Temi del giorno:
Le nuove indagini del commissario Borachia
|Basilic instinct
Racconto a dispense, prima puntata.
Il commissario Riccardo Borachia non sa che cosa sia l’insonnia. Non nel senso che dorma saporitamente, invulnerabile alle famose cannonate citate per rendere l’idea della pervicacia di Morfeo. Quasi il contrario: quando se ne va a lettino, si sveglia poi per due o tre volte per circa due o tre ore a botta, e poi si riaddormenta. E ciò non gli dà per niente fastidio: non riesce proprio a capire che danno possa provocare a un corpo che sta riposando sereno il non dormire. Nelle pause in veglia pensa all’indagine in corso, ricorda episodi della sua infanzia (il Natale, l’estate con amici…), o battute gioiose capitate coi ragazzi in ufficio, eccetera. Vista la fortunata esistenza di Gloria, ciò non è tutto, ovviamente, ma noi ci fermiamo qui. La convinzione, più una constatazione, che la via giusta per la Notte sia questa è stata corroborata poi nella sua vita -oltre che dalle invenzioni geniali di quel genio nazionale e internazionale che corrisponde al nome di Renzo Arbore- da due episodi, l’uno adolescenziale e l’altro giovanile. Il primo: un’estate in cui era ospitato dalla sua simpatica prozia in un posto bellissimo, sopraggiunse, e non per un giorno, una cugina trentenne che non si vedeva quasi mai. Le notti diventarono una tortura: capitava quatta quatta nella stanza di uno dei parenti scusa sai: non riesco a dormire – beh, riposa! – la fai facile tu! – a me sembra facile: c’è qualcosa che non va? – tutto, non va, quando non si riesce a dormire: beato te che non lo hai mai provato! E via per la tangente: notti altrui rovinate, perché se lui si metteva sdraiato, con l’avanbraccio sotto la testa a praticare il suo sport preferito (di cui sopra) quella non lasciava scampo. Un atteggiamento praticamente identico, ma peggiorato dall’estraneità, dalla costrizione, e dall’esigenza di seri impegni contemporanei lo aveva subìto da militare, servizio che lui ha fatto piuttosto avanti negli anni: il ragazzo più giovane di lui arrivava intorno alle due di notte con aria ebete, strascicando i piedi, probabilmente bisognoso di sonniferi illeciti che probabilmete praticava da tempo, si sedeva davanti a lui mentre stava sfruttando una guardia non armata, che si chiama sorveglianza, per studiare sodo in vista dei concorsi in polizia, e incominciava a parlare di argomenti inconsistenti. Il principale era -con tautologia- che non riusciva a dormire. Di ciò che Riccardo stava facendo gli importava meno che niente. Ma la mazzata, il taglio totale con episodi e soggetti simili è stata una trasmisssione televisiva che lo aveva effettivamente estasiato: mandata in onda coerentemente a notte tarda, riguardava gli insonni “veri”: essi si erano organizzati proprio bene: andavano a comprare il primo giornale alle rotative, ne commentavano le notizie con altri insonni ormai amici, transitavano con discrezione nei forni e nelle pasticcerie, dove assaggiavano ormai gratis le primizie e le invenzioni. E poi il mitico caffé preso con normalità, solo circa una o due ore prima dei non-insonni. Ma ciò che gli era piaciuto di più era stata un’intervista a un insonne organizzato, che terminava così: e sua moglie? – mia moglie… espressione stupita e serena: mia moglie dorme!
In una delle sue veglie sempre amene e serene, l’uomo delle forze dell’ordine ha pensatro anche di alzarsi due minuti per trasformare gli ultimi liquidi della cena nell’antico hair style delle matrone romane all’epoca in cui la loro differenza con le “signore” aveva indotto un noto satirico a parlare di Messalina meretrix augusta, e di ritorno (onore al caput mundi) dal suo vespasiano privato, di osservare dalla finestra chiusa che dà su una delle arterie principali della città antica: sempre affascinanti nella luce spettrale dei lampioni gli aranceti ornamentali, la strada deserta, i vestiti, gli occhiali, gli utensili abbandonati in solitudine al di là di vetrine indistruttibili…
Borachia si trattiene più del solito, corruga un po’ la fronte e aguzza lo sguardo
“che fai?” fa Gloria che ha idee non intolleranti ma completamente diverse da quelle del suo compagno riguardo alla morte piccolina (morto la sera e vivo la mattina) della saggezza dei nonni
“credo ci sia un incendio”
“un incendio?!? ma dove?!?”
