Le nuove indagini del commissario Borachia
|Purple claw
Racconto a dispense, terza e ultima puntata.
Riccardo svita con un po’ di sforzo il vasetto di vetro della marmellata di mirtilli inglese; l’abbina allo yogurt greco, al miele italiano di produzione locale, che usa anche per il caffé, appena venuto su. Pochi sanno che il miele per gli antichi era l’unico vero dolcificante: ma questo è un modo di esprimersi attuale: bisognerebbe dire “Unica Dolcezza”. Una dolcezza che viene dagli dei, da Dio, e da una storia drammatica e triste, fra amore e morte in senso tutt’altro che romantico, che il genio di Virgilio ebbe modo di definire, quando per sbarcare il lunario gli sarebbe bastato sruffianare -abile com’era- con Ottaviano e Mecenate, cosa che non fece mai e forse non glielo chiesero nemmeno. Il miele è luce e pace, luce e pace che non cancellano (anzi!) quella morte e quelle tristezze, senza la consapevolezza delle quali non prenderemo mai su di noi la responsabilità di quella Luce e di quella Pace.
Alla radio, la mattina presto, le notizie di morte e chiusura di confini si susseguono lottando con la colazione di Riccardo, con quelle dolcezze e, dulcis in fundo, con la presenza della sua donna davanti a lui. Le diceva anche Tibullo queste cose, quando malediva la guerra e voleva un posticino tranquillo, con i frutti della terra e la sua ragazza che avrebbe abitato con lui… s……te, falsità letterarie: con tutte le cose importanti che ci sono da fare oggi! Lui&Gloria tutti e due per ora concentrati e silenziosi. Come Abramo ha lottato con Dio.
“scusa Gloria…non ti arrabbiare eh, per favore” lei lo guarda stupita
“perché mai dovrei arrabbiarmi?”
“perché…ecco: volevo chiederti una cosa…”
“e chiedimela, no?…nooo! ancora il nome di quel mio collega mancato! no Riccardo: tu stai male, smettila! mi offendi ” (offendere, nella coppia e nell’ufficio degli intimi, significa fare l’imbecille…); Riccardo ha l’aria di una faìna che per i propri cuccioli s’infila nel pollaio, uccide la madre di altri cuccioli e scappa con la refurtiva…: nelle campagne intorno alla Città la chiamano ‘a belua: la belva):
“si chiama Gilberto” Gloria sta per rispondere arrabbiata, ma ecco che si irrigidisce, lo guarda stupitissima:
“oddìo Riccardo! Perdonami! Ma non ti ho mentito, no no non ti ho mentito!”
“lo so”
“non pronunciarono mai il suo nome: non ti ho mentito”
“tranquilla”
“io consegnai tra gli ultimi, gli ultimissimi: mi conosci, no?”
“già…”
“e firmando per l’uscita notai le poche caselle vuote: ma in una non c’era manco la firma d’entrata: solo il nome stampato nella casella di sinistra; il cognome non feci a tempo a leggerlo, il nome, abbastanza raro, mi colpì: Gilberto. Questa “coda” l’avevo rimossa”
“bene”
“perché?” Riccardo tace un po’ più a lungo, poi:
“oggi penso avrò da fare tutto il giorno, scusami. Roba delicata ma nessun pericolo. Se mi va bene, conto di tornare in prima serata. Se va bene a me, e a un po’ di altre persone” la donna lo guarda indulgente e apprensiva:
“anche a Gilberto?” le coeur ha des raisons que la raison ne pas, pensa Riccardo
“forse sì, anche a Gilberto. Vado: buona giornata”
_._
Riccardo e Marco Rossi sono partiti con una civetta di mattina presto. Carla Maria Leonia abita un poco fuori Città, diciamo un quarto d’ora d’auto: terminata la periferia c’è una provinciale diritta di circa tre chilometri, poi due ampie lunghe curve: prima a sinistra, poi di rientro a destra, e si giunge in un quartiere di villette eleganti, o singole o a due piani, con piccoli giardini privati intorno ciascuna; non sono sfarzose: certo per avere una casa simile, e mantenerla bene, un po’ di soldi assicurati ci vogliono. Dalle 7.15 si appostano tranquilli davanti alla villetta giusta: entrambi molto attenti, hanno comunque stabilito dei turni di dieci minuti ciascuno di “principale attenzione”. Non sono ancora le