Le nuove indagini del commissario Borachia
|All inclusive
“Pronto?”
“Pronto: dottor Borachia?”
“sì, sono io”
“mi scusi: sono la donna di pochi giorni fa, quella a cui è morto il marito, o meglio: le è stato ammazzato”
“sì, ho visto il numero: mi dica…”
“ecco: vi ho dato retta, mi sono dedicata all’esplorazione di quella stanza disordinata e piena di oggetti”
“sì…scusi se interrompo il discorso, e le faccio una brutta domanda: ha già provveduto alle esequie, alla tumulazione?”
“c’è oggi pomeriggio”
“ecco…sto per bloccare tutto: la tazzina aveva tracce evidenti di sostanze con possibilità letali, lei aveva ragione. Sarà scocciante e doloroso, lo so. Cerchi di inventare qualcosa per i parenti, gli amici; possibilmente non riveli i suoi sospetti, e la nostra constatazione” di là dal filo c’è un po’ di silenzio, poi:
“ho qualche ora per pensarci: l’ho voluto io: siamo in ballo e balliamo”
“d’accordo. Continui ciò che mi stava dicendo”
“ho diviso la stanza in settori definiti dalle pareti: i primi due tentativi non hanno dato risultati”
“deduco quindi che il terzo…”
“già, poi resterà da fare la quarta parete”
La quarta parete! pensa Borachia – quella che ha fatto a volte la storia del teatro, quella che Brecht usa per spiegare politicamente, e Pirandello umanamente… ma, e questo in giro si sa meno, la sua storia è iniziata più di duemilaquattrocento anni fa, quando i comici ateniesi la aprivano -a un certo punto- obbligatoriamente, secondo i canoni del loro teatro, perché il pubblico non si illudesse che i loro lazzi fossero solo per gli altri, solo per i politici, solo per i maschi o solo per le femmine: perché comicità vuol dire: impariamo, tutti, chi siamo o comunque potremmo diventare! Ma il genio della quarta parete fu, duecento anni dopo, Plauto, forse senza accorgersene: travisato continuamente dai brutti razionalisti 1800/900: la sua originalità, la sua Roma mai nominata in trame di natura greca, apriva in ogni momento quella parete, spingendo il pubblico a dirsi: E’ vero! È proprio così! Ora! Qui!
“commissario? c’è sempre?”
“oh, sì, sì mi scusi! Dica…”
“ecco: ho trovato un quaderno: non un quaderno qualsiasi voglio dire”
“capisco: di cosa si tratta?”
“forse è meglio che glielo porti lì”
“vuole passare adesso?”
“credo di farcela…”
_._
Il quaderno, di tipo piccolo, con la copertina rigida, a sfondo chiaro con losanghe celesti e rosa sopra, ha molte pagine; fose sembrano di più perché contiene in ogni coppia di fogli dei biglietti sistemati in buste a loro volta incollate sulla carta. La donna lo guarda un po’ con serietà, poi risoluta lo consegna al poliziotto. Riccardo si prende una piccola prima antologia dei contenuti: hanno grafie diverse: i biglietti, in certi casi lettere, sono firmati con solo i nomi propri, almeno sei a un primo veloce esame. I nomi sono tutti femminili: Grazia, Miriam, Alberta, Donata, Debora, poi una sezione senza firma. Pochi esempi per il lettore:
non sai cosa mi hai donato, o forse sì: essere me stessa – credevo di non “servire” più a niente: tu mi hai spiegato, o meglio mi hai fatto sentire, che non esistono persone che non “servono”, se non si buttano via da sole… – mi hai salvata: non solo in senso metaforico: sai cosa sto dicendo… – posso scriverti, oggi, che ti amo? Non ti arrabbiare: l’amore è sempre tollerante!