“sì ma è esiguo, limitato: dev’essere sotto la tettoia del mercato”
“davvero?”
“sì ma mi sembra circoscritto: è già arrivato l’autoclave, non mi pare ci sia agitazione…”
“ma c’è pericolo?”
“ma no, no, non ti preoccupare: è al di là dell’incrocio, e comunque lontano dai palazzi”
“ma cosa brucia?”
“e boh! Io vedo deboli riflessi sulle auto posteggiate, e un po’ di fumo nero” e così rispondendo, Riccardo si sposta lentamente, quasi al buio, verso la poltrona della camera su cui giacciono i jeans indossati durante il giorno
“scusa: cosa fai?!?” molto intimidito, ma inossidabile, l’uomo risponde:
“vado giù”
“Ah! e …perché?”
“per vedere”
“ma hai già visto, e hai detto che è tutto a posto”
“sì, per la sicurezza sì…”
“e cosa ci vai a fare? Vuoi cambiare corpo?”
“no, no; beh…vado eh?” e senza aspettare altre obiezioni ironiche, raggiunge anche le scarpe, se le infila, apre la porta e inizia a scendere le scale
“il giubbotooo!” fa in tempo a gridargli Gloria prima di cambiare fianco d’appoggio e tirarsi le coperte sulla testa
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“ah, Borachia: una vita che non ci vediamo!” il capitano Stretti era suo amico da ragazzo all’oratorio: allora era magro slungato col viso pallido sotto un cencio di capelli molli corvini: si aggirava fra i compagni di gioco sbolognando le ultime scoperte moderatamente scurrili, tipo piacere: Vanzetti – e l’altro che non voleva apparire ignorante: Sacco! – e lui : di m….! oppure: la sai l’ultima battuta sullo str….? e l’altro: no e lui dava al malcapitato una botta sulla schiena. Ora è un quarantenne dalle spalle larghe, gli stivaloni e quell’invidiabile elmetto rosso che solo a guardarlo ci convince che mai, mai le fiamme vinceranno su di loro. Si vede che quello che scriveva più di vent’anni fa da Roma agli amici oratoriani non era del tutto vero (qui l’addestramento è duro, e non è che il cibo…)
“che succede?”
“un incendietto: nessun pericolo”
“doloso?”
“senza dubbio”
“e loro?” fa Borachia indicando col mento i guardiani notturni del mercato: non si tratta di vigilantes con divisa pistola e altro, quelli fanno una capatina con le auto ogni tanto: questi sono due o tre amici grassocci, insciarpati e immaglionati, che quando gli ultimi traffici dei pulitori e i primi della movida si acquietano accendono un fuoco dentro un bidone, e ci stanno seduti attorno, poveracci, tutta la notte
“ma quelli son qui per scoraggiare i ladruncoli; lo vedi: la roulotte presa di mira è abbastanza lontana, dietro: prima delle fiamme non si saranno accorti di niente” una roulottina bassa, di esigue dimensioni, palesa un danno limitato per quanto la schiuma di spegnimento usata dagli uomini di Stretti concede: probabilmente le fiamme hanno fatto in tempo a attorniare il copertone di una ruota d’appoggio e salire un po’ verso il vetroresina raggiungendo quasi il banco di vendita, non estendendosi granché. Per il gestore ambulante però un grosso problema, almeno nell’immediato futuro
“secondo te come hanno fatto?”
