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Basilic instinct

Racconto a dispense, seconda puntata.

“Dottor Borachia, come la mettiamo?”  questa volta il vice questore, col suo san Giorgio artigianale ma non banale alle spalle, la sua bellissima scrivania di legno massiccio, la sua pelatina da padre di famiglia, la sua cravatta sobria e senza pretese e i suoi ricordi di quando lavoravano da colleghi non era bastato: il questore in persona l’aveva fatto accomodare nel suo ufficio modernissimo in legno da rivista di design e ferrotubi, la poltrona  ondeggiante in pelle sintetica nera sormontata da quel quadro quadrato enorme in cui pennellate diritte di antracite si incontrano come in una tempesta solare, rappresentando la complicatezza di un’indagine degna di tal nome; ora lui lo sta guardando dal suo metro e novanta pur seduto, i capelli grigi cortissimi ma effettivi e robusti, la giacca e la cravatta indescrivibilmente eleganti. Ogni volta, Riccardo si chiede se i suoi jeans e le Puma Suede e il maglione blù a girocollo saranno interpretati come un’offensiva inadeguatezza o un libero tocco complementare fra i due. Borachia alza un po’ le sopracciglia e inclina la testa di lato:

“andiamo, signor questore, che le potrei rispondere brancoliamo nel buio come  si possono fare molte ipotesi, ma sono pure interpretazioni…”

“mi interessa la seconda che ha detto, prima di leggere quelle stupide dei giornali date per scontate come vere -c’è una certa pausa, un sospiro di sopportazione- con cui però io mi devo confrontare -ancora silenzio, poi:-  adesso non abbiamo i fuochi fatui della festa dei defunti, ma un ventenne trovato in centrocittà con un polpaccio spappolato da una pistolettata, vicino a una borsa -peraltro aperta- col contenuto che ne stava uscendo, cioè quattro chili di tritolo e compagnia cantante, un centesimo di quello -per farle un esempio- impiegato in via D’Amelio- ma quanto basta per distruggere un ambiente e far fuori delle persone nell’area di venti metri”

“e qui incominciamo -interrompe Borachia- ipotizzando con estrema probabilità che il regalino fosse destinato a un negozio: ma la via è lunga, zona pedonale: non sappiamo se il ragazzo era arrivato dove doveva o doveva percorrere altri dieci, venti, cento metri, e in quale direzione, e con due marciapiedi ciò significa circa una cinquantina di negozi”

“capisco commissario: avrete il vostro da fare, e non è detto che qualcuno parli, ammesso e non concesso che la pista mafiosa sia quella giusta”

“d’altronde anche il ragazzo non parla (ciò corrobora l’interpretazione dello sbarco mafioso in centrocittà): vuole il suo avvocato, e solita solfa…”

“si rende conto di cosa hanno scritto i colleghi della scientifica e gli esperti balistici?”

“che la pistola è una Luger di più di ottant’anni fa”

“ma mi dica lei!”

“questo non fa che moltiplicare le ipotesi, magari tutte campate in aria”

“un’altra parrocchia mafiosa? i servizi informativi che hanno deciso di agire da soli per qualche ragione all’ultimo momento, e senza dirci nulla? e in tal caso, ‘sta mascherata della Luger? per confondere le idee?…certo ce ne vuole di fantasia!”

“o altro ancora” il questore lo guarda un po’ stupito:

“cioè?”

“mah…gente un po’ strana che gira la notte a fare cose strane e si porta dietro la pistola del nonno”

“sta scherzado, Borachia, spero”

“non so”

“eh sì: e la scarica nel polpaccio a un picciotto lasciandolo vivo e condannandosi a morte!” Borachia tace un po’, poi assume un’espressione tra lo sdrammatizzare e il chiedere scusa:

