Le nuove indagini del commissario Borachia
|Il gatto di Schrödinger
L’innamorato della Lietta Siro detta Ferrari-Fazio non ne è proprio sicuro, ma questa deve essere la prima volta, a parte la cerimonia per il giuramento e l’assunzione nei ruoli dello stato, che indossa in pubblico la divisa: mentre cammina tra la gente per la strada sente una sensazione strana: quella di mostrarsi solo adesso sincero, perché guardato e interpretato da chi lo guarda nel mestiere che ha, dal quale trae il suo stipendio e le sue esperienze di vita in un numero di ore, di giorni, di anni superiore a quello in cui -alla luce del sole- appare diversamente: finora si è sempre camuffato: mescolato agli spacciatori, ai frodatori, ai creatori di reti immonde costituenti un universo parallelo
che incombe perennemente addosso alle persone “normali”, semplici, oneste: a un vecchietto pensionato che sta facendo i conti per decidere quanto destinare ai regali dei nipotini, a una ragazza innamorata che spera di superare l’esame all’università per passare più felice le vacanze, a una madre barista che avrà il turno la sera della vigilia, in mezzo a perdigiorno che tirano tardi e che non badano all’arrivo del Natale, cioè di una Nascita per antonomasia, mentre lei vorrebbe stringere al petto il suo di figlio, anche fosse al freddo di una mangiatoia imbrattata dal fiato grosso e lento di un bue e di un asino. Ma che fai -scemo- ti commuovi: con quelle manette sotto la giacca? quel pistolone che ti penzola sopra, la giacca, con quei bottoni dorati che la stringono?!?
Fortuna che a stemperare questi pensieri c’è accanto a lui chi ha fatto l’esatto contrario, e di sua iniziativa, senza che nessuno glielo chiedesse a parte una ragazza priva di alcun diritto di provocare un’indagine, spalleggiata solo dalla curiosità; che in fondo è un vizio bell’e buono: quel vizio che ci ha portato a capire come è fatto, smisurato e in espansione, un Universo infinitamente piccolo capace di radere al suolo due città in pochi minuti…: aprire la scatola! Mangiare il frutto! tutto qua, non c’è altro da capire: quello thauma, quella ferita/meraviglia con tanta naturalezza definita da Aristotele e Archimede… ho trovato!!!
Sarebbe impossibile descrivere le risate del signor Monarce mentre, nascosto in un recondito magazzino della sua centrale, procurava all’amico Riccardo Borachia -Commissario dell’Anticrimine della loro Città, una divisa da semplice agente della polizia locale, con tanto di fischietto appeso al taschino.
I due si rendono conto che sono arrivati a destinazione senza scambiare una parola, chiusi nelle riflessioni di cui sopra, pur non conoscendosi molto e avendo sicuramente di che parlare, mentre completavano via Enrico Fermi e tagliavano piazzetta Madame Curie approdando a via Maiorana, dove una palazzina di tre piani mostra la sua originalità neogotica marrone scuro fra case più estese di un ottimo liberty e qualche pugno in un occhio anni 60. Davanti a un bel portone in legno al primo piano, Borachia pigia sul campanello a bottone incastonato nell’esattezza di un tondo d’oro. Si sente un passo leggero, ma non subito.
“chi è?” difficile, anche per una locuzione così breve e scontata, non riconoscere l’accento sudamericano… “Polizia locale” l’uomo della Fazio inarca un po’ le sopracciglia ma non aggiunge niente, Borachia riesce a trattenersi da scoppiare a ridere “questo è il mio tesserino” lo spiattella davanti allo spioncino “può chiamare in centrale se vuole: sono l’agente 43: Gianni Panisperna: stiamo facendo controlli abitativi sul numero degli abitanti rispetto al dichiarato!”