“mah, se vuoi domani ti mando il verbale con i dettagli in questura: penso abbiano spruzzato un liquido infiammabile sotto, dalle parti della ruotina; allontanatisi – ma basta anche una
persona sola – hanno lanciato una stoppia, o un cartoncino acceso sul punto giusto e sono scappati
“voi non avete visto nessuno?” fa Borachia ai sorveglianti. Loro si limitano a negare col capo
“però è roba strana”
“bah, ce ne è oggi robe strane!” chiosa Stretti
” sì certo, ma voglio dire: sembra che non volesse (o volessero) far danni più di tanto…”
“magari è una bravata: dai dieci, dodici ai venti e oltre vanno di moda ‘ste cose; poi ci si fanno i selfie e li postano di qua e di là”
“dici?”
“dico”
“mandamela comunque la relazione”
“ah…” Stretti sta per continuare ma si interrompe indicando col mento una macchina civile che inchioda lì vicino; ne scende una signora scarmigliata, sui cinquanta, che inveisce con frasi irripetibili dirigendosi verso il punto danneggiato: la proprietaria dell’esercizio. Borachia e Stretti la bloccano quasi subito:
“ci scusi, signora: commissario Borachia dell’anticrimine; lui -lo vede- è il comandante dei Vigili del Fuoco”
“quella maledetta! quella etc.etc.etc.”
“si calmi signora, e abbassi la voce; soprattutto se ha da fare delle accuse”
“ah! Adesso sarei io a avere riguardo per quella etc.etc.etc.”
“che sarebbe? Però le ripeto: si calmi e parli piano”
“la mia vicina di banco no? quella della frutta!”
“ha delle prove?”
“ma quali prove! più prove di così!” fa la donna indicando la roulotte danneggiata
“e perché lo avrebbe fatto?”
“ma non fa altro che ripetere che il mio è messo male, sta davanti al suo, le tolgo il pubblico…figurati!”
“guardi: qui ci sono i Vigili del Fuoco che stanno per fare il primo verbale: può fare tutte le dichiarazioni che crede, ma le consiglierei di non lanciare accuse precise, se le prove stanno solo in quello che mi diceva poco fa” la donna scuote la testa energicamente, come a trattenersi da dire peggio.
“Beh, Stretti: torno su in casa. Domani mandami la relazione; e io mi guarderò le telecamere di sorveglianza”
“ciao” fa Stretti con un breve sorriso, un po’ ironico
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La mafia, che sta cercando di attecchire anche nella Città, ma soprattutto con roba grossa -traffici al porto, prostituzone, droga- al mercato finora non s’era vista: non era raccomandabile. Quelli del mercato vanno sì ognuno per la propria strada, e ci mettono niente come abbiamo visto a sbraitarsi addosso, ma sono in qualche maniera uniti, solidali nel difendersi, oltre il personale e oltre il nazionale, e questa seconda qualità è arrivata ormai fino in Cina. Difficile che uno inizi singolarmente a pagare il pizzo senza informare gli altri, e senza una certa reazione. Comunque, al contrario che per altre attività commerciali e per altre cittadine nella cintura della provincia, finora in tal senso non è mai accaduto niente. Quanto ha accennato Stretti invece è tutt’altro che fuori luogo: il senso di sfida dei giovanissimi di qualsiasi annata, unito all’espandersi nauseabondo dei social, induce sempre di più a fare cose strane, senza rendersi conto di quanto si rischi: riprendersi o farsi riprendere mentre si impallina una professoressa, o si rovescia il cesto dell’immondizia addosso a un profe; fumare a dodici anni dietro le spalle (non metaforiche) del nonno per poi inviare il selfie a tutto il mondo; sradicare un cesso nei bagni della scuola accusando una porta che si è chiusa sbattendo troppo forte, accendere fuochi, aprire acque scrivere stupidaggini incomprensibili sui muri, e molto altro ancora non trova più, negli adulti, quell’ironia mista a severità lungimirante, priva di rancore e propensa, FORSE, a far trapelare l’idea che esistono altre vie di realizzazone e divertimento, e che essere normali non è una colpa. Ma la visionatura, il giorno dopo, da parte dei ps più volenterosi e manco un po’ entusiasti non ha fatto emergere nessun ragazzino, incappucciato o no, che appicca il fuoco a notte tardissima al mercato della Città. Il che non significa molto perché simili stupidaggini hanno una quantità e una velocità di diffusioni che rendono talvolta inarrivabile una qualsiasi campionatura.