“la scarica, signor questore: gli ha tirato un colpo…”

terminato il colloquio Riccardo se ne va: questa cosa gli darà un sacco da fare, magari inutile, e ciò gli toglierà la libertà di decidere l’impiego dei suoi uomini che lui preferisce: in un certo senso dovrà sostituirli da solo nei ritagli di tempo. Perché lui ha nascosto un’informazione al questore; non sa bene perché lo ha fatto, ma sente che doveva farlo: nelle viuzze vicine, fitte e molto più piccole  rispetto alla via elegante dello sparamento, le telecamere, molto attive per il dilagare dello spaccio, hanno ripreso una figura incappucciata e claudicante, che con passo a suo modo veloce se ne va…

_._

Alle sette del mattino Gloria e Riccardo convergono nella loro cucina. Gloria accende il bricco del caffé perparato la sera precedente: i due dispongono le componenti rituali con cui faranno colazione: un vero rito: miele -che Riccardo usa anche per zuccherare il caffé- yogurt greco, minuscole boccette di marmellatine inglesi, yogurt italiano, un uovo crudo, da bere. Gloria attiva la radio appoggiata lì vicino: l’intenzione è ascoltare “Prima pagina” su Radio 3, anche se ne vale sempre meno la pena. E’ una di quelle mattine sfortunate: disturbi e interferenze continue si accaniscono senza pietà (i due sono rimasti alle onde radio tradizionali): i carnefici preferiti sono una radio religiosa tollerata ma non applaudita dalla Chiesa ufficiale, e molto seguita dalla gente, e un’associazione di urlatori che farebbe impallidire quelli degli anni ’50 e ’60, che opera scelte musicali equivalenti alle torture degli stati totalitari di qualsiasi collocazione spaziale. Fortunatamente nella sfortuna il primo impatto non è con uno di questi due: si è inserita infatti una radio di livello regionale gestita da gente piuttosto esperta, di quelli che sanno alternare le musiche giuste, inserire radiogiornali non ridicolmente improvvisati e scontati, e soprattutto aggiungere approfondimenti non troppo lunghi su aneddoti, tradizioni locali, scrittori o musicisti, senza essere noiosi. Riccardo sta per armeggiare sulla rotella della sintonia…

“aspetta…aspetta aspetta!” fa Gloria

“che c’è?”

“m’interessa l’argomento” una signora dalla voce giovanile, pacata e deliziosa sta mettendo pulci nell’orecchio agli ascoltatori:

sapete che una donna, una madre di famiglia, anche solo ottant’anni fa conosceva fino a cinquecento tipi di erbe aromatiche che nascono spontanee nella nostra regione? E le andava regolarmente a raccogliere, e sapeva i nomi a memoria, e le sapeva mantenere il più possibile in casa o trapiantare nel proprio orticello? Scommetto che la conoscenza della maggior parte di voi, care amiche in ascolto, si limita a basilico,rosmarino,maggiorana,prezzemolo,menta,salvia,timo,tarassaco,alloro,finocchio,ortica,mirto,ginepro [lista pronunciata con la tipica velocità dei conduttori intenzionati a dimostrare la propria abilità…nda], e se va bene! Ma chi ha mai acquistato premeditatamente, o addirittura raccolto, ad esempio della nepitella, che non si trova più neanche nei banchetti dei grandi mercati popolari? Chi ha mai usato il grattalingua, o la pimpinella?chi tiene in casa riserve di talegua? Chi ha visto -e non in fotografia- della cicerbita, o cercato in campagna le bietole di campo? Avanti, oggi non faccio sconti: chi ha sentito nominare i tagieinetti, le scciupettine?

La mia cara mamma, pensate, conosce una vecchia signora dei nostri paesi, del Levante, che sa trovare e ancora trattare almeno centoventi di queste erbe, e ne ricorda perfettamente i nomi, eh sì! E sto dicendo sul serio, non me lo invento per voi, care amiche! In effetti, ancora  pochi decenni fa c’era, in certi banchetti del mercato, una quantità enorme di queste piante aromatiche. E la gente le comprava…Ciao a tutte…e…ciao mamma!