otto meno un quarto quando un uomo in giacca e cravatta non sfarzosi, da lavoro, esce dalla casa insieme a un ragazzino sui dodici anni all’apparenza, apre un’auto di serie superiore ma non esclusiva dove fa entrare il figlio, sicuramente per accompagnarlo a scuola prima di andare in azienda. E’ probabile che l’altro figlio si trovi all’università; al limite è andato via, in qualche scuola superiore, prendendo il motorino sul retro della abitazione. I due si allontanano. I poliziotti decidono di aspettare ancora un poco: passate le otto, una piccola figura femminile di colore sale i tre scalini di accesso alla casa, e con la propria chiave apre la porta sparendo all’interno: è certo la colf. Se hanno interpretato bene la figura di Leonia e il suo contesto, la padrona dovrebbe accogliere la dipendente già pronta, vestita per la giornata, dopo aver consumato la colazione col resto della famiglia, iniziando subito le istruzioni per i lavori del giorno. Ma il commissario e l’agente aspettano ancora: tutto deve filare liscio, senza orari o disturbi importuni. Dopo le nove si decidono a uscire dalla civetta. Marco suona il campanello. Un passo femminile svelto ma non affannato, regolare, si sente arrivare. “Chi è?” chiede Leonia guardando contemporaneamente dallo spioncino; Borachia tira fuori il distintivo e lo piazza davanti allo spioncino
“Buongiorno signora: questura della Città: sono il commissario Borachia dell’anticrimine e qui accanto a me c’è il mio collaboratore agente Rossi: se può aprire con la catenella le passo il mio distintivo; ovviamente può telefonare in questura per sincerarsi, e chiamare chi vuole: noi aspetteremo qui”
“come mai siete venuti da noi?”
“stiamo conducendo un’indagine delicata e pensiamo lei possa fornirci qualcosa di utile” la donna apre con la catenella e accetta il distintivo:
“un attimo di pazienza” dice richiudendo la porta e allontanandosi; probabilmente ora sta dando istruzioni di sicurezza alla colf, e controllando con l’Iphone che il cognome di Riccardo corrisponda all’incarico. Dopo un po’ la porta si riapre: Leonia è in giacca e pantaloni femminili blu scuri, indossa una camicia bianca aperta senza eclatanza sul seno, ha un filo di perle autentiche al collo, pochi anelli di evidente valore e il piccolo Rolex al polso:
“prego” Borachia manda una breve occhiata a Marco, che annuisce appena l’indispensabile: è lei
“la ringraziamo molto” la donna li conduce attraverso un corridoio non lunghissimo in una stanza d’accoglienza, col pavimento in legno lucido, un grande tavolo tondo massiccio e uno uguale piccolo e basso, attorniato da poltroncine in raso rosso scuro; c’è un caminetto nudo e un grande specchio a muro; quadri alle pareti e una finestra lunga, nascosta da una tenda écru. La donna li fa accomodare presso il tavolino:
“come posso esservi utile” Riccardo si schiarisce la voce:
“non si deve preoccupare, ma vorrei andare subito al sodo” la donna corruga un po’ la fronte; occhi allenati come quelli dei due poliziotti se ne accorgono, ma si vede che la prima intenzione della sua vita è non scomporsi. Mai: chissà quante volte i suoi due fiabeschi occhi azzurri glielo hanno chiesto. E lei ha rifiutato. Riccardo prosegue:
“lei conosce un certo Gilberto?” la signora abbassa lentamente la fronte di lato intreccia le mani una diritta l’altra alla rovescia, allunga le braccia sulle ginocchia: è chiaro che sta pensando a scegliere la risposta
“credo che esista una legge sulla privacy”
“esiste, infatti: lei può fidarsi oppure no, ma le faccio notare che abbiamo aspettato che lei fosse sola in casa, colf a parte, e che siamo venuti noi da lei: se preferisce essere convocata in questura…” la donna annuisce brevemente, come a affermare che la sua obiezione riguardava un presentarsi come determinata e sicura di sé, e nient’altro: l’aveva capito fin dall’inizio come stanno andando le cose