“un momento!” risponde la ragazza. Passa molto più tempo rispetto a quello impiegato per venire all’entrata prima; poi il passo ritorna, la porta si apre…
Dalla voce l’avrebbero detta più giovane, ma è comunque uno stupendo esemplare di bellezza sudamericana: i capelli corvini lunghi, costretti nella coda, fanno a gara con gli occhi; l’aria decisa ma non presuntuosa; la tuta ben abbinata alle ciabattine in parte coperta dal grembiule da lavoro, a fiorellini piccoli variopinti
“prego” fa la signorina invitandoli a entrare. Attraversano un corridoio stretto e breve che termina in una stanza centrale non grossa resa tonda al colpo d’occhio da un tavolo che la occupa quasi tutta. Da qui si dipartono altre stanze occultate da tre porte cieche, di bell’aspetto, tutte chiuse; visto il grosso tavolo e il posto per gli abitanti, mobilio non c’è n’è: solo, presso la finestra incorniciata da una tenda elegante lunga verdolina aperta, un albero di Natale di misura media, preparato finemente, con poche lucine non chiassose e una ventina di palle dello stesso bicolore pensato per l’ufficio del Borachia. Sotto l’albero, la Natività senza altre aggiunte, in una capanna e nei cinque personaggi fissi in mezzo a due angeli, tutto in legno chiaro, che non proviene certo da un centro commerciale. La tavola è in piccola parte apparecchiata per un the: davanti alla tovaglietta e alla tazza vuota, una signora anziana, vestita sobriamente in grigio scuro, il viso tranquillo che ricorda Liliana Segre, sosta su una carrozzella per paraplegici. Riccardo fa un piccolo inchino rivolto a lei, che lo ricambia annuendo in un impercettibile sorriso:
“Signora, scusi tanto l’intrusione: stiamo portando avanti accertamenti sulle situazioni abitative, che in molti casi risultano poco chiare”
“certo; sì ho letto qualcosa…”
“Lei è la signora Gabriella Grisoni?”
“sì”
“ed è la proprietaria di questo appartamento…”
“la mia famiglia, da tre generazioni”
“mentre la signorina -fa Riccardo accennando alla donna che ha aperto la casa- ci risulta sia Delours Martiňo, badante a contratto con vitto e alloggio” le due si guardano un attimo sorridendo un poco
“sì”
“e questo contratto -premesso che potete anche rifiutare, ma non sarebbe una buona cosa- si può vedere?” con un gesto fine della mano la padrona di casa indica una delle porte
“Delu, sai dov’è, no?”
“sì signora”
“ma nel frattempo volete sedervi, gradite un the anche voi?”
“no signora: troppo gentile! speriamo di trattenerci il meno possibile” per quanto l’atmosfera faccia decisamente piacere: quel rapimento che ti fa sentire che quella stanza, quel Natale, siano davvero come dovrebbero essere quelli di tutti… pensa Borachia, ma non lo dice. Un simpaticissimo, aristocratico gatto bianco & nero esce da un nascondiglio e fa il giro delle persone presenti, strusciandosi contro le gambe di ognuno: ah eccolo! Volevo ben dire! Aggiunge Borachia nel pensiero. La sudamericana sparisce dietro una delle porte, che resta aperta l’indispensabile, e torna con dei fogli in mano; Riccardo finge attenzione nel dargli una rapida occhiata; poi li passa -trattenendosi a stento dal ridere- con fare professionale e modi da superiore all’uomo della Fazio, il quale invece si mette a esaminarli a lungo, e si sta incuriosendo veramente: che differenza tra un’indagine così e cacciare la canna di una pistola fra le costole posteriori di uno spacciatore, che magari ha il coltello in tasca e qualche compare nei paraggi, gente attesa e osannata da qualche figlio di buona famiglia che la ritiene benefattrice, visto che lo stato e enti inutili come la scuola non si decidono per una liberalizzazione che risulterebbe così ovvia! Non si è giovani per passare tempo sui libri… Dopo un bel po’, il fidanzatino in grigioverde restituisce i fogli al mendace commissario annuendo. E’ il momento della fiction massima per Borachia:
“sembrerebbe tutto a posto…mm..ecco: siete le uniche due abitanti dell’appartamento?”
“certo: solo noi due” Borachia guarda a lungo la signora:
“davvero?” la signora guarda a lungo Borachia:
“non capisco” ribatte sorridendo
“sarò sincero, non si offenda: abbiamo avuto segnalazioni in senso differente”
“e queste…ehem..segnalazioni chi le ha fatte? e di preciso che dicono?”
