Le nuove indagini del commissario Borachia
|All inclusive
Le due donne si sono date appuntamento a un bar del quasi-centro, piccolino e pulito, in zona pedonale. Grazie alla temperatura mite del dopo Natale nella Città, scelgono un tavolino all’esterno: possono godersi più privatezza e quindi parlare con maggiore agio e libertà; e poi il paesaggio in quel punto della Città non è affatto da buttare.
“ciao”
“ciao”
“come stai?”
“hai una domanda di riserva? e tu, come stai?”
“me la cavo, anche se ho appena perso il marito, peraltro uomo della mia vita; non bastasse, me lo hanno ammazzato”
“già, ho saputo: mi dispiace”
“lo hai ucciso tu?” l’altra la guarda con uno stupore moderato, che insieme rivela un bisogno pazzesco di andare d’accordo, di essere in confidenza, di collaborare
“stai scherzando spero: era l’unica persona che mi trattava come una persona”
“quant’è che vi conoscevate? Sì voglio dire: che vi frequentavate?”
“frequentavate…magari! ci conoscevamo da circa due anni”
“ah!”
“tante volte avrei voluto incontrarti e dirtelo”
“come mai non l’hai fatto?” l’altra sorride tristemente, guarda il tavolino, scuote senza strappi la testa, e non risponde nulla
“dunque non l’hai ucciso tu”
“no ti dico: mi credi?”
“per ora non è importante; spero che quando ci alzeremo ti dirò di sì. Ti ho vista, sai?”
“vista…?”
“sì, ti ho vista nella foto” l’altra ripete il cenno di poco prima
“quindi sai tutto”
“credo di sì, più o meno. Sei sempre molto bella: come a diciotto anni”
“ricordi, dunque”
“certo che ricordo: è stata la prima volta della mia vita che ho fatto l’amore”
“già. Fu lo stesso per me. Molto bello”
“anch’io la pensai e la penso così”
“volevo vedere fino a dove un’amicizia poteva arrivare”
“esattamente. Ma è stato bello anche dopo: nei giorni dopo, voglio dire: come ne abbiamo parlato insieme, e abbiamo condiviso il pensiero che non eravamo lesbiche, che non cercavamo questo: che scoprire l’altra faccia della luna, esperienze col mondo maschile, ci interessava”
“infatti: tu sei stata più fortunata, però. O più brava”
“a quanto pare sì…almeno fino a pochi giorni fa”
“quindi la sai, la mia situazione”
“ieri ho trovato la tua lettera, nella quarta parete”
“nella che?!?”
“niente: ti spiego poi. Senti: tu sei una donna che vale, e non sei ignorante, sprovveduta” l’altra sorride, e tira un lungo sospiro
“non credere che sia stata l’ennesima donna che pensa che le cose potrebbero andare a posto col tempo, o che non se la sente per il bene di una volta di fare ciò che deve: stavo gestendo la faccenda: ero in contatto con un’associazione, col suo avvocato donna: volevo prove sicure, inattaccabili: ormai lo odiavo, e a ragion veduta. Poi è successa la tua brutta faccenda. D’altronde, se hai trovato la lettera…”
“sì l’ho trovata ieri: è qui con me, nella mia borsa” ora c’è molto silenzio fra le due, che non si guardano; poi la vedova riprende il discorso:
“riconosco di non averti mai curata più di tanto, da adulta; anzi non ti ho proprio più cercata”
“sei sempre stata un po’ chiusa, e lavoriamo e abitiamo distanti l’una dall’altra. D’altronde anch’io non sono stata da meno: non ti ho nemmeno informata del mio matrimonio; tornando a prima, nessuno avrebbe immaginato quanto sapessi essere affettuosa”
“non ho più avuto amiche…”
“beh, con un marito così”
“…però, se avessi avuto indispensabile bisogno di qualcuno, penso sarei venuta da te”
“è un pensiero molto bello. E ora? Che farai?”
“hai tu la chiavetta del pc, o ne sai qualcosa?”