Chissà perché -pensa Borachia- ci tengono così tanto a farsi vedere. Un tempo erano proprio i giovanissimi a usare questa espressione con i pochi amici strani e maleducati in eccesso: “fatte véde!!!” era il modo slang di apostrofare chi -come si dice adesso- spacciava il proprio esibizionismo. Atti di “coraggio” contro i mondi adulti canonici, o contro ragazzi più piccoli e meno robusti sono all’ordine del giorno. Le bestemmie e i pestaggi femminili non si contano. Forse essere speciali in modo non-violento è troppo impegnativo. Ma io temo -pensa Borachia- qualcosa di peggio, qualcosa di veramente indominabile, qualcosa di irreversibile: gli viene in mente il bambino ancora infante (in-fans=che non parla ancora, e se non parla ancora parla esclusivamente coi movimenti del corpo, le grida e i guaìti, e l’espressione del viso) sul seggiolone, per nulla affamato, per nulla in difficoltà, che getta oggetti saggiamente procuratigli indistruttibili per terra: la sua espressione immediatamente successiva all’atto non è maligna né cattiva né guardinga e preventivamente impaurita: è stupìta, si direbbe ebete, come volesse dire: oh!? Chi è stato? Oh!? Dov’è andato l’oggetto??? oh?! Sarò mica stato io? Oh! Ma non mi avete messo al mondo voi per qualsiasi cosa possibile e immaginabile??? Una riflessione in tal senso fa accapponare la pelle: raggiunta la parola sciolta, la capacità sessuale, la potenzialità di apprendere si regredisce, di nascosto, all’atto puro, privo di significato se non constatare che a ‘sto mondo si può fare qualsiasi cosa per la cosa in sé: la Ding an sich. In effetti rompere -in tutti i sensi- è fase della crescita infante diciamo così, normale.
Ma, ripetiamo, il giorno dopo nessun infante-adolescente micropiromane fuggito dal seggiolone sui post e profili social squinternati dai poveri questurini.
Una mezza sorpresa invece è rivelata dalle telecamere di sorveglianza: qualcosa si vede.
Un po’ lontano dal banchetto coinvolto, di spalle, le telecamere hanno ripreso una figura incappucciata: bassa, dall’andamento leggermente claudicante, da persona anziana, indossa una sorta di eschimo lunghissimo: sembra un frate medievale da Nome della Rosa o della confraternita siciliana dei Beati Paoli; si allontana -considerando il passo zoppo- piuttosto velocemente, ma regolarmente, senza affanno. La figura è stata ripresa solo di spalle. A essere inflessibilmente obiettivi, la ripresa non serve a niente: maschio? femmina? vecchio/a? giovane? finto/vero sciancato? Ma la critica guardinga è veramente troppo severa: i tecnici della questura abituati a simili analisi visive giurerebbero che non si tratti di una recita: la protagonista sarebbe davvero troppo brava; la loro sentenza è quindi donna anziana claudicante. Ciò, in un tribunale o anche semplicemente davanti a un avvocato in questura, non servirebbe a niente. O quasi a niente. Borachia sa che per un piccolo incendio innocuo come quello sta chiedendo troppo a professionisti che hanno tutti i giorni ben altre gatte da pelare. Questo lo direbbero tutti. Ma Borachia no: perché sa anche a quali sviluppi possono portare inizi simili. Un argomento che lo convince delle ragioni dei colleghi tecnici è un altro, tutto suo: l’atto vandalico è avvenuto al venerdì notte tardissimo: ebbene i giovanissimi più antipatici, figli di genitori sfortunati, a quell’ora sono illecitamente ubriachi, incapaci di produrre una recita tanto perfetta: una provocazione cercata nel giorno prima di sabato e a quell’ora richiede attenzione, fatica, intelligenza, informazioni preventive. E un giovanissimo capace di questo sarebbe ben altro che il Nulla siderale sul palcoscenico della Ding an sich…
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Manco a farlo apposta (?) la domenica dopo il venerdì micropirotecnico è il giorno della Festa Cioccolato: è un fenomeno che si svolge due volte all’anno, in prossimità del Natale (ma non troppo vicino) e a primavera: lungo metà di una delle arterie a T della Città, da circa vent’anni resa la strada più agevole pulita ed elegante, espongono in stand preparati tutti uguali, da affittare dalle solite joint venture (Comune, Camera di qua, Associazione di là, etc.) artigiani e aziende doc di cioccolatieri di tutta Italia. E vendono anche e molto bene. In effetti l’effetto è affascinante (oltre che gustoso): sapori diversi, sculture in cioccolato varie, giochi di colori delle carte e di forme dei bon bon, modi leggermente o molto diversi di abbinare il cacao a frutti o sciroppi, alcoolici o analcoolici.