“vede signora cara… -mentre il pseudocommissario sta pensando al discorso da fare, gli sguardi di tutti scattano verso una delle tre porte che si è appena aperta
“Nicola!” fa la Delours con accento più sudamericano che mai; gli altri tacciono
“buongiorno; cercate me, vero? Cerca me il Commissario dell’Anticrimine Riccardo Borachia: che onore!” Riccardo sostiene bene lo sguardo del nuovo apparso: la scatola si è aperta: il gatto l’ha aperta da solo: è ancora vivo, e non sta fuggendo…
“quanto a lei -l’uomo accenna col capo all’innamorato in grigioverde- ne avrebbe da sentire delle belle, per quella divisa; ma mi sa che non siete qui per questo”
“no” fa il ragazzo sobriamente. Interviene la signora:
“siediti, Nicola; sedetevi anche voi” i tre obbediscono; Delours prende in braccio il gatto e resta in piedi appoggiata alla parete accarezzandolo
“innanzitutto la ringrazio per avere ascoltato mia figlia…no! Non c’è nessuna manfrina sotto: lei è stata sincera: ci sono arrivato da solo, e dovevo aspettarmelo: non è male sapere che qualcuno un po’ di bene te lo vuole”
“già!” fa Borachia
“non è così scontato -fa l’uomo- comunque non siete qui per i miei sentimenti, vero?”
“non precisamente, ma vada avanti per favore”
“quando cinque anni fa ho ricontattato la ragazza, vivevo con mia madre e il mio secondo figlio: non avevo praticamente nulla: l’auto era intestata a mia madre, come ogni altro bene di cui usufruivo; quel poco che tiravo su lo sfruttavo per una vita non da poveraccio, e fino ad allora l’avevo usato anche per portare qualche soldo a mia figlia. A mio figlio no: c’era mia madre. Non avevo calcolato che arrivano i diciassette anni, e poi i diciotto; che ci sono stupidaggini che sembrano diritti/doveri indispensabili; che si prende la patente, si conoscono amici, posti…eppure se non lo so io!
Borachia ripensa alla sua ultima recente vacanza estiva di cinque giorni a Corfù insieme a Gloria: le stupende colazioni alla mattina presto in un bar sul mare, le passeggiate a cercare se esiste davvero, la collina dei Feaci (esiste), le dormite in spiaggia, le nuotate, i discorsi, i silenzi… Poi, la sera dopo cena, tutto cambiava: miriadi di ragazzi italiani si scatenavano nelle strade, nelle discoteche: in uno, due dialetti inconfondibili cercavano posti, litigavano su dove andare e cosa fare, si procuravano di tutto da bere e fumare: tiravano al mattino presto, poi ronfavano senza cambiarsi o lavarsi, e quando Riccardo e Gloria erano svegli da tre o quattro ore, se non si erano ubriacati troppo la notte, ridavano segni di vita chiamandosi a suon di bestemmie volute, insistite, sottolineate, da un balcone all’altro. Per chi faceva il mestiere del commissario, o di Gloria, nessuna novità, certo… eppure esserci stati in mezzo dal vivo aveva lasciato ai due un senso di sporco, di preoccupazione per il futuro, di disperazione, che contrastava con i paesaggi indescrivibili quello scampolo libertà che Gloria e Riccardo si erano faticosamente guadagnati e organizzati… Colpiva la coppia soprattutto l’assioma commerciale che stava sotto tutto questo: c’erano giovani greci che lavoravano come muli per i negozi, le case; per quei divertimenti altrui: magari i vacanzieri un mese prima avevano fatto la stessa cosa: io pago, e faccio ciò che voglio: oggi a me, domani a te. Maladonna prosegue: Non avevo calcolato che una nonna si affeziona a un nipote anche senza meriti, di fronte a un figlio che incomincia a essere di troppo, ingombrante e dispendioso, almeno per chi tanti da buttare non ne ha. Cominciò qualche discussione, a volte un po’ accesa. Tra l’altro in qualche maniera erano informati dei miei regali alla ragazza, e la cosa a entrambi non piaceva affatto. Sicuramente, come me l’ero cavata per quarantacinque anni, credevo di continuare a cavarmela. Ma la legge non ti tutela sugli affetti veri, e se lo facesse mi darebbe certo torto. Un giorno in cui non mi sentirono rientrare in casa, li ascoltai mentre -compunti ma con le idee molto chiare- programmavano di mandarmi garbatamente via: come i volontari medici nel deserto o nelle zone di guerra: tra due bambini che è impossibile salvare entrambi, si sacrifica il più debole: è una regola. Nei due giorni successivi feci di nascosto i bagagli e me ne andai. Mi ospitò una donna occasionale, in cambio di buone…prestazioni; ma c’era il patto che non durasse troppo: non era innamorata e possibili sostituti ne aveva…