“credo l’abbia distrutta lui quando gli ho consegnato quella lettera; come fai a conoscere cosa c’era dentro?”
“la polizia se vuole sa fare queste cose; ma voi? vi conoscevate? vi eravate messe d’accordo?” l’altra sgrana tanto d’occhi:
“messe?voi chi?!?”
“niente: lascia perdere, forse quando sarà finito tutto questo ne parlerò, con te: non vedo perché non dovrei…” adesso il silenzio si fa davvero lungo: l’amica la guarda in attesa, la vedova guarda il tavolino ripassando pensieri già fatti, che ora il dialogo avuto dovrebbe sbloccare definitivamente:
“sto andando a portare la lettera alla polizia; d’altronde mi hanno chiamato loro: non sanno ancora della lettera, ma mi hanno parlato di nuovi sviluppi” ancora silenzio, poi: “vieni con me? andiamo insieme?”
_._
Le due donne entrano insieme nell’ufficio del Borachia, che sgrana tanto d’occhi per lo stupore
“buonasera: lei è Debora” Riccardo guarda severo la donna che ha parlato:
“lo so, ma non da Lei”
“ho mentito infatti, ma era previsto per un giorno solo: ci conosciamo fin da ragazze e dovevo assolutamente parlare con lei prima di tornare qui da voi. Vorrei partecipasse all’incontro, perché io ho da darvi qualcosa di suo” Riccardo porta il pollice e l’indice della mano destra nell’incavo superiore del naso, in mezzo agli occhi: chiude quest’ultimi come se dormisse per stanchezza, appoggiando il gomito al bracciolo della poltrona, dopo un po’ riapre gli occhi e si rimette diritto:
“sedete, prego” le due donne ringraziano ed eseguono; la vedova tira fuori due fogli scritti ripiegati dalla propria borsa, e li porge al commissario, che non omette prima uno sguardo indagatore per la nuova arrivata:
“riconosce questi fogli, come ha detto la signora?”
“sì, li ho scritti io: li consegnai a suo (indica la vedova col mento) marito circa tre mesi fa” e se fosse tutto preparato?-pensa Borachia- tutto un copione studiato ed esercitato a fondo: magari per gelosia verso le altre quattro; hanno detto di essere amiche fin da ragazze, no? ma probabilmente non è così, in base a ciò che sto per mostrare io a loro, e di cui loro non sanno nulla: tutto si gioca sul filo del rasoio: nulla può dimostrare davvero, con sicurezza, nulla: nient’altro che ipotesi, forti, deboli, immediate, strane…
Il commissario incomincia a leggere in silenzio
Ti ringrazio: non ce la facevo più, qualcuno doveva sapere. Ti ringrazio per le tue parole, ma soprattutto per il tuo ascolto: lungo, silenzioso, paziente. Scusami per il tempo che hai dovuto sacrificare. Due anni d’inferno, eppure c’era una certa intesa, poi… ha iniziato a trascurarmi, quindi a tradirmi [la lettera contiene ragguagli sull’identità della nuova partner] , gli sono diventata sempre più antipatica, odiosa; e al tempo stesso -e questo è l’inferno- non vuole lasciarmi né lasciarmi andare via: mi vuole umiliare, tenere lì come trofeo del suo cambiamento. Pochi giorni fa -di fronte a una richiesta di spiegazioni-mi ha messo le mani addosso. Non preoccuparti per me: da tempo so cosa devo fare e ho cercato i contatti giusti, non gli sono sottomessa: mi sto organizzando, ma ho bisogno di evidenze, di sicurezze. Però un dialogo con te -con qualcuno che non lo fa per dovere, per scelta di solidarietà, peggio ancora per interessi…insomma sì capisci cosa voglio dire…- è stato davvero indispensabile e mi ha dato la forza e il coraggio necessari, perché so che qualcuno tiene a me, mi vuole bene come persona: così come sono, per quello che valgo. Ti ringrazio tanto. Custodisci questa lettera se puoi, se vuoi: tra non molto potrei richiedertela. Grazie ancora, con tutto il cuore, D.
