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Basilic instinct

Racconto a dispense, terza e ultima puntata.

La mamma di Ginevra Dàn è una bella signora sui sessanta, al tempo stesso di campagna e di una sobria eleganza naturale: ha i capelli di un grigio incipiente, crespi e ondulati, riuniti in una crocchia all’altezza della nuca, gli occhi grigio chiari, il viso tondo con poche rughe; indossa una t-shirt coperta da un bolerino di lana cotta, e i jeans molto chiari, ballerine un po’ più robuste di quelle estive, col tacco da tre centimetri e mezzo. Preparata dalla figlia, accoglie Riccardo e Laura tranquilla. I due rifiutano il tipico caffé e qualsiasi altra cosa, dicendo che sperano di proseguire presto il loro viaggio fuori Città.

“E’ tanto che conosce questa signora?”

“fin da bambina: si conosceva con mia madre”

“e come viveva quando era più giovane?”

“il marito era morto presto, e le aveva lasciato una pensione, ma non so quanto grande. La casetta dove sta tuttora è di proprietà”

“ha, o aveva, altre attività?”

“ufficiali e regolari no, però è patita della ricerca di piante aromatiche: credo ne conosca più di cento, circa centoventi: oltre a raccoglierle, quando la natura lo permette, le trapianta: ha un piccolo orto davanti alla sua casetta: merita di essere visto! Solo che…”

“che?”

“una volta da questo traeva anche una modesta occupazione: non so come facesse: riusciva a riunire, ben  separate l’una dall’altra, buona parte di tutte quelle erbe entro un carrellino a mano, tipo  quelli della spesa per gli anziani, di grosse dimensioni: questo per il trasporto; il carrellino si poteva aprire con una cerniera e sollevando la parte che dava verso l’esterno appariva un ingegnoso palchetto di dieci minuscoli piani, diviso in bussolotti aperti: cinque o sei per ogni piano, quindi poteva trasportare quasi la  metà delle piante che trattava e possedeva”

“e vendeva bene?” la signora sorride dolcemente

“bene non lo so: certo vendeva: qui nel circondario andava alle feste di paese, e poi andava una, in primavera anche due volte alla settimana con la corriera ai mercati fissi della Città. Ora ha smesso da un po’, credo per la vecchiaia: la cosa da trasportare era pesantuccia, eh…” fra i tre c’è un po’ di silenzio, poi Borachia dice:

“e questa casetta con l’orto che merita dove sta?”

“ma guardi: se continuate la principale, appena finito il nostro paese prendete a destra in salita: un quarto d’ora e la prima casetta isolata è la sua. Mi hanno detto però che si era allontanata qualche giorno…”

“davvero?”

“sì, dicevano in giro che voleva fermarsi giù in città presso un’amica che non vedeva da tanto tempo, ma non ho molti particolari”

“capisco…beh, tentar non nuoce”

“no, certo”

_._

La strada indicata si inerpica immediatamente, e va avanti per quel quarto d’ora promesso, mostrando sempre meno verde addosso alle rocce: del tutto però il verde non finisce mai; al di là delle prime pietre, su entrambi i lati, il bosco, dove la vecchia signora probabilmente trova ancora le sue piante aromatiche. Si apre una radura laterale e ecco la casetta: la signora è fuori, in piedi, sta curando qualcosa nell’orto; ha addosso l’eschimo scuro lungo, le scarpe da contadina da cui fuoriescono calze grigie di lana spessa. I due posteggiano e si avvicinano: si trovano davanti a un quadrato perfetto, circa 5X5, a sua volta suddiviso perfettamente in caselle. Borachia rispolvera la geometria base: 8X8=64: l’orto ha sessantaquattro caselle, come la dama e gli scacchi; in ognuna però c’è più di una pianticina, tutte diverse: la mamma di Ginevra aveva detto bene: ne conosce e ne tratta più di 120.

La vecchia signora non dà molta importanza al fatto che un’auto si fermi presso casa sua; pure non deve accadere spesso; lancia giusto un’occhiata veloce, non ostile ma quasi senza espressione. I due poliziotti scendono dall’auto e si avvicinano; lei ha ripreso il suo lavoro e non si scompone.

“bell’orto, molto originale…e così preciso!” questa volta la signora li guarda un po’ più a lungo, butta le labbra chiuse in alto verso il naso, con un piccolo sorriso adatto ad accettare il complimento

“sono contenta che le piaccia”   le piante del bosco, gli scacchi pensa Riccardo: quanto di più e di meno naturale esista: ciò che crea il bosco così com’è, e un pezzo di legno squadrato con le identità della matematica e della geometria: chi è arrivato prima per l’uomo? Un rinomato tecnico in materia di energie e processi industriali, ha calcolato che raddoppiando -partendo da uno- chicchi di riso per ogni casella, si otterrebbe tanto riso che per coltivarlo non basterebbe tutto il mondo! Perché, se esistono questi due strumenti, moriamo di fame? Perché ci ammazziamo?sappiamo dividere, sappiamo moltiplicare, sappiamo coltivare… La risposta sarà negli scacchi? La regina che si muove in lungo e in  largo, il re come lei, ma limitatamente nello spazio; e tutti gli altri, armati, che fanno come loro ma con una figurazione sola?