I due sono assorti in ascolto. Ma per ragioni diverse: Gloria sta già preparando a mente i modi per tradurre quel che ha sentito in esperienza scolastica varia coi ragazzi: far ascoltare loro il passaggio radio in podcast; chiedere se ne sanno già qualcosa; proiettare immagini di alcune delle erbe misteriose; assegnare il primo compito: domandare in famiglia ai nonni, alle bisnonne… magari reperire -non sa ancora come o dove- qualche esemplare da portare in classe; passare a ricette (e se saltasse fuori qualche nonna che prepara qualcosa da assaggiare?); infine (eh…mica tutti i giorni è domenica!) esporre: singolarmente e a gruppi, l’esperienza; e terminare con la relazione scritta, individuale più che mai, e valutata severamente nella puntualità di consegna e nell’impegno reale.

Per Riccardo è il momento dell’imbecillità. Ne abbiamo già parlato, ricordate? Si tratta di stare con gli occhi bene aperti per accorgersi in tempo di quando siamo imbecilli. Il fenomeno è stato addirittura teorizzato da un filosofo di professione: in un libretto tanto succinto quanto sugoso, di cui Riccardo si è impossessato alla chetichella durante un’incursione fra i volumi di Gloria, sparsi nella casa: l’autore sostiene che siamo tutti -lui per primo, che ha creduto nell’utilità del suo libro- degli imbecilli, cioè persone che non sanno tenere diritto il bastone d’appoggio della propria vita (in-baculus/m : senza bastone), perché attribuiamo l’errore ad altro: il caso, il capitale, i sovversivi, l’avversario politico…insomma altro. L’autore arriva a dire (coerentemente) che lui stesso è un imbecille perché si aspetta che il suo libro possa servire a qualcosa. Invece, riconoscendoci in partenza imbecilli, possiamo sentirci spinti a curare gli anelli deboli della imbecillità, che nell’umanità è una costante. L’esempio che ha colpito di più Riccardo è quello di Socrate, che se fosse stato un  po’ più aperto avrebbe sentito una voce che gli sussurrava, mentre lui si votava alla morte per confermare la maestà delle leggi: sei un imbecille… allora avrebbe potuto decidere davvero la propria scelta.

Per farla breve, Riccardo sta pensando che da quando l’indagine è iniziata, non si è mai preoccupato di sapere in quale ambito la prima vittima delle fiamme notturne solitarie lavora…

Sotto gli occhi stupiti di Gloria impugna il cellulare:

“oh, pronto Sandro, scusa l’orario!”

“…”

“ah, sei in scooter…meno male che hai il cellulare con le cuffiette!”

“…”

“no, niente: io arrivo in ufficio tra poco, ma appena arrivi, senti: è appena finito un servizio breve su radio Lobe Obba e…”

“ma no che non la sento! poi ti spiego! Ma mi lasci parlare?”

“…”

“ecco bravo! Telefona a Genova ai nostri amici, così poi alla radio si fidano: digli di trovarmi la conduttrice che poco fa ha fatto un servizio breve sulle erbe aromatiche dei nostri posti; digli di darle il mio numero e di chiederle gentilmente di chiamarmi il prima possibile, ovviamente dopo averla traquillizzata: credimi, può essere utile”

“…”

“grazie, ti ringrazio, a dopo…ah, no! senti un po’: in che cosa commercia la prima vittima degli incendietti ai mercati?”

“…”

“erbe aromatiche, eh? ci avrei giurato…”

“ma che ti prende?” fa Gloria

“mi prende che ho capito che sono un imbecille, il che è molto positivo; e insieme ho capito, per l’ennesima volta, che la realtà, come nei quanta, potrebbe essere molto, molto più vasta e spontanea di quanto agli imbecilli sembra”

“quindi non sei più imbecille”

“lo sono, certo, ma in questo momento mi ci sento molto meno”

“quando hai sposato me ti sei sentito imbecille?”

“molto…per questo ho saputo che ho fatto la cosa giusta”

_._

Arrivato in questura, appena saliti i venti scalini dell’entrata, senza avere ancora imboccato il percorso segreto di cui tanto tempo fa abbiamo parlato, il commissario è fermato con garbo dalla piantona in servizio

“scusi dottore, non so se ho fatto bene…”

“sono sicuro che non è grave”

“oh, grazie. Hanno lasciato questa busta chiusa, proprio per lei, ‘stamattina prestissimo”

“chi?”