“sì lo conosco”
“bene. Non le chiederemo altro su questo. Passiamo a un’altra domanda: lei possiede animali domestici?” la donna appare moderatamente stupita
“no. Quando i bimbi erano piccoli gli comprammo un cane, apposta per loro. E’ morto anni fa. Poi basta animali” la traduzione è indipendentemente dalle mie storie private siamo una famiglia normale e affettuosa
“bene anche questo. Veniamo alla parte più importante: ha ricevuto, recentemente, piante fiorite in regalo?” lo stupore della donna aumenta, pur con eleganza
“oddio sì. Cioè: non io, mio marito; ma guardi, di tutto ciò che non è il suo lavoro, me ne occupo io: posta, regali…di questi poi ne riceve eccome: sa, in azienda ha un posto di responsabilità, a volte fa dei favori innocui, senza pretendere nulla, ma la gente ha la sua mentalità”
“ci racconti meglio: quando ha ricevuto il dono, come, da cosa era accompagnato”
” pochi giorni fa è venuto un ragazzo incaricato, ce l’ha consegnata chiedendo se era l’indirizzo giusto: tutto qui”
“tutto qui…ci sarà stato un biglietto, qualcos’altro…”
“sì il tipico biglietto minuscolo: dentro in stampatello anonimo c’era scritto grazie di tutto con sotto una firma davvero illeggibile. Non ci feci caso. E poi c’era…”
“c’era?”
“una scatola di cioccolatini artigianali”
“cosa c’era scusi?!?” la donna si turba, sempre con l’auto sorveglianza del suo rango
“una scatola di cioccolatini”
“dei Cioccolatieri?” la donna scuote impercettibilmente il capo acconciato sobrio
“sì…ma, (vista la vostra prima domanda), non pensai minimamente a Gilberto: i Cioccolatieri sono molto rinomati, non è la prima volta che riceviamo loro produzioni!” c’è un po’ di silenzio
“ci porti per favore davanti ai tre oggetti” con un atteggiamento asciutto, la donna si alza:
“prego, faccio strada: sono nella stanza qui accanto” accedono a un ambiente piccolo, con una scrivania in ferro tubi moderna: probabilmente è il suo studio personale dove tiene corrispondenza, fatture, impegni da ricordare al marito, computer, agenda per la scuola del bimbo, etc.. La Digitalis purpurea è presso la finestra. Sembra che parli. I cioccolatini sono a terra, in una scatola chiusa. Per fortuna. Il biglietto è sopra la scatola. Accosciandosi, Borachia legge il biglietto in silenzio, poi lo passa a Marco Rossi; prende anche la scatola, e si rialza tenedola verticale sotto braccio, guarda la donna
“questa pianta è una digitale purpurea. E’ decisamente pericolosa, anche se un uomo per subirne danno dovrebbe mangiarne i petali, o consumare farmaci ottenuti da essi: possono essere salutari per il cuore, oppure provocare l’infarto” la donna tace istupidita, poi:
“voi pensate che…?!?”
“non pensiamo niente. E la preghiamo di fare lo stesso. Siamo d’accordo?” la donna sussurra un sì
“l’ha già mostrata a suo marito?” di nuovo sussurrato, un no
“bene, non lo faccia. La tenga lontano dal resto della famiglia: si metta i guanti per trasportarla e le dia un po’ d’acqua ogni tanto. Questi invece -fa Riccardo alzando un poco la scatola di cioccolatini e indicando il biglietto in mano a Marco- li portiamo via noi” la donna annuisce debolmente, evidentemente triste
“sa come trovarci. Per la pianta invece decida lei, ma non la butti fin quando noi non le telefoniamo. Adesso, accompagnandoci alla porta, prenda un foglietto e ci scriva tutto di Gilberto: cognome, numero di cellulare, e ogni cosa le sembri utile per trovarlo. Lei, spero non si faccia scrupoli o film strani. Non ne parli a suo marito, le ripeto. Se consulta il suo avvocato, le racconti il nostro incontro per filo e per segno. Sarebbe bene lui ci chiamasse per avere il tutto confermato. Ovvio che nuovi regali o apparizioni di Gilberto, è enormemente necessario ci siano comunicati subito” la donna sussurra un come volete
_._
In auto, sulla via del ritorno:
“lei è troppo buono, commissario”
“perché?”