allora incominciai a trovare posti in affitto, informandomi presso i miei giri su persone particolarmente buone e ingenue: trovai prima un verduraio che mi conosceva di vista, poi la signora (la signora tace e sorride in modo enigmatico): smettevo di pagare dopo il primo mese; in poco tempo accumulai un debito di 20.000 euro, con l’intenzione di non pagarlo mai: la legge, anche senza avere uno straccio di avvocato, ci metteva mesi a sbattermi fuori. Un giorno che avevo lasciato la signora da un po’, cercando una terza vittima mi trovai a passare per caso in periferia, presso la palestra di pugilato. Mi si pararono davanti tre tipi giovani, robusti, di colore; avevano il cappello di lana calcato fino alle sopracciglia; la timida ripresa del covid gli permetteva di portare le mascherine, che avevano scelte piuttosto grandi : conosci il signor Rubbia e la signora Grisoni? Mi preparai a prenderle di santa ragione, cosa che mi è capitata più volte da giovane -“non sarebbe mai successo”, interviene la signora- diciamo che ci credo; comunque non avevo voglia di prenderle, anche se mi sembrava strano un piano che prevedesse pure la violenza (com’è che fa dire Bertold Brecht al papa nel suo Galileo? “sì, ma i ferri fateglieli solo vedere…”)
“sì li conosco” risposi
“ecco –fece uno di loro– ci hanno incaricato di dirti che si sono trovati, e aiutandosi tra loro hanno intenzione di assumere il migliore investigatore per recupero crediti che tu possa immaginare” alzai spallucce, aspettando il primo ceffone, che non arrivò, il ragazzo proseguì:
“però ci sarebbe una soluzione”
“e quale?”
“potrebbero assumerti presso la signora, per venti, trenta mesi: ragazzo -diciamo così- di fatica, tutto fare: vitto e alloggio e non prenderesti un soldo” (anche gli antichi romani facevano così con i debitori, e lo facevano anche tra parenti e vicini al Nord fino a non molti decenni fa- pensa Riccardo: il Vicinato, che esiste tutt’ora, è strumento non scritto strabiliante: quando ti stabilisci in un posto da fuori, subisci un lunghissimo esame non scritto, e se sei meritevole alla fine diventi “Vicino”: ciò comporta molti privilegi e precisi doveri. La legge laica non comprende questo, e l’interessato può, per la legge, andare per la sua strada. Cioè, se vuole, può imporre il suo modo di fare agli altri, e magari -come nel caso del Maladonna- danneggiarli. Così come un ragazzo che si iscrive ad una scuola X disposto premeditatamente a fare una scuola Y può danneggiare la cultura X incontrando non solo tolleranza, ma addirittura buona accoglienza e aiuti concreti, e nessuno, assolutamente nessuno saprà mai se “non ce la faceva” o mentiva sapendo di mentire. Borachia dà un’occhiata veloce al gatto: loro lo fanno segnando il territorio con l’orina…). Maladonna prosegue il racconto: Poi, l’unico ragazzo che aveva parlato tirò fuori il suo cellulare, e disse:
“senti: noi non c’entriamo niente, ma prima di salutarti volevo farti vedere una cosa” azionò il cellulare e comparve lui sul ring: non era riconoscibile perché il viso se ne stava chiuso in quei caschi protettivi che portano i pugili non professionisti; davanti a lui c’era un altro con un casco uguale: uno blu, uno rosso;[ come nell’albero di Natale dell’ufficio in questura; come i quanta che spariscono e immediatamente riappaiono, diversi, in un’altra parte dell’universo, né gli scienziati sanno come facciano e perché: Dio non gioca a dadi, nda] sebbene l’altro fosse altrettanto robusto e -per il poco di box che conosco io- di buona scherma, nel video piombava a terra come un birillo dopo due minuti di combattimento” c’è un lungo silenzio da parte i tutti, poi:
“è la prima volta nella mia vita che faccio un lavoro dipendente: per me era un’idea pari a quella della lebbra: non poter decidere quello che mi pareva, per lo meno nello stile -“lo stile è tutto”, ha detto qualcuno, pensa Borachia; ma pensa anche a altre cose: ad esempio a quando Fefé, fino a qualche anno fa, al mattino si svegliava davvero col mal di gola e un po’ di febbre, ma andava a scuola lo stesso perché la Gloria, sua madre, non gli proibisse di uscire la sera; oppure a quando lui, Borachia, da giovanissimo faceva un po’ di volontariato (consulenza giuridica, passacarte, semplice compagnia fisica…) in una comunità per tossicodipendenti diretta da don Timarni: alla maggior parte dei ragazzi il giudice intelligente aveva detto: “vuoi andare in comunità o in galera?”: molti di quelli che scelsero obtorto collo la comunità sono ora lavoratori, dipendenti o no, padri di famiglia, operatori della comunità stessa- eppure (prosegue Maladonna) avevo accumulato senza accorgermene altre dipendenze: da mia madre, dalla presenza di due figli di madri diverse, dalla mancanza di denaro, dalla fama della mia inaffidabilità che si stava diffondendo dappertutto, dai posti che frequentavo, dall’arco riflesso di pensare alla conquista appena vedevo una donna. All’inizio è stata dura, perché il mio stile di vita per me era il più normale, il più ovvio, il più naturale che potessi pensare; se il mondo faceva diversamente, affari suoi: scelte sue: le ho sempre rispettate: le mie me le facevo rispettare per forza. Ma non avevo calcolato il tempo, questa variabile che per la Fisica contemporanea e per Dio ha aspetti molto particolari, ma che per il corpo e la società umana parla chiaro: sia orizzontale che verticale: il tempo per fare quello che desideri è tanto quanto te ne lascia tutto il resto, che ti sta costantemente addosso, anche quando fai finta di non vederlo; e il tempo della vita è insindacabilmente legato all’invecchiamento: il t u o invecchiamento. Devo proprio ringraziare la signora: senza smancerie o falsi perdoni è una persona corretta: una datrice di lavoro onesta, voglio dire” (onesta -pensano Borachia e il suo accompagnatore- ha commesso almeno due reati gravi! eppure è vero: è una persona onesta); con un’ironia sfacciata che soltanto lui in quell’accolita può permettersi, risvegliandosi come il Benino del Presepe Napoletano, l’uomo della Fazio aggiunge:
“e poi qui c’è la signorina Delours!” la signorina Delours soffoca in mezzo secondo a labbra strette una risata che stava per scrosciare argentina come il gallo che canta al mattino. Maladonna invece è più serio che mai:
“il maggior merito di ciò che sta succedendo è di mia figlia: un giorno mi disse vedi Nicola -non ha ancora deciso se e quando chiamarmi papà- come in quella trasmissione televisiva si possono sempre aprire nuove scatole fortunate -a rieccoci! Pensa Riccardo- però un po’ bisogna rischiare, bisogna crederci… . Una buona percentuale di aiuto me l’ha data anche la Delu -la indica col capo- : ovviamente ho cercato di portarmela a letto, ma lei garbatamente mi ha spiegato tre cose: che non basta sedurre una donna per non sentirsi un fallito, che non ero semplicemente il suo tipo, e -soprattutto- che stavo decadendo nel tempo” (e te pareva! Pensa Riccardo; e gli viene in mente di quando la Gloria gli raccontò di lei ancora precaria che sbarcava il lunario da supplente commissaria a un esame di stato -la cosiddetta erroneamente maturità– e un ragazzo ben presentato aveva parlato di Svevo, della Coscienza di Zeno; poi aveva voluto strafare aggiungendovi gli altri romanzi: la Gloria non aveva saputo resistere e gli aveva chiesto di riassumere brevemente l’ultimissima pagina di Senilità; il malcapitato l’aveva guardata con aria falsamente stupita -e veramente trasformando la dentale sorda in una sonora, accento indietro- il cui significato era ma sei venuta a rompere le cosiddette? arraffa i quattro spiccioli a cottimo e dammi il voto che i miei profe -e io- abbiamo già deciso! Poi aveva sommessamente, ma sfacciatamente sussurrato: non l’ho letto…)