“ecco, era una donna anziana, sembrava innocua, era dolce e gentile…”

“aveva un lungo eschimo scuro, col cappuccio tirato su?”

“esatto!”

“e il viso?”

“beh, aveva la mascherina fino agli occhi: non mi sono stupita: sa che c’è un ritorno del covid, magari i vecchi hanno più paura…”

“certo, non preoccuparti. E il nome, glielo hai chiesto?”

“sì commissario, almeno quello l’ho fatto. Mi ha detto che la conosce bene, e di dirle da parte di Basilia Erba, nome strano, vero?” Borachia rimugina trenta secondi più del solito

“hai fatto benissimo: in effetti la conosco molto bene. Da’ qua!” la ragazza gli consegna la busta ben chiusa

“non solo non ti devi preoccupare: sei stata indispensabile! E senti un po’: quando è andata via zoppicava?”

“sì commissario, ma aveva un passo a suo modo spedito”

“bene, molto bene: buona fine turno, ciao”

_._

Con un sorriso di soddisfazione per la vittoria incontrastata della teoria dell’imbecillità unita a quella dei quanta, Riccardo seduto nella sua poltrona dentro l’ufficio a cubo trasparente si autocostringe a un minuto di attesa rigirandosi saporitamente la busta fra le mani. Poi la apre, estrae lentamente il foglio e legge: è una scrittura in stampatello un po’ stentato, ma non contiene alcun errore: IL RAGAZZO – MI SPIACE PER LUI- DEL TRITOLO CON LE MIE FIAMME LEGGERE NON C’ENTRA NIENTE: UNA COINCIDENZA, CI TENGO A DIRVELO. SALVATELO DAL DIVENTARE MAFIOSO DAVVERO. IL NEGOZIO CHE AVREBBE DISTRUTTO E’ …. …. . SALUTI, b.e.

Richiuso dolcemente il plico, Riccardo torcendosi sulla poltrona sta cercando di infilarlo nel taschino interno del giubbotto, quando gli squilla il cellulare, che afferra e attiva immediatamente

“pronto?”

“buongiorno, sono Ginevra Dàn”

“chi???”

“sono la conduttrice di radio Obbe Lobba: è il commissario Borachia?”

“oh, sì! mi scusi tanto! molto gentile a chiamare!”

“si figuri! mi dica”

“ecco, sì: avrei bisogno di parlare con la sua mamma: ci servirebbe trovare quella vecchietta delle erbe di cui Lei ha parlato ‘stamattina presto: naturalmente tranquillizzi la mamma, lei non c’entra nulla, e anche la vecchietta non corre alcun rischio; o meglio: al peggio stiamo cercando di evitargliene. Se mi dice dove sta e la prepara faccio un salto da lei: ovviamente le chiedo assoluta discrezione su tutto quanto”  c’è un po’ di indugio dall’altra parte, poi:

“va bene, d’accordo: la mamma sta [il nome del paese di Outget, l’indicazione più precisa della abitazione e del cognome della signora -cioè quello del marito, stampigliato sulla porta- che ovviamente non è Dàn, nome d’arte della figlia radiofonica]”

“ottimo, penso ci andrò oggi stesso. La mamma sta bene? Devo osservare qualche precauzione?”

“sta benissimo grazie al Cielo: gradirei niente volanti e niente divise…”

“ovvio, stia tranquilla. Le farò sapere. La ringrazio molto, e…complimenti per la radio!”

_._

Laura guida decisa, ma meno forte di Viglietti: è morbida anche quando alza la velocità, Riccardo è molto disteso e contento grazie a lei, che con quella guida diminuisce l’ansia per l’ipotesi di un bingo! o di una forte delusione.

“pensa, commissario, che ora potremo essere più efficaci per contrastare l’inizio della scalata mafiosa al centrocittà?”