“io gliela avrei fatta pesare”
“cioè?”
“le avrei detto che alla sua età si fanno i passi lunghi quanto le proprie gambe. E poi che i rapporti tra adulti vanno gestiti bene, momenti positivi o negativi. E poi che c’è modo e modo di lasciarsi, e che l’amicizia tra persone mature, se uno ci tiene, non è impossibile come gli imbecilli ignoranti sostengono. E soprattutto che se ci si fa aiutare -diciamo così- da una persona meno ricca, è chiaro da che parte debba derivare la gratitudine maggiore…”
” e poi?” fa Riccardo; Marco è tra lo smarrito e l’autoironico
“beh…penso basta”
“no, volevo dire: e poi, cosa sarebbe successo?” Marco tace un po’, mentre guida riesce a mandare un’occhiata d’intesa al suo commissario
“niente -risponde- non sarebbe cambiato niente: né dentro né fuori” Riccardo fa una specie di inchino breve e silenzioso.
_._
A Riccardo -chissà perché- non dispiace darsi ogni tanto dell’imbecille da solo: Gilberto abita esattamente nel palazzo il cui portone è quasi appiccicato alla vendita di muscoli e ostriche. Chissà perché nessuno ci aveva pensato, o aveva guardato i campanelli dabasso…
Ora lui ha aspettato Alberto sotto casa, poco distante; i due procedono verso quei luoghi; passano davanti a quelle goloserie
“ma perché prima…eh?” fa Alberto
“no”
“ma perché?!?”
“perché no!”
“allora al ritorno”
“al ritorno spero che non potremo proprio”
“speri?!?”
“sì, ora falla finita e saliamo” è un palazzo dalle scale buie, con i gradini in pietra nera, in ardesia. Ha una sua personalità. Gilberto abita al terzo piano: loro suonano il campanello a fianco dell’enorme portone in legno: l’abitante impiega molto ad arrivare. C’è la solita recita già attuata per Leonia, ma Gilberto si convince ad accoglierli molto prima; è una di quelle entrate che danno subito su una parete davanti all’entrata stessa, con l’attaccapanni in legno anni “20, per accedere alla casa, piccola ma antica, dai soffitti molto alti, bisogna fare il corto corridoio sulla destra. Gilberto lo indica con un’aria come se dicesse il suo famoso vabbé…arrivederci eh. Il salotto costituisce il centro della casa da cui si diramano le tre stanze canoniche. Borachia immagina una vita: la tristezza di una solitudine, il raggiungere qualche successo, il costruirsi abitudini indispensabili, nel cibo, nei film, nelle letture, nelle uscite obbligate e in quelle scelte; il ritrovarsi meglio, amici di se stessi; e qualche piccola variazione originale. Il padrone di casa li fa accomodare su un vecchio divano e siede davanti su una poltroncina. Al centro della stanza un tavolo molto più esiguo di quello visto da Leonia, con intorno quattro sedie tappezzate in verde, decisamente datate e consumate. Riccardo però nota una cosa: c’è molta consunzione, ma non trasandatezza né sporcizia.
“dite pure”
“dottor Gilberto…” l’uomo ha un moto di leggera fierezza stupita “a me piace andare subito al sodo, ma non sempre e non proprio subito subito”
“che vuol dire?”
