Le nuove indagini del commissario Borachia
|Il gatto di Schrödinger
“Quindi lei, signorina, ora è parecchio preoccupata” la signorina seduta compostamente davanti alla scrivania del commissario Riccardo Borachia è una persona molto graziosa: piccola, leggermente tondetta ma in un modo da apparire minuta al tempo stesso, ha i capelli castano scuri a caschetto abbondante, a noce; indossa occhiali dalla montatura metallica e con lenti tonde; veste jeans semplici, chiari, che le stringono le caviglie sopra a ballerine invernali, con la para senza soluzione di continuità, in lieve discesa dal tacco sobrio verso la punta; ha una camicia candida col colletto a becchi piccoli seminascosti da un girocollo in lana bordeaux; non porta monili ma ha un orologio unisex a cassa bianchissima e contorno tondo nero non eccessivo.
“Beh, se da due mesi non sai dove è finito tuo padre, e questo non ti risponde mai al telefono, penso che un po’ ti preoccupi…”
“Certo! Ma come mai si è mossa solo ora?” la ragazza, che per un osservatore non superficiale può avere dai venticinque ai trenta, comunque portati bene, tace un attimo: guarda le sue ginocchia unite sul davanti e le proprie mani che ha intrecciato fra le ginocchia stesse; stringe un po’ le labbra come per scusarsi, inclinando impercettibilmente il capo:
“vede, io e mio padre abbiamo un rapporto un po’ particolare…” Borachia la osserva spingendo le sopracciglia l’una verso l’altra, poi:
“cioè?” la ragazza sospira
“ci vediamo una volta alla settimana al bar Majorana, alle due del pomeriggio per il caffé del dopopranzo, e ci aggiorniamo l’una con l’altro su come stiamo; è così da cinque anni: non abbiamo quasi mai usato il telefono, l’appuntamento è sempre riuscito, senza problemi. Poco più di due mesi fa, lui non si è presentato: ho aspettato a lungo e ho chiamato, ma niente. La sera mi è arrivato un sms: non preoccuparti, sto bene: mi farò vivo io.
“ah!”
“anche per questo ho atteso così tanto! Poi di fronte a un buio e a un silenzio completi, ho creduto bene darmi almeno un pochino da fare”
“capisco”
“ma come vede non è servito” Riccardo ci pensa un po’ su; la ragazza rimane in attesa senza aggiungere nulla; allora lui riprende:
“quindi il papà non abita con lei: sta da solo?”
“non credo…”
“non crede? E con chi sta? Dove? scusi, eh…” la ragazza stringe di più le labbra constatando la liceità dell’ altrui sorpresa:
“sono consapevole che si meraviglierà: non lo so” Riccardo rimane a bocca aperta
“non lo sa?!? e … da quando non lo sa?!?”
“dai cinque anni di cui le parlavo” Borachia la guarda a lungo, come uno che vuole capire quanto una persona fa sul serio, e cosa c’è sotto quell’eventuale serio, e dopo quel lungo sguardo decide che la ragazza ha vissuto quella situazione con naturalezza. O quasi. Il commissario sospira e la prende, volentieri, con pazienza; fa un’espressione incoraggiante:
“e cosa è successo cinque anni fa?” la ragazza scrolla un po’ le spalle:
“semplicemente mio padre mi ha detto che voleva che facessimo così, di vederci come le ho riferito…ma forse è meglio che le racconti di più, andando più indietro”
“se vuole, forse è meglio…”
“mia madre rimase incinta ventisei anni fa; lui non aveva voluto sposare mia madre, né mai lo fece. Non solo: non avevano mai vissuto insieme”
“non andavano d’accordo?” la ragazza sorride un po’ scuotendo la testa:
“per lui non è mai questa la questione; credo che non saprebbe dirlo neanche lui, se sta andando d’accordo con una donna o meno; ne aveva in continuazione, donne, e le trattava gentilmente. Quel che gli piace è la conquista. E le conquistava. Credo avesse…capisce? ottime prestazioni. Non è che lasciasse le donne: fin dal primo momento era così”
“quindi un grande fascino!” dice Borachia mentre pensa questo, per esprimersi col gergo di Fefé, è uno che sa “intortare”…
“beh, se ne trovava nonostante quel suo atteggiamento, ritengo di sì”
“lei lo vede così?” la ragazza si stringe nelle spalle:
“mah! È un bell’uomo, tutto qui; quando sono con lui o ci penso, non mi concentro certo su tale aspetto!”