“da quanto si occupa delle nostre erbe aromatiche?”

“da sempre” Riccardo e Laura tacciono: come proseguire? ci pensa la signora stessa :

“chi siete?” glielo chiede come il Leonardo di Non ci resta che piangere lo chiede a Benigni e Troisi; Riccardo si schiarisce la voce:

“commissario Borachia, dell’anticrimine della Città” la signora lo guarda con un’aria interessata, sembrerebbe contenta

“davvero?”

“sì signora, credo di sì…”

“sono contenta di conoscerla dal vivo, di persona” Riccardo è un po’ stupito:

non di persona mi conosce già?”

“beh, certo: lei ha arrestato gli assassini di quella povera ragazza, del paese qui vicino”  ma non doveva risultare merito dei colleghi livornesi del Bistracci? pensa Riccardo; il lavoro però lo chiama

“costano tanto queste pianticine?”

“non ne vendo; se viene qualcuno del paese, o giù di lì, accetto offerte, libere”

“è sempre stato così?” l’anziana signora ci pensa un po’ su, come se ricordasse vecchi tempi

“no: andavo in giro con un carrettino: vendevo discretamente”

“e poi cosa è successo?” la donna si fa più seria, stringe le palpebre: non sta odiando, ma ha un’espressione inflessibile, come se eseguisse un dovere severo, poi torna in sé e risponde di nuovo tranquilla

“è successo, caro commissario, che il commercio è una brutta bestia, perché prevede concorrenza”

ma al liceo Riccardo ha studiato con Esiodo che esistono due concorrenze, o meglio due “eris”, due lotte fra uomini: quella onesta e quella cattiva: la prima vince con prodotti migliori della concorrenza, la seconda in altri modi. Sarà vero?

“concorrenza o invidia?”

“che differenza c’è?” valle a spiegare a questa che l’invidia è lo stato del cuore, che viene da dentro, e che nessun giudice ora condannerebbe un invidioso senza una concreta azione criminosa, mentre Dante li fa appunto “dannati”, gli invidiosi, prima disseminati fra vari peccatori dell’inferno, e poi tra i penitenti del Purgatorio, con gli occhi cuciti da fil di ferro… pensa Borachia

“sta di fatto che qualcuno le impedì di vendere queste belle pianticelle…”

“sì, e vabbé”

“chi è stato?”

“sono venute le guardie, mentre vendevo, mi hanno detto se ho i permessi: io non ce li avevo; mi hanno detto di regolarizzarmi, ma con la pensione del marito mi sarebbe costato un po’; e poi non mi piaceva, mi rovinava l’idea” le guardie pensa Riccardo , chissà il Bistracci come la prenderebbe

“e chi li aveva mandati?”

“ah, se non lo sa lei!”

“io mi occupo di altre cose… ma mi dica: conosce la signora delle piante aromatiche ai mercati della Città” la donna risponde in modo asciutto:

“un tempo abitava qui”

“capisco; e quante pianticine tratta?”

“non so se arriva a venti…comunque le fa venire da fuori: questo è un lavoro che richiede pazienza”

“e chi ce l’ha guadagna meno di chi non ce l’ha…”

“credo vada così”

“e c’è anche un negozio fisso, non ambulante, giù in Città…”

“Ah! quella è roba da signori: poche erbe aromatiche normali: è un’ erboristeria [lo dice calcando sulla voce nda] : sono due o tre socie”

“magari un po’ di capitale ce l’ha messo quella dei banchetti…”

“magari”  Borachia si allontana  un poco, si ferma presso la sua auto, guarda il bosco: ascolta il canto degli uccellini: non è poi diverso da quello dei cugini di Città… o è a lui che sembra così? Eppure a noi umani i volatili sembrerebbero tutti uguali dappertutto, insomma sembrerebbero cantare nello stesso modo, per le stesse ragioni: salutare la luce, chiedere compagnia, corteggiare la compagna (o la compagna il compagno), reclamare cibo da chi ha l’abitudine di darglielo, essere felici… ma quel che ci colpisce di più è quando cantano per farci sentire quanto sono bravi a cantare! Nel quartiere in cui Riccardo e Gloria si coricano tutte le sere, oltre a centinaia di piccioni, qualche tortora, decine di gabbiani importuni, alcuni passeri (solitari e non), c’è una coppia di merli, e il fischio del maschio è inconfondibile.

Quando il commissario si gira nuovamente verso l’orto, vede che la signora sta parlando con la Laura, spiegandole i nomi e le proprietà delle sue pianticelle: è l’ora di agire. Si avvicina lentamente di più…

“su, ora ne scelga una: voglio farle un omaggio: se lavora con quello lì, deve essere brava”

“ma no, non posso: sono in servizio, e poi non saprei proprio…”

“sì che può; vediamo un po’…” la vecchia signora gira piano nel piccolo orto, molto attenta; poi si china, scava delicatamente intorno a un arbusto, ne trae una pianticina verde sormontata da campanule viola pallido rigonfie:

“ho ragione? è brava? a sparare da poliziotta, voglio dire…” Laura la guarda incuriosita:

“beh, diciamo che me la cavo”

“e le piace anche, vero?”