Come succede sempre in questi casi, un incendio doloso per un banchetto -incendio in fondo manco degno di questo nome- porta autorità prefettizie o locali a organizzare una certa sorveglianza, maggiore del solito, con un certo livore da parte degli agenti coinvolti, che preferirebbero girare lì con le proprie ragazze, o mogli, o figli o moglie&figli, e poi andarsene di domenica a casa propria- esclusi un paio di colleghi, e fare quello che ti pare. Certo è molto diverso da questo girare in servizio, in borghese o in divisa, con gli occhi aperti, vedendo sempre le stesse cose per tutto il tempo stabilito. Probabilmente gli energumeni di cui si parlava prima direbbero bene! mica glielo ha ordinato il medico di fare i pulotti o i caramba! E poi sono sempre …….: quella volta che davanti a scuola (in discoteca, allo stadio, ad lib. Nda)… … …, e così via discorrendo…
In realtà questo è un fenomeno diffusissimo con tante variazioni (catene di Sant’antonio, raccolta di fondi da entità poco conosciute, violenza premeditata allo stadio, corse con le auto di notte, creazione di problemi…) che pochissimi capiscono fino in fondo, ma a capirlo, come nel caso del bimbo in seggiolone, fa accapponare la pelle: esso riguarda l’usufrutto del tempo altrui, e della identità e/o fatica ALTRUI. Quando uno intraprende il mestiere del medico o dell’insegnante -dando per scontato che lo svolga ineccepibilmente- può trovarsi di fronte a un muro spessissimo e invincibile: la libertà del malato di non seguire i consigli, la libertà dell’alunno di non leggere e non studiare a casa, e di farsi bocciare (ammesso e non concesso che accada). Uno scrittore, intelligente e consapevole, fa una scommessa: può vendere un libro come mille, e poi magari di più ancora. Le persone di cui sopra invece si impossessano del tempo altrui senza rischiare nulla, o quasi. L’argomento ricorda due nomi importanti, e nonostante la noia di sentirselo ripetere dovrebbe fare accapponare la pelle il dato di fatto che nel nostro Paese, attualmente, la maggioranza a sentirli nominare non ha alcuna identificazione nel cervello: uno è Seneca, vissuto 1960 anni fa circa, che nel suo De Brevitate Vitae ci ricorda che il tempo, qualunque sia la nostra condizione, è l’unico bene inalienabile che abbiamo. Inalienabile e indeperibile fino alla morte…a meno che non lo rendiamo deperibile con fisime, nevrosi, angosce, fissazioni, hobbies delle cui difficoltà incolpiamo ovviamente gli altri o la Sorte. L’altro, molto più recente, Pierpaolo Pasolini che durante durissimi scontri fra giovani studenti e forze dell’ordine si schierò -pur essendo di sinistra, omosessuale e progressista- a favore dei secondi che spesso erano coetanei lavoratori mentre chi gli tirava sassi o bombe artigianali addosso studiava (se lo faceva) coi soldini sia di mammina e papà sia dello stato; alcuni dei pochi che lo ricordano ancora adesso spesso lo condannano senza appello ancora adesso.
Tutto questo -il lettore lo avrà già capito- per concludere questa domenica in cui, alla Festa Cioccolato, non successe assolutamente niente di brutto, e le opere d’arte in esposizione rimasero imbrattate dalla vernice dello spreco della cosa più preziosa, accompagnata dal dispendio inutile delle nostre tasse, che esista… Beati i filosofi, i poeti che possono crogiolarsi nelle loro stupidaggini senza faticare al lavoro!