“questo è il mio amico Alberto: non è un poliziotto; lo possiamo definire un fidato collaboratore” Gilberto inclina un po’ la testa, assomigliando ad Hastings di Poirot più che mai. Probabilmente ha già capito tutto, perché non è un delinquente di professione. Sta semplicemente aspettando l’ennesima mazzata della propria vita. Forse non ha capito, nel suo vivere da letterato/pasticcere, quanto sta rischiando ‘stavolta
“se lo vuole ascoltare, le racconterà la storia della sua vita”
“volentieri, ma non vedo perché”
“lo capirà”
Alberto incomincia e va avanti: la laurea, il lavoro a scuola, la serenità dello scapolo d’oro, la gioia dei contenuti, la soddisfazione di tre o quattro ragazzi davvero studenti e cittadini in erba per ogni classe, l’assurdità e la noia delle riunioni, l’infantilismo paternalista di alcuni colleghi/e, la limitatezza travestita da costoso rinnovamento del ministero e dei pedagogisti che se lo sono accaparrato, l’opinione della gente -che fa di ogni erba un fascio- sugli insegnanti, l’amico rappresentante di caramelle, lui che ne eredita il lavoro, gli studi autonomi antiindoeuropeisti, la conoscenza di Marta, la loro convivenza, il ritrovare Riccardo e conoscere il suo gruppo. La sua vita serena e matura. Poi fissa benevolmente l’indagato
“lei è un uomo intelligente” dice imperturbabile Gilberto
“la ringrazio, non so ma la ringrazio”
“e, mi permetta, anche fortunato” Alberto sorride
“su questo non ci sono dubbi. Lei forse invece fortunato non è”
“dice?” a questo punto interviene Riccardo:
“noi sappiamo tutto di lei” dice calmo, come una sentenza; con altrettanta calma, Gilberto risponde
“tutto mi sembra difficile”
“quanto basta per un anno di galera. Ma forse, forse, anche di più, molto di più…”
“me ne rendo conto: non dirò che è stato un momento avventato, che me ne sono pentito; se lo dicessi forse un minimo di verità ci sarebbe. Ma non La Verità”
“e allora come è andata?”
“vedete: non sapete tutto”
“se lei vuole, siamo qui per questo. Basta che a metà non ci dica vabbé, arrivederci” Gilberto ha un moto moderato di ilarità, come se per un attimo tutto non fosse accaduto, e come se i due sconosciuti non fossero un commissario di polizia e un pericoloso testimone
“e cos’è che già sapete?…no per fare prima; non che io abbia fretta, eh…”
“per questa mattina nemmeno noi. Sappiamo di come l’hanno buttata fuori ingiustamente -Riccardo calca un po’ la voce per aumentare la malleabilità dell’interlocutore, ma non troppo da sembrare ruffiano: in fondo, sta parlando con uno che di comunicazione e narrazione dovrebbe intendersene- al concorso per avere il suo lavoro, prima che incominciasse. Sappiamo poi della nostra collega e del suo gatto. Di Fiorenza e della sua cagnolina” il commissario si interrompe. Gilberto non è tipo da farsi illusioni e sperare vilmente: tante volte è stato sia sfigato che stupido, nella sua vita, ma vile mai: finisce la frase:
“e ovviamente di Leonia” Borachia è tranquillissimo e grato:
“esattamente”
“e vorreste ascoltare i buchi della trama”
“esattamente”
“e perché?” i due ascoltatori tacciono, pervicacemente, senza distogliere uno sguardo serio da lui. Gilberto incomincia:
è orfano dai quattordici anni: un incidente stradale di entrambi i genitori insieme. Fu durissima. Superare l’ignoranza altrui del fatto, e ancor di più la pietà stupida e inconcludente, di adulti e coetanei. Durissima ma non impossibile: a scuola andava medio bene, alle partite con gli amici partecipava. La zia non era affatto noiosa: giovanile, pratica, single: non le pesò -in nessun senso- occuparsi efficacemente di lui; anzi, in età di università, lui guardava a quella donna come a un modello: c’era solo da volgerlo al maschile. A proposito di questo, le sue storielle le aveva avute, però mai innamorato. Trovandosi in un’altra città poteva evitare con le partner di raccontare da dove proveniva. A volte si era sentito in colpa, perché qualcuna si era innamorata. Ma quel senso di enorme mancanza che si sente dentro quando la più dura mancanza avviene fuori dall’infanzia e prima dell’età adulta non lo lasciava mai: ogni esperienza, ogni successo non era autentico, perché non poteva più costituire contrapposizione e agonismo, o dolce condivisione con chi ti ha messo al mondo, e con la tua famiglia. Da qui era nata quella frase fissa che solo molto più tardi si era accorto di pronunciare a ogni appuntamento importante, la cui importanza o per colpa sua, o del caso, veniva regolarmente sminuita e annullata: vabbé:arrivederci…
L’episodio del concorso mancato aveva costituito una svolta fondamentale, nel bene e nel male: da una parte gli sforzi della zia, i propri, il terminare gli studi in pari, l’essere obiettivamente bravo, annullati. E -giuridicamente- anche se colpa sua non era, per colpa sua. Una sensazione di sfortuna e inconcludenza abissale. Dall’altra, lasciare il precariato…
“non so se sapete quali umiliazioni immotivate contiene il precariato a scuola”, inaspettatamente risponde Riccardo:
“sì, indirettamente lo so: mia moglie ne ha fatto per due anni; lei era nella stessa stanza al concorso quando lei fu respinto indietro: abbiamo cominciato da lì”
“bene: aggiungeteci il fatto di essere un maschio ormai più che adulto: in Italia si fanno tanti discorsi, ma la mentalità non cambia, a destra a sinstra e al centro, tra i preti e tra i bestemmiatori. Tra i maschi e tra le femmine”
“vada avanti per favore”
“sì scusatemi”
con grande stupore di chi lo assumeva, aveva chiesto l’apprendistato dai Cioccolatieri; aveva bruciato le tappe: era bravissimo. E nel contempo colto. E nel contempo stava diventando un uomo maturo. E in breve non era più un poveraccio: lo assunsero presto con contratto: gli introiti non erano affatto male. Si rese conto di essere affascinante, in tutti i sensi. Incominciò a guardare le donne sotto un’altra luce, esattamente la luce contraria a quella di prima che cambiasse lavoro e maturasse: una luce di spontaneità; di verità più valida e appetitosa, per loro, di quella che loro si costruivano come autocoscienza di sé, e di cui sentivano il bisogno. Per questo la reazione della poliziotta non lo aveva colpito più di tanto: solo un po’ di vergogna per le frasi troppo sentimentali, ma tutto lì. Con Fiorenza era riapparso il demone della Sfiga, e questo era stato pesante; ma da subito aveva deciso che la vita normale di entrambi era più importante. L’errore era stato, per entrambi, la vergogna: di che cosa si stavano vergognando?!? avrebbero potuto buttarla sullo scherzo, iniziare una bella amicizia moderata per decidere razionalmente se tornare a donarsi -con tutte le accortezze pratiche e psicologiche che il contesto richiedeva- anche nei corpi, oppure essere amici. Ma Fiorenza non era solo la cagnetta: aveva giurato inutile fedeltà sulle ceneri di Sicheo: Fiorenza era dolce, solare, gentile, ma con le unghie come artigli purpurei, di cui non era minimamente consapevole. Anche in tal caso la razionalità e la simpatia avevano prevalso: gli dispiaceva moltissimo, ma non ce l’aveva per niente con Fiorenza: anzi, le augurava del bene.