“sì, però…”

“però sa che non deve, che va fatto proprio solo quando ce vo’ ce vo’

“già”

Prenda questa ssciupetìn: uno schioppetto che è un bel fiore, e anche buono da mangiare! Come dice quel cantante? quando avevo quarant’anni lo sentivo sempre: buoni da mangiare, buoni da seccare… e all’inizio: dietro la collina c’è la morte crucca e assassina…” Laura sorride:

“grazie”

“sa, in italiano, per gli istruiti si chiama Silena: perché la panciotta ricorda il ventre di Sileno, sempre in giro per i boschi con il dio Bacco… ma poi, quando Bacco scende in città a farla pagare ai malvagi, quel simpaticone di Sileno rimane nel bosco: Sileno, in città, non ci mette mai piede” nel frattempo Riccardo è arrivato vicinissimo alla signora, che finge di non badare a lui: lui la guarda fisso costringendola a ricambiare lo sguardo:

“la Luger, dov’è?” la signora sorride:

“nel comodino: la tengo sempre lì”

“sempre sempre no…”

“quasi sempre”

“ecco; e come mai ce l’ha?”

“mio zio era partigiano: la portò via a un tedesco che lui aveva ammazzato in uno scontro a fuoco; finita la guerra -ero ancora una bambina- me la volle regalare. Mi insegnò anche a tirare sa? Ora sono fuori esercizio”

“ma non del tutto”

“no, del tutto no”

“la vada a prendere”

“ma mi serve!”

“la vada a prendere per favore: ci tolga le munizioni, la pulisca un po’ alla bell’e meglio, dentro la canna voglio dire, e me la consegni. Nel frattempo telefono al vicebrigadiere dell’Arma, del paese qui vicino: così manda due dei suoi con la Gazzella e il verbale e se la portano via: la procedura è questa. Gli diciamo che non sapeva che non la potesse tenere; senza porto d’armi poi! gli diciamo che è venuto fuori parlando col commissario Borachia, che ha accompagnato la Laura a scegliere pianticelle”

“pensa che se la berrà?”

“penso di no… ma penso che farà finta di bersela, perché ci conosciamo” la donna va in casa, Borachia telefona, quando la donna riesce con la pistola in mano, sta chiudendo il telefono con aria divertita e soddisfatta

“ecco”

“bene. Domenica prossima c’è la festa, giù in paese”

“già”

“ci saranno le sue nemiche…”

“credo”

“lei ci andrà col carrettino?” la donna lo guarda strano:

“…non ho i fogli, i permessi voglio dire” Riccardo si prolunga in uno di quei suoi sorrisi da epilogo, che conosciamo bene:

“ho un amico delle guardie, giù in città, che penso glieli manderà volentieri; magari temporaneo: glielo faccio portare da una mia ragazza: la riconoscerà perché è piccolina e rossetta” la Laura sta per sghignazzare, ma riesce a trattenersi. Arriva la Gazzella, scendono in due in divisa

“Ci ha detto il comandante di venire qui: è quella?” fa l’appuntato indicando la pistola “la dia a noi” la donna ubbidisce

“possiamo entrare un attimo per il verbale?”

“prego”

“bell’orto, davvero!”

“grazie”   (l’ha già detto la PS pensa la Laura)

_._

La festa ha ottenuto dal cielo una bella giornata di sole: nella piazzetta più antica del paese, davanti a quella che una volta era la cattedrale di tutto l’arcivescovado, i colori delle carte, dei frutti, dei giochi di legno, dei dolci, delle bibite e dei due vini sono un tripudio; gente ce n’è. La banda, diretta da un maestro decisamente giovane, sta eseguendo un adattamento di Colours :

giallo è il colore dei capelli del mio vero amore…

canticchia l’uomo di Laura;

“ma io sono rossa!” fa la Ferrari-Fazio

“ma tu non sei il mio vero amore!” ribatte lui

“scemo” fa lei

“le prenda una pianticina aromatica: per farsi perdonare” una voce alle spalle; i due si voltano e la vecchia signora, col solito eschimo lungo addosso, spinge il suo espositore davanti a loro

“buongiorno! Tutto bene?”

“vedremo…; le prenda una Salvia Ananas: è magra, è rossa…”

“mmm…” fa l’uomo

“e è anche molto buona”

“allora no!” fa l’uomo

“col riso soprattutto”

Mellow is the feelin’ that I get

Dolce è la sensazione che provo

When I see her, m-mmm

quando la vedo

When I see her, uh huh

quando la vedo

That’s the time, that’s the time

quello è il momento

I love the best

che amo, il migliore!

Colours – Donovan

FINE