Nella Città i mercati all’aperto degni di tale nome sono due: uno si tiene tutti i giorni dove lo abbiamo visto finora; l’altro, in una periferia moderna distante circa tre chilometri dal primo, solo al martedì. Questo è un mercato misto: in parte è sfruttato dagli stessi commercianti di generi alimentari del primo, se hanno parenti o soci con un banchetto più agevole, o anche semplicemente un’ auto familiare adatta all’esposizione (il retro aperto, o pochi tavolini minuscoli possono bastare) arrotondano i guadagni, spesso ne vale la pena davvero; in parte è frequentato dai veri ambulanti, cioè quelli che vanno in giro per due o tre regioni in giorni stabiliti, dove e se ne valga la pena. I primi occupano non molto spazio nella parte iniziale; poi ci sono i secondi, che proseguono in lungo per quasi un chilometro. Il primo martedì dopo la Festa Cioccolato, la malcapitata del microincendio sta disponendo la merce nel bagagliaio vuoto della sua familiare non-elegante, che ha posteggiata col sedere sulla strada all’ultimo posto della parte “alimentari”, dopo c’è la curva che fa iniziare il rettilineo occupato agevolmente per un chilometro dalla sezione “non-alimentari”, e il primo banco estero non è della sua nemica della frutta. Screzi non ce ne sono mai stati. L’ira le è un po’ sbollita. Ad un punto, le fiamme non voraci ma decise si sviluppano sotto il copertone posteriore destro del mezzo, cioè da quello più visibile dal pubblico. La donna lancia un grido; qualcuno cerca dell’acqua e la trova abbastanza presto: l’intervento è sufficiente ma la ruota (e la giornata) è irrimediabilmente perduta. Arrivano i poliziotti in servizio, in borghese e non.
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La donna è seduta nell’ufficio a cubo trasparente del commissario Borachia. C’è anche la Laura. Riccardo ha ritenuto più fruttuoso farla dialogare con la poliziotta
“non ce l’avrà sempre con la sua nemica della frutta, che stava al mercato grande senza nessun aiuto, al proprio banchetto, e che sì, sparla un po’ di lei, ma tutto finisce lì”
“e chissà!” Laura e Riccardo tirano un grosso sospiro e si guardano disperati
“ci dica invece se ha ricevuto richieste di pizzo, e se qualcuno a cui lei non pensa potrebbe avercela davvero con lei” la donna è molto triste, più seria
“no, non vedo chi…”
“ne è sicura?”
“sì”
“mi raccomando, se le viene in mente qualcosa, anche di stupido o piccolissimo, ci cerchi”
“va bene. Ma adesso? Avrò un danno ogni due o tre giorni? ogni settimana?” a questo punto interviene Borachia:
“noi crediamo di no: incentiveremo la sorveglianza sui suoi banchi, e aumenteremo le telecamere ai mercati; se ci saranno altri tentativi proprio con lei, qualcosa se lo dovrà far venire in mente, e anche noi. Diversamente, la spiegazione sta diversamente”
“sì, lei fra presto, ma intanto perdo soldi, e ho paura”
“non è che ce ne stiamo fregando”
“sì, sì…” la donna se ne va.
La solita moderata benzina sotto il copertone, probabilmente messa prima che le auto arrivassero. Come abbiano fatto a accenderla non si sa. Qualche giorno dopo, i tecnici più esperti stabiliranno da ceneri microscopiche e un listello di ferro che un pezzo di carta, tipo un piffero, un aeroplanino, l’uno o l’altro dotati di un peso per la traiettoria, lanciato ad arte infiammato ha provocato l’incendio, se così quelle fiamme si possono chiamare. Ci vuole parecchio perché dalle poche telecamere utili si veda -fra i vecchi mattutini che cercano un buon rapporto prezzo/qualità per le primizie- una figura incappucciata che si allontana, veloce ma tranquilla…