“nei campi si stava peggio che qua…” interviene all’improvviso la signora “fece in tempo a dirmelo la mia mamma. Non intendo il lavoro in campagna di una volta: negli altri campi: in quei campi…” tutti si voltano verso di lei, e d’improvviso il gatto, che stava da dio accoccolato fra quei seni caldi e perfetti della sudamericana, salta giù d’un balzo, e risalta sulle ginocchia della signora, poi volta il muso verso tutti quanti, e li guarda immobile, impassibile: come la Sfinge guardò Edipo. O forse come Edipo resse il suo sguardo alla maniera ritratta nella nota pittura vascolare, con l’enorme cappello da viandante, seduto sotto il mostro, il gomito appoggiato al ginocchio e il mento al dorso della mano, mentre induce il mostro a suicidarsi sfracellandosi: quel mostro che lo ingannava presentandogli un uomo variopinto, che Edipo unificò considerandolo semplicemente L’Uomo. Ma lo stava davvero ingannando? il gatto è saltato da solo fuori della scatola, e ora sta chiedendo chi se la sente di fare il nucleo radioattivo che decade, avvelenando la sua vita. Borachia è rapito dall’atmosfera: vorrebbe stare lì fino alla sera di Natale, rendendo gli altri statue di cera immobili e viventi, per poi spostarsi a casa sua, dalla sua compagna, dai suoi amici, e posare un pupazzetto di cera nudo in una minuscola mangiatoia, che non è MAI stata una scatola chiusa se non per i bestemmiatori dello Spirito… (l’iconoclastia…quale ignoranza! nda)
“credo che qui -alla fine dice- riunendo le azioni dei due protagonisti, sussistano almeno tre o quattro reati; ma forse Fabio [l’uomo della Ferrari-Fazio si chiama Fabio Cortonesi nda], contando il vostro punto di vista, di più”
“molti di più” sentenzia Fabio asciutto
“ora ce ne andiamo: vedremo il da farsi; lei ovviamente è -diciamo così- libero: può andare via anche subito, se vuole l’accompagniamo noi: la Caritas o il Comune o tutt’e due hanno alloggi dignitosi, e io conosco bene molti “plenipotenziari” lì
“no” tutti si voltano verso l’uomo “da due mesi so che cos’è un mestiere, non la mia idea di un mestiere: non so se ce la farò; soprattutto non so come andrà: non dipende da me: ma tra una ventina di mesi vorrei avere davvero un mestiere. Borachia guarda Fabio Cortonesi:
“tu che dici?…la tua parrocchia, il Bistracci?” Fabio sorride:
“a noi preme essere informati; e ora informati li siamo”
“andiamo” fa risoluto Borachia; poi guarda tutti gli altri “buon Natale. A tutti” la Delours li sta accompagnando all’uscita
“Commissario!” l’uomo lo richiama
“dica”
“riferirà a mia figlia?”
“sicuramente”
“non potrei dirglielo io?”
“no: devo dirglielo io. E dovrà aspettare -effettualmente- se la ragazza si farà viva con lei, oppure no”
_._
La ragazza è vestita come al solito: ha solo un maglione un po’ più rosso, un po’ più pesante: insomma più natalizio
“dunque la realtà è questa?”
“sì, è questa. Ovviamente aveva ragione lei: non ho saputo resistere alla mia curiosità”
“beh, quella sarebbe soddisfatta anche se non mi avesse convocata qui, raccontandomi tutto; e avesse continuato a trattarmi duramente”
“giusto” la ragazza fruga nella sua borsa, più grande di quella della volta prima: ne tira fuori un pacchettino avvolto elegantemente in una carta rossa sfavillante, certo un piccolo dolce natalizio:
“questo è per lei” Borachia regge un po’ il silenzio:
“no: lo riprenda”
“ma perché?!? è Natale! e poi devo farmi perdonare la tracotanza!”
“Oh! La tracotanza: la Nostra Tracotanza: la hybris: ci vuol ben altro per farsela perdonare che un dolcino acquistato altrove: bisogna far rinascere le Operaie di Dolcezza, diventare imprenditori del Miele! Come minimo: perché a volte bisogna sddirittura morire come il peggior malfattore: lo riprenda: non si premia un commissario per aver trasgredito la legge per divertirsi. E poi –aggiunge Borachia con uno dei suoi sorrisi da finale ormai famosi- potrebbe servirle” la ragazza ha uno sguardo interrogativo, Riccardo prosegue:
“vede signorina, le date fisse delle tradizioni non seguono le nostre occasioni: sono esse, le nostre occasioni: meglio aprire la scatola al momento giusto, almeno un pochino, senza rischiare di far morire il gatto”.
FINE
Fatti luoghi nomi del racconto, come di tutti i racconti del commissario Borachia, sono frutto della pura fantasia dell’autore e non alludono a nulla e a nessuno di reale, pb