“e su che cosa si concentra?”
“sul definirlo come padre, su decidere con consapevolezza ciò che -senza odio- non gli perdono, e ciò che mi piace di lui, ciò che mi fa bene”
“quindi lei è cresciuta con sua madre”
“sì: lei è stata una madre a tutti gli effetti. Però…”
“però?”
“so che la stupirò: mio padre non è stato un ottimo padre, ma non lo chiamerei mai cattivo padre” Borachia spalanca un po’ gli occhi senza strafare :
“mi riesce difficile -senza offesa- scovarne le qualità”
“e beh…lui mi volle riconoscere come figlia; poi, durante tutta l’infanzia e l’adolescenza, ogni tanto portava qualche soldo a mia madre: per me: non erano mai molti, ma servivano”
“veniva a trovarla?”
“no, poco e niente: di solito passava toccata e fuga mentre ero a scuola, e mia madre mi raccontava tutto: arrivava, le lasciava il denaro, si informava un po’, e se ne andava”
“capisco. E…alle feste comandate, ai suoi compleanni?”
“quasi mai; penso mia madre gli avesse detto che era meglio non si facesse vedere. In effetti, considerato il resto dell’impostazione, sarebbe stato ridicolo” (come darle torto? pensa Borachia, ma non lo dice); invece dice:
“deve aver sofferto: lei, voglio dire”
“guardi: mia madre -più le solite cose: parenti, amici…mi facevano sentire un grande affetto: mi hanno fatto fare i percorsi di tutti i bambini normali; non eravamo certo ricchi, ma penso che senza quei soldarelli occasionali da parte di lui non avrei studiato, superate le tappe minime indispensabili”
“e invece?”
“sono diventata insegnante di scuola materna: mi piace abbastanza”
“ma lei ha una spiegazione per questo comportamento? per questa dinamica -ammetterà- un po’ strana” la ragazza annuisce a lungo con cenni continui e brevi, ma non è un sì: è un ripassare dentro scene, pensieri… :
“ci sto lavorando, da un po’ di tempo; penso di essere piuttosto avanti…le dispiace se per ora continuo da sola?”
“affatto: anzi mi scusi, davvero. Ma, tornando a quei soldarelli: suo padre dunque aveva un buon lavoro, o almeno un lavoro normale” la ragazza scoppia in una risata, non sguaiata, breve e indulgente, ma pur sempre una risata:
“oh! no, no, mi scusi: mio padre!” Borachia è il ritratto della sobria curiosità
“aveva delle abilità nella piccola edilizia, nell’idraulica, e…si era messo in testa di avviare una piccola azienda artigianale: si era comprato il camion, aveva cercato un paio di collaboratori”
“e quindi?”
“non reggeva la situazione: straordinari da padrone, farsi avanti, arrivare in tempo agli appuntamenti, erano concetti estranei alla sua vita, mentre amava la vita notturna, i divertimenti”
“scusi, eh: giocava?”
“assolutamente: amava uscire, e uscendo trovava le donne” Borachia sta più a lungo in silenzio, con un sorriso quasi invisibile sulle labbra:
“forse quei soldi provenivano…mi scusi tanto, sa…”
“penso anch’io fosse così: dalle donne che via via gli cadevano ai piedi, e visto che ormai sono adulta, da debiti abilmente bypassati”
“e poi? voglio dire: cosa successe?”