Borachia guarda a lungo la donna, che regge perfettamente il confronto senza rompere il silenzio, cosa che fa alla fine il commissario:
“perché fa questo?” la donna assume la tipica posizione con le spalle un po’ più in su, il collo leggermente, ma leggermente, incassato in esse, gli occhi appena un po’ più aperti, insomma un modesto stupore
“voglio dire -prosegue Borachia- ci sta fornendo un forte indizio, un movente; in più quando è successo eravate soli, e sembra che nessuno sia entrato in casa prima” educata ma quasi infastidita la donna corruga la fronte:
“eravamo d’accordo così, no? E a me interessa la verità: non la verità dell’investigatore perfetto dei gialli, o del filosofo: la verità della mia vita: era mio marito; E’ mio marito, e siamo stati insieme nel modo giusto: o c’è tutto, dentro, o -ora che so che c’è dell’altro- non c’è più niente: non è proprio il caso di fare la furba e tenere i piedi in due staffe: non sa quante ne ho viste signore così nel mio mestiere…o forse, grazie al suo, lo sa anche lei (Le fate ignoranti si stagliano sullo sfondo della conversazione);
“mi spiace per lei” la donna ha un moto di stizza non violenta, poi sorride:
“e di cosa?!? lei ora ha dato un’occhiata, ma quando avrà letto tutto con calma (io l’ho fatto due volte) vedrà che lì è ritratta una sola parola: Amore: un amore che mentre non mi ha mai fatto mancare nulla, evidentemente era ancora più grande di quanto immaginassi” Riccardo si sta chiedendo come reagirebbe lui, di fronte a una Gloria così; o viceversa; ma sente che di una risposta immediata non gliene frega nulla; pensiero abbinato subito a un altro: e se avesse architettato tutto? e se fosse davvero lei, l’assassina?!? posso, per motivi professionali, fare a meno di pensare: una bella persona, una grande donna?
“ok. Senta signora: della chiavetta nessuna traccia?”
“niente” Riccardo riprende in mano il quadernetto:
“vedo che la sesta ha scritto molto di più…e non ha firmato…” la donna quasi ride:
“commissario: quella è la scrittura di mio marito, non ci sono dubbi” Riccardo riflette due minuti; la donna -che lo prevedeva- lo guarda benevola e incoraggiante; il commissario riprende:
“ne deduco che lui ha…aveva trascritto sms e/o e mail”
“dovrebbe essere così”
“a questo punto deve portarci il vostro pc, e il cellulare di suo marito:li ha , no?”
“li ho; ma il pc è pulito. Il cellulare è bloccato dal pin” Borachia finge stupore:
“e lei non lo conosce?!?” la donna lo ripaga con la stessa moneta:
“lei conosce, o vorrebbe conoscere, il pin del telefono di sua moglie?” no: è l’ultima cosa che vorrebbe: per un attimo Borachia ricorda la “prova del nappo” che Astolfo -l’uomo moderno dell’Ariosto, incaricato di volare sulla luna a recuperare il senno di Orlando, ormai, poveraccio, uomo antico comunque andrà a finire- rifiuta di sostenere; ma qui le cose stanno diversamente…siamo ben oltre l’Ariosto, che comunque in quanto a acutezza e conoscenza della Vita era già tanta roba…
“d’accordo; ma se i suoi sentimenti sono davvero quelli che mi ha detto, bisogna agire: abbiamo esperti che sapranno andare in profondità, in entrambi i casi. A meno che lei non si opponga. In tal caso anch’io mi opporrei al suo diniego”
“non mi oppongo: ci rivediamo qui fra mezz’ora”
“solo un momento: ormai non posso più tenere la cosa nascosta al procuratore: lei, e potenzialmente le altre…” qui Riccardo si interrompe
“…amiche” completa la donna con naturalezza”
“…amiche, entrerete nel registro delle indagate”
“faccia il suo dovere. Non credo ci vorrà molto tempo a chiarire tutto” Borachia annuisce in silenzio mentre il suo labbro inferiore spinge in su il superiore
“spero la Procura mi affidi il pm che sto pensando: una donna, sagace ma intelligente…”
La signora si alza, saluta garbatamente, e se ne va
_._
“Pronto: questa volta sono io a chiamarla: la disturbo? tutto bene?”
“diciamo così…”
“può passare da noi?”
“certo. Ah, senta…”
“che c’è?”
“oh, nulla! una stupidaggine: mi sembrava di avere un impegno ma ricordavo male: a presto”
_._
“i nostri hanno lavorato molto e bene. Non so se la sua reazione sarà uguale alla volta scorsa: un po’ la sto conoscendo, e devo confessare che lei è una persona particolare”
“non si preoccupi, andiamo avanti” prima Borachia le porge una serie di fogli stampati: il contenuto del cellulare: lo scambio di sms conferma, enormemente ingrandito nella quantità dei testi, lo stile e il contenuto del quaderno; e contiene anche storie concrete indirettamente interessanti per l’indagine. Ma soprattutto ora si conoscono i numeri telefonici, quindi l’identità e gli indirizzi delle interessate. Il commissario si trova davanti a sei donne (a una anche concretamente) che amano lo stesso uomo, senza precisare fronzoli pretese ideologie gelosie egoismi lessico per la parola “amore”. La moglie storica e legittima annuisce con naturalezza.