“non so: sappiamo un piccola certezza in più -ufficiale: che la cosa c’era lo sapevano tutti- ma si tratta di un picciotto probabilmente al suo primo incarico, peraltro fallito. Il carcere lo peggiorerà: è in atto la scuola di mafia più lì che fuori”

“già. Poi abbiamo pochi uomini, di quelli tosti dico”

“vero; ma sono convinto che il problema, o almeno il nodo del problema, sia un altro”

“cioè?”

“cioè: come diceva Napoleone, è sempre il numero grosso a vincere: se ho meno uomini li sposto con grande velocità nelle ali dove risulteranno di più. E questo è il primo problema: la mafia è fatta di uomini d’onore che amano l’offesa e la vendetta, ma come grande organizzazione non è ideologica: se ti bloccano al porto un sacco di roba in arrivo troppo spesso, perdi un sacco di soldi, e i tuoi fornitori si scoraggiano: ora -al di là di quei simpaticoni del Bistracci- quanta gente fuori dal porto, e quanti in alto, molto in alto, qui e altrove è disposta a rischiare? Da questo punto di vista la mafia o chi per essa ora è in vantaggio numerico, anche se non sembra. E la è anche nella cosa più importante: se si drogasse una metà, un terzo di chi lo fa, la mafia rinuncerebbe: troppo poco guadagno rispetto al personale impiegato e ai rischi, ma su questo sai come vanno le cose…”

“già: liberalizzazione, discorsi gli uni; durezza , via la chiave, tutti uguali gli altri”

“esattamente”

“e poi ne uccide di più l’alcool, gli incidenti stradali, e compagnia cantante.”

” E’ un modo per rimuovere il problema: vedi, se un figlio ancora piccolo mangia troppe caramelle, non è che pensi: potrebbe mangiare di peggio di nascosto: gliele togli. Ma subito dopo cerchi di gratificarlo per questo, di farlo sentire più fico dei suoi amici che possono ingurgitarne quante ne vogliono. E ciò è molto difficile, a seconda dei contesti è impossibile”

“è vero…ma ora parlavamo dei primi tentativi di pizzo ai negozi: in centro non si è mai diffuso”

“qui è davvero un terno al lotto, e tutto sta su quanto -ora che sappiamo il nome della prima vittima peraltro mancata grazie alla nostra Calamity Jean anziana- i negozianti ci vedranno come amici, e noi li sapremo essere davvero; le forze sociali o anche semplicemente chi sta nei bar a leggere il giornale e a chiacchierare sceglierà il proprio ruolo, e non si sentirà nato spettatore contento di morire spettatore”

“su questo commissario…la Città ha tanti pregi, sotto molti punti di vista, ma su questo sono scettica”

“anch’io: ormai cercare un capro espiatorio alla guardate quelli, che non fanno nulla per farla finire , è diventato lo sport nazionale, nei giovani più che nei vecchi”

“lei pensa che ce la faremo?”

“m’interessa di più se avete voglia di provarci” c’è un po’ di silenzio: l’auto sta affrontando le ultime curve, già si vede in lontananza la piccola cittadina ai piedi di montagne molto antiche, ambite dai coltivatori e dai parroci emergenti fino a cento/duecento anni fa, e ora sempre più spopolate, anche se chi resta, piccolo o grande imprenditore, se la ripassa davvero bene”

“sì commissario: per quanto possa contare, io ci sto” Borachia sorride:

“spero non arrivi mai il giorno in cui mi farò dei problemi, e seri, a chiedertelo…”

“siamo arrivati, commissario: la villetta dovrebbe essere questa”

“ah!…lo avresti detto, che con quello che si sente in tv, con quello di cui parlavamo un attimo fa, ci saremmo trovati qui, con la bruma d’autunno, in un posto delizioso, in una graziosa villetta a parlare con la mamma della Dàn di una vecchietta che appicca piccoli incendi quasi innocui, ma gira co un’efficentissima Luger in tasca?” Laura tace un po’, mentre opera l’ultima dolce frenata:

“no, commissario, non me l’aspettavo proprio”

(guarda! e informati, insieme alla squadra del commissario Borachia, sulle piante aromatiche e officinali: 11 piante officinali perenni da coltivare in giardino | B L A N C A V I T E