“quando finii gli studi e trovai lavoro, mia madre mi rivelò che da tempo frequentava un uomo: lui veniva in Città per lavoro, ma abitava altrove: una cinquantina di chilometri più in là: lasciò a me la casa in cui abitavamo, e se ne andò con quello. Ovviamente siamo in ottimi rapporti”
“penso di aver capito…”
“e allora si fece vivo mio padre, che mi propose di rivederci ogni tanto. Mi spaventai: forse voleva sfruttarmi? Mi disse che stava rendendosi conto di una cosa: che stava invecchiando; e che, con lo stesso stile con cui aveva in qualche modo pensato un poco a me prima, chiedeva questo piccolo favore: di conoscere sua figlia da adulta, senza disturbarla troppo, incontrandola un’oretta una volta alla settimana” c’è un lungo silenzio; poi Borachia pensa di dover chiudere l’incontro; sta per farlo, quando cambia idea:
“ancora due cose, signorina: con tutte queste esperienze…sì insomma queste donne, suo padre non ha altre persone oltre a lei? Donne appunto, parenti…”
“Guardi, non lo so davvero” ciò è coerente col quadro presentatomi pensa Riccardo; ma la ragazza prosegue:
“mia madre sostiene che, senza aspettare troppo, sfornava altri figli; ma io non lo so se è vero: non l’ho chiesto mai a lui, né lui me ne ha parlato” caspita! Pensa Borachia; la ragazza prosegue il discorso:
“e l’altra cosa che mi voleva chiedere?”
“Ah, sì! lei ha fatto risalire la situazione che mi ha descritto a cinque anni fa…”
“sì”
“degli anni precedenti sa qualcosa? In che città stava, da solo, con chi…” la ragazza tace a lungo, come se si rendesse conto solo ora di ciò che sta per dire:
“niente, davvero”
“e sua madre non le ha detto niente? né lei le ha chiesto niente” qui la ragazza, anche se in misura impercettibile, ha uno spunto di ribellione:
“vede commissario: le cose non andavano male; mi dissero di dire agli altri bimbi che mio padre lavorava fuori; quando arrivò la mia adolescenza quasi ci credevo. Ora non ho voglia di chiedere niente a mia madre: si risenta pure, perché sono io che la sto disturbando, ma non voglio disturbare il mio status interiore, e al tempo stesso quello -sia interiore che pratico- di mia madre stessa” Borachia la guarda a lungo, annuendo lentamente e non di solidarietà:
” mm, mmm…: ciò che a lei interessa è quella sua ricerca, di cui mi parlava prima”
“può darsi” questa volta stacco davvero pensa Borachia, lo pensa e lo fa:
“beh: non posso fare niente per lei” la ragazza non risponde: lo guarda fisso, severa
“suo padre è maggiorenne -prosegue il commissario- non sembrerebbe in pericolo, le ha scritto un sms rassicurante, e non vive con lei, che a sua volta sa poco di lui: per me, potrebbe anche desiderare di starsene da solo da qualche parte, e -non si addolori la prego- desiderare di staccare un po’ con lei”
“scusi, eh: allora perché mi ha ascoltata? Perché mi ha tenuta qui con tutte ‘ste domande?!?” Borachia sospira forte:
“Primo: per essere gentile: benché lei sia una donna molto misurata, mi ha fatto tenerezza. Secondo: perché ho sbagliato, non ho fatto il mio dovere: perché sono un soggetto curioso, ecco”
“commissario, io un po’ la conosco”
“che vuol dire? ”
“sono molto amica con ….. ……..” la ragaza ha detto il nome di una questurina delle volanti, che non fa parte della squadra di Riccardo: loro la conoscono abbastanza bene: brava persona, collaborativa…”
“e allora?”
“e allora so che quando le prende di indagare per curiosità per conto suo…” Riccardo alza la mano per fermarla, sorride non cattivo ma ironico:
“per chi mi ha preso: per Philip Marlowe per hobbie, mentre ruberei soldi allo stato?” la ragazza decide di tacere, intanto rovista un po’ nella borsetta, ne tira fuori una foto:
“l’ho stampata dal mio cellulare: è mio padre un anno fa. Dietro c’è il mio numero. Lui si chiama Nicola Maladonna…sì lo so la cosa fa ridere, ma ora non ne ho voglia. Scusi tanto se l’ho disturbata, arrivederci!” con notevole decisione rispetto agli atteggiamenti precedenti, la ragazza si alza e se ne va. Borachia non si muove di un millimetro…
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…ora sta guardando l’albero di Natale poco davanti a sé, sulla destra: statura medio alta, ecologico ma un bel verde realistico, non i soliti obbrobri solo doverosi da ufficio, messi su controvoglia da uno degli ultimi impiegati, o dal personale delle pulizie al limite dell’orario; a parte minuscole lucine calde, espone solo palle, in tinta unita, netta: alcune rosse, alcune blù; le ragazze (e solo perché hanno migliore calligrafia a mano…e che il Cielo ce le mantenga, certe persone!) hanno scritto su ogni sfera -usando il bianchetto come un pennello- il nome di una o un componente della squadra: Lietta (una volta tanto!), Giovannone, Laura, Sandro, Marco… Riccardo è arrivato in tempo per impedire un misfatto e sottrarre la pennuccia dalle mani della Laura, che stava scrivento Capo sul bellissimo puntale mezzo blù mezzo rosso; le ha imposto di scrivere su una di quelle blù Riccardo, e l’ha collocata fra le altre: non è falsa modestia: ripassado le indagini degli ultimi anni, le cose stanno così.