“ora c’è qualcosa di davvero nuovo” la donna dà il permesso annuendo un’unica volta: il commissario gira lo schermo del proprio pc di tre quarti, in modo che sia lui che la donna possano vedere ciò che viene proiettato: lasciando un po’ l’ immagine per il tempo di guardarla attentamente, finché la signora, tranquilla e impassibile, dà il via con un cenno del capo alla figura seguente, si palesano, in posa singola, cinque figure femminili completamente nude. Qualcuna ha scelto come sfondo il mare, altre la montagna col cielo alle spalle, altre una stanza di casa dalle pareti completamente spoglie. Quelle fotografate all’esterno hanno, così come tutte, una posa naturale: in ambiente marino tengono le mani sui fianchi, senza spocchia, le “montanare” hanno un piede su un avvallamento occasionale del terreno, le braccia libere lungo le cosce, come per proseguire un cammino. Le “domestiche” sono sedute, su una sedia qualsiasi: tengono o gli avambracci sulle cosce e le mani intrecciate sul davanti, in modo da occultare senza alcun atteggiamento studiato la parte più intima, o i gomiti puntati sulle cosce stesse in modo da offrire al mento un appoggio a mani unite, mentre l’ombra così provocata occulta il basso ventre. L’espressione di ogni donna, così diversa dalle compagne, ha un unico significato: questo è il mio corpo, così com’è, adesso. E’ completamente impossibile interpretare le immagini se non nel modo appena detto: cioè di qualcosa di incontrovertibile, inevitabile, naturalmente necessario. L’ultimo modo in cui un buon pittore rinascimentale avrebbe disposto la propria modella nuda è quello di ciascuna delle cinque donne. Eppure Borachia prova un senso di ammirazione maschile, di fascino, che un maschio constata raramente guardando una donna sconosciuta. Vi è una singola immagine per ciascuna: in nessun caso altre. Le protagoniste sono molto diverse fra loro: la stazza, l’altezza. Il taglio di capelli. L’ovale del viso. E ovviamente il resto. Nessuna sembrerebbe praticare la palestra per motivi al di là della salute, anche se la parte preferita dalle palestre qui non si palesa proprio. L’espressione è seria e spontanea, per nulla maliziosa. A guardare bene, a lungo, si intuisce un sorriso, più interiore che esposto. Se dobbiamo andare oltre (forse è meglio farlo) l’idea che ne trarrebbe un non-troglodita è la figura della Donna/Mamma (che tutte le femmine, anche quelle senza figli, hanno -magari un attimo- nella vita) quella che la figlia o il figlio scoprono -se destinati a avere una vita normale, appena usciti dall’egoismo dei primissimi anni: l’egoismo di chi mangia piange grida di piacere e fa le feci; l’egoismo colpevolmente aumentato da continue moìne, il cui effetto è intuire che qualsiasi cosa si faccia si sarà lodati, sottolineati, accolti, perdonati e incentivati come animali da baraccone; superata tale fase, allora la Gestalt dei genitori si fa immagine più definita: un viso, due volti, che il piccolo sente non più dentro, ma accanto a sé: una garanzia nonostante tutti i difetti e benefici di inventario di mamma&papà. Chi resta nella simbiosi, o fa il salto nella contrapposizione, è destinato probabilmente a ammalarsi…
Solo un soggetto, l’ultimo in ordine di apparizione, si distingue -anche se non nella sostanza del giudizio definitivo- dalle altre donne: una creatura di una bellezza strabiliante, nel corpo e nel viso; i capelli lunghissimi, corvini, inanellati, le labbra abbastanza evidenti ma non carnose, priva di atteggiamento e di trucco, il che aumenta la sua bellezza. La moglie dice:
“bene” Borachia tira un lungo sospiro, non di sollievo:
“vorrei esprimere solo tre cose: due riguardano strettamente l’indagine; la prima che ascolterà gliela dico io, come persona umana: magari lei è un’assassina, ma mi è difficile nasconderle quanto la stimo”
“prego”
“noi abbiamo squinternato a lungo e bene cellulare e pc, quindi probabilmente il contenuto anche della fantomatica chiavetta: non ci sono altre immagini, di nessun tipo…che so: gite insieme, selfie, immagini di altri tempi e età: tutto il resto sono parole, messaggi, il cui stile e contenuto lei conosce già” il commissario lascia una pausa ad effetto, che la donna interrompe:
“e le altre due cose?”
