a mescola di formula uno in giornate di sole: difficile stabilire il numero del piede e la pesantezza del corpo. La cosa era premeditata, e non da uno stupido…”
“ciò escluderebbe l’idea di qualche ragazzotto ubriaco che rientra di prima mattina…”
“sono d’accordo”
“telecamere?”
“niente: la strada è larghissima e praticata: visto lo spaccio, sono tutte nel parco o davanti alle entrate della scuole vicino, che non sono quelle dei ragazzi coinvolti nella gita. Per le riprese a quell’ora non c’era anima viva…”
“l’altra mia proposta, Sandro?” Viglietti inarca le sopracciglia:
“devo lavorare ancora molto per essere sicuro, ma per ora nella vita dell’autista del pullman non ho visto niente di particolare: invidie sul lavoro, mogli o amanti inviperite. Certo non stava mettendo a punto la strumentazione: leggeva il giornale, o se la ronfava con la radio accesa a basso volume… La concorrenza fra aziende di turismo la lascerei perdere: in Città sono pochissime e un paio si spartiscono gli appalti con le scuole, le altre si occupano di vecchiette, lune di miele, coppie mature e straricche in gita bianca o safari…; poi c’era l’altro filone: ho raccolto i nomi di chi non voleva o poteva andare: nelle classi coinvolte sono due in tutto: i migliori delle due classi”
“porta a fondo questo filone, ma stai attento: non dobbiamo tartassare chi magari non può permettersi di spendere quei soldi, o semplicemente non ama le uscite con compagni antipatici…, avrai un po’ da fare, ma approfondisci anche qualche cialtrone di altre scuole amico dei partenti: non si sa mai. Bene: ci aggiorniamo a domani” tutti si alzano e fanno per andarsene
“…la scuola: un pullman lucido con le gomme a terra”
“come dice commissario?!=”
“niente, niente…”

Fatti, personaggi, luoghi e parole della puntata sono puro frutto della fantasia dell’autore: ogni corrispondenza con realtà è da considerarsi del tutto casuale.