Riccardo ha ora un pensiero che gli viene spesso, e che non rivelerebbe a nessuno. Forse -ma sottolineiamo il forse- a Gloria, o ad Alberto, o a Marta: a uno solo o a tutti e tre insieme. Ma finora non lo ha mai fatto: l’individuo che gli è stato or ora descritto dalla ragazza è uno psicopatico e un delinquente (nel senso del participio presente attivo); eppure nessun medico, e nessun giudice lo definirebbe tale. E’ malato di una fissazione: conquistare le donne, ma non solo sessualmente né con una violenza dimostrabile, e questo lo salva mentre combina i guai peggiori; è privo di principio di realtà e -anche a proprio scapito- presuntuoso e narcisista, perché fa i passi più lunghi delle sue gambe e poi vuole essere, che dire…un vero padre, un buon cittadino. Ha l’io a misura del mondo, per cui il suo stile di vita è quello giusto: interiormente, tecnicamente, socialmente. Chissà quante persone danneggiate da lui in un attimo di rabbia eccessiva hanno avuto reazioni pericolose, mentre lui faceva il filosofo neomelodico in giro… Ma che cos’è -pensa Borachia- che impedisce alla medicina e alla legge -ormai nel nostro mondo così richiosamente parallele, in simbiosi, e ora ci si è messa anche l’educazione e la scuola- di considerarlo un delinquente psicopatico? La risposta [facciano i lettori nda] è estremamete facile: c’è solo l’imbarazzo della scelta, ma il nodo sta nella compresenza, nell’individuo in questione, di incoscienza e estrema conoscenza e abilità (che è una caratteristica-base dei delinquenti psicopatici: infatti, delinquere significa allontanarsi da una cosa chiara, ben fatta; dall’ordine, e in quell’individuo tutto è disordine, vissuto con normalità, addomesticandovi gli interlocutori) ma che cosa deve fare, o meglio come deve comportarsi un tutore dell’ordine in questi casi? Non c’è reato, non c’è movente, non c’è arma del delitto…solo indizi. Deve accettare il disordine.
Alzatosi dalla sua postazione, Riccardo prende per uscire la via ufficiale -cosa che non fa mai. Chissà perché ‘stavolta sì. Prima di arrivare al portone grande della questura, il percorso passa davanti a quattro sportelli in plexiglas dove impiegati/e non poliziotti raccolgono e consegnano documenti per il pubblico normale: permessi di soggiorno, passaporti, e simili… mentre cammina qui, osserva le spalle di un uomo sulla cinquantina: ha una berretta a quadri sul marroncino: riesce a vederne il viso nel momento in cui saluta la sportellista prima di andarsene: giurerebbe che è lui: non spuntano capelli (che già, pur ancora biondicci, aveva solo ai lati nella foto), e l’ha potuto guardare solo un attimo: la cosa non è affatto sicura. Innanzitutto, ha gurato alla ragazza che non avrebbe fatto assolutamente nulla; poi, di fronte a un errore, lui, nel suo regno, sotto gli occhi delle impiegate, che figura ci farebbe? A ciò si aggiunge un altro pensiero, che finora ha tralasciato ma rientra nel metodo di ogni buon investigatore: che ruolo ha la ragazza? così spontanea e razionale, buona ma obiettiva, graziosa ma a tratti burbera: quanto è sincera? Che cosa veramente va cercando?
“ciao Francesca…”
“Riccardo! Qual buon vento?!? abitiamo sotto lo stesso tetto ma non ci vediamo mai!”
“già! come stai?”
“eh, me la cavo; e tu?”
“più o meno, ma senti…”