“certo: la prima è che l’indagine è assolutamente secretata, in tutto e per tutto. Questo vale nel modo più assoluto per noi; ma vale anche per lei…per voi”
“la seconda?”
“la seconda è la ragione per cui lei si trova qui: conosce queste persone? una? poche? tutte?” l’attesa è un poco più lunga che per le risposte precedenti:
“no: neanche una”
“ci pensi bene”
“nemmeno una”
“e…la quarta parete?”
“non ho ancora terminato il lavoro” il commissario la guarda studiandola
“si sente bene?”
“benissimo”
“allora, credo ci rivedremo presto”
“arrivederci”
“se permette, buon anno”
“permetto e ricambio”
Quando la donna ha attraversato la porta d’uscita, dopo cinque minuti di riflessione, Riccardo agisce sul telefono interno:
“pronto Sandro?”
“—”
“sei qui? sei in questura?”
“—”
“ascolta: dovresti individuare le due, quattro telecamere nostre più vicine alla casa del delitto: le persone riprese il pomeriggio del Natale”
“—”
“bene: andate con attenzione ma sbrigatevi. Non state a fare smancerie tipo chiavette, invii dal laboratorio al mio ufficio e simili per riguardo a me: mi telefonate e mi fiondo lì subito: fammi sapere per qualsiasi cosa”
“—”
“ciao, grazie”
_._
dopo una veloce pausa pranzo, due ore nel pomeriggio, il prode ispettore dell’anticrimine Sandro Viglietti si fa vivo:
“noi commissario siamo pronti: allora viene lei?”
dal grande laboratorio, pieno di strumentazioni e ps tecnici in servizio, dove Viglietti lo aspettava, Riccardo passa in una stanza più piccola, con due pc soli, dove al posto di lavoro li attende un giovane che ha già conosciuto: professionale senza esibizionismi, i baffi fini e ben curati come l’amico del giovane Montalbano, mostra fare disinvolto senza debordare verso il superiore anche dei miei superiori, atteggiamento che nello stato si divide al 50% l’antipatia con semprecomunquedovunqueruffianopremeditato&consapevole, istituendo entrambi un clima di malcelato odio e rassegnazione nell’ ottavo paese del mondo. I due, che ne hanno già usufruito fruttuosamente per altre indagini, lo salutano con cordialità augurando Buon Anno, con cordialità ricambiati (Borachia si sta chiedendo per qual mai ragione i tecnici appaiono obbligatoriamente in camice bianco: non ‘è alcuna ragione concreta, al contrario di quanto accade per igienisti, medici, infermieri e biologi…qui, poi! le mostrine sui becchi del colletto sono finissime e simpatiche, ma due mestieri insieme! Russel avrebbe qualcosa da dire…)
“parla tu direttamente” fa Viglietti
“bene commissario: abbiamo due possibilità: una sul marciapiede della abitazione, ma ben cento metri prima; nel senso opposto, si arriva addirittura a trecento metri, quindi per ora abbiamo deciso di non sprecare tempo”
“avete fatto bene, poi si vedrà”
“ok. Invece, nel marciapiede opposto, abbiamo una postazione quasi esattamente di fronte all’entrata della casa in questione: io ho pensato: siccome nel pomeriggio del Natale in giro non c’è quasi anima viva, se uno si recasse in quell’appartamento arrivando dal marciapiede opposto, sicuramente si fermerebbe proprio in quel punto, e inizierebbe a attraversare la strada”
“hai pensato bene”
“allora partiamo?”
“partiamo”
Fatti, persone, ambienti di questa puntata, così come di tutti i racconti del Commissario Borachia, non hanno alcun collegamento con la realtà: sono totalmente frutto della fantasia dell’autore