Riccardo ha negli occhi della mente un’immagine: una donna che da anni incrocia, tutti i giorni, andando al lavoro: da prima di dichiararsi a Gloria, e di unirsi a lei. E’ una donna sottile, con lunghi capelli biondo cenere; labbra morbide ma non carnose, mai tinte, un viso che può piacere come no, gli occhi dalle palpebre grandi, sempre come se fossero interrogativi. Quella donna, che mai ha conosciuto e forse non si è mai accorta di lui, come figura gli piace molto; negli anni l’ha vista invecchiare, ma ancora poco, ha poi notato la fede al suo anulare, ha osservato crescere il pancione, ha constatato l’assenza sul percorso, il suo ritorno; poi, da un po’ di tempo, constata due pesanti, evidenti occhiaie sul suo viso, e un’espressione meno interrogativa. E spera tanto che le proprie paure siano del tutto campate in aria.
“Anch’io ho qualcosa da mostrarvi” dice Borachia girando lo schermo del suo pc in modo che tutti e tre possano osservarlo: “sono le riprese per tutto il pomeriggio di Natale, quando lei -si rivolge alla vedova- non era in casa, del marciapiede esattamente di fronte all’entrata di casa sua, grazie a una nostra telecamera fissa” il commissario fa partire le immagini
sullo schermo appaiono poche persone, isolate, la maggior parte tira dritto in maniera anonima; una vecchietta smarrita si ferma davanti alla panetteria: osserva il cartellino scritto a mano riapriamo il 27; a un certo punto, una figura maschile meno sbrigativa: ha in mano un pacchettino regalo fatto a cubo; si blocca proprio sotto la telecamera nascosta, si volta un attimo a controllare alle proprie spalle, come preferisse non essere visto, poi attraversa risolutamente la strada, uscendo dal campo di ripresa della telecamera; impassibile, fredda, Debora dice
“quello è mio marito” finendo sotto gli sguardi fissi, incrociati, concentrati degli altri due. Poi il commissario ha come un’illuminazione, cerca nel suo cassetto, ritira fuori le trascrizioni degli sms estratti dal cellulare del morto, scorre un po’ gli scritti con lo sguardo:
“questo -ci risulta- lo ha scritto lei” il testo è vorrei trovare un modo per portarti un regalino, semplice nei giorni intorno a Natale: è un progetto innocuo, che mi fa sentire autonoma dalla mia brutta situazione, spero di farcela
“l’ho scritto sicuramente io, ma poi non ho fatto in tempo a farlo”
“…e lei, conosce il marito della sua amica?”
“non l’ho mai visto” i tre riflettono a lungo
“Probabilmente ora -dice il commissario- siete tutte tronfie, sollevate e decise per come si è messa la faccenda. Ma io sono la polizia: qui non c’è nessuna prova sicura: un buon avvocato, magari accanto a un giudice meno buono, fa di tutto questo una bolla di sapone, e poi la risoffia contro di voi, rivoltando la frittata; e così avete messo quell’uomo al sicuro, e magari passate anche dei guai!”
“ma…” fa Debora, prontamente bloccata da una mano pacatamente alzata del Borachia:
“voi eravate molto amiche, vi siete ritrovate, piano piano insieme avete scoperto che l’uomo e l’amico perfetto della vostra vita aveva altre -diciamo così- simpatie; nel frattempo il marito di Lei, Debora, ha incominciato a darle difficoltà (ammesso sia vero): avete architettato tutto, lo avete spedito là col pacchettino, e la cosa è doppiamente riuscita” le due, silenziosissime, constatano che la gabbia purtroppo funziona
“lei commissario la pensa così?” chiede asciutta la vedova
“quel che penso io non ha alcuna importanza”
“ma allora…” dice Debora; Riccardo si mette più dritto, punta i gomiti sulla scrivania, incrocia le dita fra le mani davanti al viso
“allora posso solo informare di tutto il procuratore, con ogni dettaglio possibile e immaginabile, e augurarvi buona fortuna”
“ma io i segni delle botte sul viso li avevo, e l’avvocatessa dell’associazione li ha visti e fotografati” Riccardo scuote la testa
“potrebbe peggiorare la sua posizione: dovrebbe vedere qualche film americano di più…” a questo punto Debora, a poco a poco, assume uno sguardo più deciso:
“e se… -dice- se lo facessimo confessare?”