Con Leonia era stato stupendo: sotto tutti i punti di vista. E era durato parecchi mesi. Di poco più grande, ricca, buona moglie e madre, lui le aveva mostrato l’altra faccia della luna, nel cuore e nel corpo. Non c’era MAI stata da parte di entrambi la pretesa dell’appuntamento, del sentirsi al primo posto: non erano amanti. Lei lo sfruttava parecchio, in tutti i campi. Quindi lui ne traeva un senso non perverso di provata superiorità. Per questo Leonia -pur raramente- aveva esagerato: ogni tanto lo dileggiava, per rifarsi dal dover riconoscere che aveva immenso bisogno di lui, che la sua vita era buona ma non bella come agli occhi altrui appariva. Con la moderazione e la comprensione di lei e di lui, questo si poteva superare. Ma era apparso un altro demone: il paternalismo. Il troncare unilaterale. Il rinunciare di lei all’idea che l’Amicizia sentimentale e il Sesso creativo sono capaci di tutto, anche interrompendo e lasciandosi concordemente. Il dare per scontato che lui non ne sarebbe stato capace. Gilberto non avrebbe saputo mai sela donna non ne aveva più voglia e i ragazzi e il marito erano scuse, o si trattava di santa, laica abnegazione. Sorgeva anche il sospetto che le amiche degli ambienti che lei -senza felicità- frequentava avessero intuito, contribuito e provveduto. Che schifo! Il demone della Sfiga (nome che assomiglia tremendamente a quello greco della Sfinge, che sballonzola fra Sphynx e Phix, nda) svettava invincibile più che mai: lui doveva vendicarsi; era un dovere, come accadeva nei popoli antichi… o adesso fra i mafiosi. C‘è molto silenzio fra i tre; il commissario Riccardo Borachia decide di romperlo:
“lei ha rischiato di uccidere delle persone”
“lo so: è quel momento in cui devi decidere, e decisi” Ottaviano Augusto, e secoli dopo un ambiguo capo delle BR avevano detto, similmente nella sostanza: la vita è una recita, e io sono sempre stato un buon attore…
“di uccidere anche un bambino” Gilberto scuote il capo
“no questo no: il figlio di Leonia ha una gravissima intolleranza al cioccolato e ai dolci in genere; e lei è una buona madre; e per non farlo sentire diverso non offre mai dolci agli amici che transitano in famiglia”
“avrebbe potuto, però, rimanere orfano” Gilberto guarda, spostando il capo lentamente, ripetutamente, sia Riccardo che Alberto, poi dice:
“già…” il cerchio si chiude
“abbiamo visto che ha fatto la roulette russa, nella presenza e nell’intensità del veleno…”
“solo uno dei cioccolatini poteva essere veramente pericoloso” un po’ di silenzio
“abbiamo finito. Solo una domanda ultima: lo rifarebbe?” ancora molto silenzio
“no, dopo questo colloquio no. Ma se questo colloquio non ci fosse stato, non glielo saprei dire
“Ora deve venire con noi”
“sì certo: andiamo in questura no?”
“no”
“non mi arrestate?”
“per ora no” il commissario dell’anticrimine dottor Riccardo Borachia è perfettamente consapevole
di avere trasgredito, nel giro di cinque o sei ore, ripetutamente la legge. Ed è anche consapevole che Alberto è assolutamente contento di lui.
_._
I tre camminano per le strade in direzione del mare. Un pensiero interessante che Riccardo sta facendo, è sul come mai, dopo una certa età, diciamo fra i 40 e i 50, fa strano vedere più di due maschi insieme. Devono andare allo stadio; o si trovano già seduti al bar, arrivandovi da soli. Oppure a caccia; nel senso stretto del termine. La riflessione si espande, come le truppe autotrasportate quando escono dal portellone posteriore del blindo e subito si spandono in direzioni diverse nel territorio di battaglia. Purtroppo stiamo diventando esperti di queste immagini. Il mondo, a latitudini e culture diverse, è fatto di tanti non stare insieme, non troppo a lungo almeno. E’ tutto un non: non se non moglie e marito, non se maschi adulti non gay…solo i giovani e le donne in gruppo esulano -e non ovunque- da queste regole non (!) scritte con cui l’ignoranza del mondo travalica la legge e le singole intelligenze. Prudenti sì / sinceri mai…
La passeggiata è assolutamente silenziosa, e un estraneo non saprebbe minimamente indovinare cosa c’è sotto l’espressione di ciascun componente del trio. Arrivati allo svincolo per il viale a mare Alberto saluta e prende per i giardini che lo condurranno alla sua ora di godimento atarattico e estetico del luogo in cui abita. Dice agli altri vabbé…arrivederci: nonostante il contesto, strappa l’ilarità contenuta di entrambi i compagni. E’ come se tutto si sospendesse per due secondi, e rimanessero solo loro: senza il lavoro, senza le donne, senza i rischi che -pur così diversi- stanno correndo. Solo Borachia risponde ciao, salutami Marta.
A poco meno di metà del percorso che tutti i giorni Riccardo fa da casa propria alla questura, c’è la terza -o la seconda a seconda del senso- delle quattro piazze vere e proprie della città. Il grande palazzo occupa metà di uno dei lati lunghi. Riccardo in silenzio indica a Gilberto i sei scalini in antico granito ocra, poi il portone e gli altri dieci, rivestiti in gomma antisdrucciolo, e la porta a vetri. L’espressione di Gilberto è assolutamente indecifrabile. L’unico sentimento che si riesce a leggere è quello che si dice andare verso il proprio destino. Gli è capitato varie volte nella vita, ma lui non se ne accorgeva. La penultima se ne è accorto. Ora lo attende quella decisiva, e per ricorrere agli antichi greci, comici o tragici che siano, amici di Sofocle o di Menandro, o -se non bastasse- per collocarsi sul Golgota, si tratterà di lottare. Senza mentire. Scappare non si può, né lui lo vuole. “entri da lei. Se nel giro di mezz’ora riuscirà fuori con la pianta in braccio, può andare dove vuole: noi non ci siamo mai visti né conosciuti. Altrimenti, proseguiremo il cammino: sa già per dove”.
E’ sempre stato se stesso, e quasi mai gli è piaciuto. Ora vorrebbe esserlo di più, e che gli piacesse. Come diventato un demone invisibile, passa ogni eventuale controllo; bussa e si ritrova davanti a Fiorenza: il mutismo, l’immobilità della donna sono totali per quasi due minuti, poi:
“che hai fatto?”
“ho ucciso: due volte”
“perché?”
“davvero posso parlarti?” _._
La mattinata prosegue col suo sole pallido, la gente, non molta, passa accanto a Borachia che ha trovato posto sul manico di ferro di una panchina verde. Non pensa minimamente a ciò che ha fatto, a ciò che sta accadendo. Non prova alcuna emozione: lascia il lavoro pulito al Destino, e alla Scelta umana. Il lavoro sporco lo ha già fatto lui: basta così.
Qualche minuto prima dello scadere del tempo concesso, l’uomo ridiscende le scale con la pianta tra le braccia, evitando volutamente ogni espressività esplicita. Vede Borachia a venti metri da sé, un po’ più in basso di lui. Tra i due c’è uno sguardo d’intesa: brevissimo, inalienabile. Poi l’uomo se ne va.
Boracchia impugna il cellulare e fa un numero:
“buonasera signora: può eliminare la pianta, cioè bruciarla. Non si dovrebbe, è una vita anche quella, e non ha colpe. Però forse è consigliabile così. Le faccio tanti auguri per la sua bella famiglia”
_._
Stesso luogo, una settimana dopo. Il sole è più deciso e sincero. Borachia entra dalla stessa porta da cui per l’ultima volta è transitato Gilberto
“Riccardo”
“ciao”
“come mai…?” la donna ha un vestito di lanina bianco tutto di un pezzo, stretto in vita da una cintura alta e nera
“come stai?” la donna sorride
“hai una domanda di riserva?”
“ne ho molte: sei disperata?”
“no”
“triste?”
“da morire”
“è dolce?”
“ha la sua dolcezza”
“ti disturbo?”
“affatto: ti vedo con piacere” Riccardo riapre la porta di mezzo metro, si affaccia sul corridoio; entra Gloria, stringendo qualcosa al seno. Depone a terra un cucciolo di bracchetto pezzato: l’animale si rintana fra le gambe di lei, annusa ora lei ora Riccardo, gira veloce nella stanza. Poi vede Fiorenza, che è seduta in preda a muto stupore; fa balzare le zampe anteriori sulle sue ginocchia, lei lo raccoglie e si pone il muso davanti al viso; il cucciolo prende a leccarle le gote
“hei…hei!” lei ha le lacrime agli occhi: “ragazzi…io non so… grazie, grazie di cuore” dice fra il riso e il pianto. Allora Riccardo dice:
“sta’ attenta Fiorenza: è un maschio. E i maschi, spesso, si innamorano troppo!”
FINE