“lo vuole torturare?”
“no, no, certo…”
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“oh! Ecco la mia mogliettina!” fa l’uomo ironicamente. La donna non risponde
“sei mal disposta?” la donna è davanti al lavandino di cucina, a cui dà le spalle; l’uomo sulla porta d’entrata, che conduce al corridoio per uscire dall’appartamento; lei si rivolge a lui calma e fredda:
“lo hai ucciso tu?” l’uomo ha mezzo secondo di smarrimento, impercettibile, ma la moglie preparata lo ha percepito; poi lui ostenta stupore
“scusa, ma di che stai parlando?”
“per favore, almeno abbi il coraggio delle tue azioni”
“sei matta!”
“sono stata in questura. Mi hanno chiamata loro: ti hanno visto, sotto casa sua” qualche nanosecondo di smarrimento in più, ma nient’altro
“non so di cosa stai parlando: devi farti curare”
“dalle botte tue? abbiamo parlato anche di questo, sai?” lui si incattivisce un poco
“e tu cosa gli hai detto?”
“tutto”
“tutto cosa?”
“ah, ma allora ti interessa: non sono più una matta visionaria…”
” mi stai esasperando”
“ti hanno visto anche entrare nel suo palazzo”
si dice che Ludwig Wittgenstein, intorno ai dieci anni di età, nella penombra del corridoio di casa sua avesse pensato per alcuni minuti se dire una bugia a fin di bene sia lecito, e si fosse risposto di sì; ma che per il resto della sua vita non avesse mai mentito
“ma quale palazzo?!?”
“chiedilo alla polizia: non le ho mica inventate io, le riprese. Né i testimoni, tra cui ci sono anch’io”
“ma dov’eri tu?!? falla finita!”
“Ah! Allora c’eri, là!”
“perché? Non posso farmi un giro dove voglio?”
“certo…e…quando? perché mica abbiamo ancora detto un giorno, mi sembra”
“tu sei una maledetta: tu mi vuoi incastrare!”
“ti sei incastrato da solo!”
“dimmi subito che altre carognate hai inventato con la polizia!” dicendo così, l’uomo supera il tavolo da un lato; ma la donna si è preparata a lungo: stare dalla parte del lato del tavolo con meno spazio al fianco: se lui lo supera, sgattaiolare al lato opposto all’ultimo momento, e disporsi sulla porta d’uscita…
“una mi è bastata: ora posso fuggire, gridare nelle scale, chiamare la polizia”
“provaci e ti faccio nuova”
“sono, nuova: da un po’ di tempo a ‘sta parte.”
“cosa hai inventato, cosa gli hai detto?!?”
“Fermo lì o chiedo aiuto: so quello che faccio. Ti risponderò, anche se la domanda l’avevo fatta prima io. Ti ripeto: gli ho detto tutto: che ti ho trovato con la mia agendina in mano a carpirmi il mio pin, che uscita dal bagno un giorno avevi il mio cellulare in mano, che mi hai messo già le mani addosso, che nel tuo mestiere ti intendi di chimica, che il pomeriggio di Natale senza tante spiegazioni, mi hai detto esco , e sei stato via un’ora: tanta roba, eh?”
“str….! io ti ammazzo!”
“un altro assassinio?…fermo! o sei davvero finito. Chissà da quanto te la prepari: quando mi hai rubato il cell avrai visto che prende il caffé con le cialde, che se lo prepara da solo, che io gliene volevo regalare una scatola per Natale, vero? ti senti abile, vero?” a questo punto l’uomo sembra rilassarsi, gli viene un sorriso cattivo; appoggia il sedere al lavandino; mette le mani in tasca
“in effetti è un po’ che ho scoperto la vostra tresca: credevate di essere furbi, eh?”
“tresca…era un dialogo, quello di cui tu non sei stato capace”
“oh! che carini! eravate ridicoli!”
“meglio ridicoli che assassini!”
“tu straparli! sta’ a vedere che non andare d’accordo con la moglie e farsi un giro in città sono prove!”
“non è questione di prove, ma di avere il coraggio della verità: dillo: lo hai ammazzato!”
“non è stata una grande perdita…”
“lo hai ammazzato”
“sì! Mi hai scocciato: sì! e ho fatto bene! bene!”
un’altra voce, femminile: “a me non ha fatto granché bene” con un’espressione tra l’inviperito tenuto sotto controllo e il godimento della scoperta, la vedova è comparsa sulla porta della cucina, alle spalle di Debora: poco più indietro ci sono altre due donne
“e voi? Chi c…. siete”
“io sono la moglie della persona che ha ammazzato; loro si chiamano Miriam e Grazia”
“fuori da casa mia!”
“sono mie amiche – interviene Debora – le ho invitate io: ne avevo invitate altre due, ma oggi hanno problemi di lavoro…: potrò invitare ancora delle amiche a casa mia, o no?”
“cose da matti…fuori di qui!”
“non le conviene dare in escandescenze: per quanto donne siamo in grande maggioranza. E poi, tra poco arriveranno le forze dell’ordine” l’interessato non ha fatto granché caso a una sirena che si avvicinava e poi smetteva proprio sotto il palazzo
“cosa avete fatto?!?”
“ci sembrava che la situazione stesse degenerando”
“io vi denuncio tutte!” espressione corale tra il finto stupito e l’ironico delle donne presenti. Suonano alla porta; va aprire Miriam. Si tratta di due giovani carabinieri in divisa
“abbiamo avuto la segnalazione dalla questura per la pattuglia più vicina: avete chiamato voi?”
“prego: accomodatevi”
“che succede?”
“fortunatamente non è successo nulla, ma si è rischiato. Una discussione familiare” i due si girano un po’ intorno:
“famiglia numerosa…ci fate capire qualcosa?” affannate per aver fatto le scale di corsa, arrivano prima la Laura e la Lietta Siro, anch’esse in divisa. Poi con più calma Riccardo e il prode Viglietti
“buonasera: scusate il disturbo: commissario Borachia dell’anticrimine -Riccardo espone il distintivo- e questo è l’ispettore Viglietti: le qui presenti e il signore sono coinvolti in un’indagine in corso” poi si rivolge alle donne: “l’avete combinata bella…”
“si fa quel che si può” dice Debora
“lei è il padrone di casa?” l’uomo, inebetito, annuisce
“si sieda al tavolo; Laura e Sandro, mettetevi in piedi dietro di lui” (il gruppetto ubbidisce)“tu Fazio telefona alla dottoressa Bravo, spiegale e dille se può venire qui“ – la Ferrari-Fazio ubbidisce prontamente, portandosi in corridoio
“e voi: chi trova una sedia la occupi, se no state in piedi: dobbiamo parlare un bel po’” il vicebrigadiere dei due primi arrivati si rivolge a Riccardo:
“scusi commissario. Noi saremmo di pattuglia. Vista la situazione…”
“oh, sì, scusate, e grazie: andate pure. Dite al maresciallo Berni che ci vedremo presto per incrociare e collegare i verbali”
“d’accordo, buona serata”
“anche a voi, arrivederci” ma Debora non sa resistere:
“andate via? Non vi offro nemmeno un caffè?” i due carabinieri si voltano verso di lei:
“no, grazie: meglio di no…”
FINE
Fatti, persone, azioni del racconto sono solo frutto della fantasia dell’autore, senza alcun collegamento con qualsiasi persona reale o avvenimento realmente accaduto








